Web tax, come funziona la tassa sulle transazioni digitali in vigore dal 2019

Diventa realtà la web tax: a partire dal 2019, l’Italia tasserà i ricavi prodotti da colossi del web come Google, Facebook e Amazon.

La mattina del 26 novembre la commissione bilancio del Senato ha approvato l’emendamento alla Manovra 2018, depositato da Massimo Mucchetti del Pd, sulla tassazione delle società di Internet. Diventa ufficiale così la web tax, che tanto ha fatto discutere negli scorsi mesi. Contrariamente alle aspettative, però, non sarà operativa dal 1 luglio 2018 ma solo a partire dal 2019.

Cos’è la web tax e a cosa serve

La web tax nasce con l’intento di garantire l’equità, tanto nel trattamento fiscale quanto nella concorrenza, cercando di far pagare indirettamente le imposte anche ai colossi del web come Google, Facebook e Amazon, spesso criticati per le loro politiche fiscali che si giostrano tra diversi paesi. E vuole arrivare a questo obiettivo tramite una tassa, con aliquota fissa del 6 per cento, da applicare alle prestazioni di servizi condotte con mezzi elettronici.

Ma come funziona, nel concreto? Prima di tutto, il compito di stanare i big della Rete spetta allo spesometro. Ciò significa che l’Agenzia delle Entrate si attiva se un soggetto non residente in Italia registra, per ogni semestre, più di 1.500 prestazioni di servizi resi con strumenti digitali, oppure se il controvalore di queste prestazioni supera gli 1,5 milioni di euro. Le imprese italiane o con sede in Italia, clienti di questi servizi web, trattengono il 6 per cento dalla fattura e lo versano allo Stato; così facendo hanno diritto a un credito d’imposta della stessa entità, che utilizzeranno per diminuire l’Ires, l’Irap, i contributi previdenziali o Inail. Una possibilità, quella del credito d’imposta, che per ovvi motivi è esclusa per le imprese che non hanno sede in Italia.

Cosa manca ancora per il via alla web tax

Mucchietti aveva già presentato un disegno di legge simile lo scorso anno, che ora ricompare sotto forma di emendamento alla manovra, con un’aliquota più bassa. Servirà ancora tempo per definire tutti i dettagli ed è per questo che l’avvio ufficiale è stato rimandato di qualche mese, al 1 gennaio 2019, dopo le elezioni politiche. Servono ancora alcuni provvedimenti attuativi che stabiliranno il perimetro della base imponibile; l’Agenzia delle Entrate, da parte sua, definirà l’iter per adempiere alla norma. Quel che è certo è che non si dovranno preoccupare della web tax le imprese agricole e le piccole imprese che hanno aderito ai regimi agevolati (minimi e forfetari). Insomma, la misura punta chiaramente i riflettori sulle grandi imprese e sui giganti del web, evitando il più possibile di gravare sulle micro realtà.

Quanto ricaverà lo stato dalla web tax

Per ora, visto che mancano ancora questi decreti attuativi, non è possibile fare una stima esatta di quanto andrà a incidere la web tax sui fatturati dei colossi di Internet. La Ragioneria dello Stato ha fatto alcune analisi, basandosi sui ricavi della pubblicità online nel 2016, che sono stati pari a 1,9 miliardi di euro. Visto che si tratta solo di una parte del mercato digitale italiano, si può raddoppiare questa cifra arrivando a 3,8 miliardi, per poi calcolare da qui l’aliquota del 6%. Sulla base di questa stima, la web tax arriva a garantire allo stato un gettito di 228 milioni di euro, che però andrebbe all’incirca dimezzato per via del credito d’imposta.

 

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