WiGreen: il 20% dei prodotti impatta per l’80%

Focus su informazione al consumatore e spreco alimentare nella II edizione del forum WiGreen a Milano. Ma anche Iva ridotta sui prodotti sostenibili, lotta al greenwashing, etichetta sull’impatto ambientale.

L’informazione rivolta ai consumatori e i meotdi per ridurre spreco alimentare e consumismo eccessivo sono i temi al centro della seconda edizione del forum WiGreen, il 13 e 14 febbraio a Milano. Si parla dell’ottica alimentare, ambientale ed economica dello spreco. Durante i lavori sono stati evidenziati alcuni errori che comunemente si compiono a casa, al supermercato e a tavola in relazione al fenomeno dello spreco, per poi fornire le indicazioni riguardanti i comportamenti da adottare per ridurne la portata. Il tema dello spreco alimentare è salito alla ribalta con cifre strepitose alla stregua di una vera emergenza nei Paesi occidentali. E riguarda soprattutto l’ambiente domestico.

Ogni anno in Europa si sprecano 89 milioni di tonnellate di cibo. Le ultime statistiche del Politecnico di Milano “documentano uno spreco nazionale, lungo l’intera filiera, pari 6 milioni di tonnellate di cibo all’anno, equivalenti all’8% della spesa. Un comportamento che, oltre ad appesantire i dati dello spreco, rappresenta un danno per l’economia e l’ambiente”. Secondo il Wwf soltanto in Italia, nel 2012, sono stati sprecati 706 milioni di metri cubi di acqua e 14,3 milioni di tonnellate di CO2 attraverso gli alimenti scartati dai consumatori. Il cibo, dunque, ha un costo ambientale e per ridurlo correggere alcune abitudini alimentari è il primo passo da compiere.

Per questo motivo il ruolo del consumatore è cruciale. “Se consideriamo che il 20% delle categorie di prodotti che acquistiamo sono responsabili dell’80% dell’impatto ambientale legato al consumo di beni, riusciamo a chiarire quanto ogni singolo individuo possa agire a difesa dell’ambiente – ha affermato il relatore Fabio Iraldo, docente di Management e Tecnologia all’Università Luigi Bocconi di Milano – le poche agevolazioni riservate a chi risulta impegnato in un percorso di miglioramento della sostenibilità delle produzioni rappresentano un ostacolo che, a fronte di cospicui investimenti, impedisce una maggiore competitività sul mercato. Ecco perché i prodotti ecologici costano di più”. Una delle idee emerse è l’ipotesi di ridurre l’Iva sui prodotti sostenibili, ma serve un atteggiamento collaborativo da parte delle istituzioni nei confronti di chi rispetta l’ambiente”.

La differenza tra chi opera realmente a favore della sostenibilità e ch invece fa greenwashing risulta a volte difficile da comprendere per il consumatore ed è per questo che vi è ancora una certa diffidenza. Molte aziende investono nella pubblicità con l’obiettivo di veicolare messaggi riguardanti il loro impegno a tutela dell’ambiente, ma lo scetticismo del consumatore non sempre si attenua. Per far fronte a questo deficit di chiarezza, l’ipotesi lanciata nel corso di WiGreen riguarda l’opportunità di vedere indicato l’impatto ambientale sull’etichetta dei prodotti nel giro di pochi anni. Si tratta di una misura in grado di calcolare le prestazioni di un bene lungo l’intero ciclo: dall’estrazione delle materie prime alla gestione del “fine-vita”, passando attraverso la produzione e l’uso. “Nei consumatori sta crescendo il desiderio di comprendere in modo semplice quanto i prodotti alimentari e non, acquistati quotidianamente, incidano sull’ambiente – chiarisce Paola Riscazzi, coordinatrice dei progetti sulla sostenibilità ambientale di Sprim Italia, che sta per mettere a disposizione dell’aziende un’apposita etichetta ambientale – si tratta di un’indicazione, apponibile direttamente in etichetta, in grado di misurare l’impatto del prodotto sull’ecosistema in termini di emissioni di gas serra, utilizzo e inquinamento dell’acqua e sfruttamento del suolo, lungo tutto il suo ciclo di vita”.

Ad aprire la seconda giornata del convegno e’ stato l’intervento del professor Paolo Pileri, docente di Pianificazione Territoriale Ambientale al Politecnico di Milano, dal titolo: “Non c’e’ abbastanza suolo per tutto”. “Un terreno cementificato è irrecuperabile – afferma Pileri – occorre limitarne il consumo per tutelare l’ambiente e apportare una serie di benefici anche all’uomo”. Un ettaro di suolo libero, infatti, produce cibo per sei persone nel corso di un anno, se coltivato. Ma c’è di più: nello stesso periodo assorbe fino a 3,7 milioni di litri di acqua e trattiene una consistente quantità di carbonio, contribuendo a ridurre la CO2 in atmosfera. “Sprecare una risorsa che ha tutte queste capacità significa accettare alcuni rischi e minacciare la sostenibilità – prosegue Pileri – Lo spreco di suolo richiede riforme urgenti e un aggiornamento culturale profondo che riguardi tutti i professionisti che hanno a che fare con il suolo”. A essere impegnate in prima fila nel miglioramento della sostenibilità delle produzioni sono soprattutto le aziende.
Per questo motivo, nel corso di WiGreen, è stato dedicato un ampio spazio a quattro imprese attive in questo senso: SC Johnson, Syngenta, Consorzio Tutela Vini Soave, Curtiriso. I loro rappresentanti hanno descritto i percorsi finora compiuti.

Alla fine della prima giornata di lavori, il pubblico di WiGreen ha deciso di premiare l’impegno di SC Johnson, produttore nel campo della pulizia domestica. A ritirare il riconoscimento Roberto Leopardi, general manager SC Johnson Italia. “Siamo molto orgogliosi che il nostro impegno sia stato apprezzato dal pubblico di WiGreen che ha riconosciuto il nostro approccio come best practice più sostenibile”, ha dichiarato. L’altra best practice illiustrata nella giornata è quella di Curtiriso, prima azienda in Europa a produrre riso calcolando le emissioni di CO2, come spiegato dalla relazione di Valentina Lugano, responsabile ambiente dell’azienda. Nella seconda giornata ha parlato Nazareno Vicenzi, Responsabile dei Progetti Scientifici e di Ricerca. “Il nostro impegno in materia di sostenibilità raggiungerà l’apice nel corso del 2014, con lo sviluppo di un’etichetta ambientale che illustrerà al consumatore il basso impatto di un vino generico Soave Doc”.

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