Cooperazione internazionale

William Lacy Swing, Oim. I governi devono risolvere l’equazione migranti, sicurezza e ambiente

I cambiamenti climatici, lo stallo sul flusso migratorio. Come tutto questo sta avendo effetti sulla sicurezza globale? La risposta prova a darla l’ex direttore generale dell’Oim William Lacy Swing per convincere gli stati a impegnarsi per creare nuove opportunità.

Dal 1951 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) si è occupata di milioni di esseri umani in fuga dalle proprie case in cerca di un futuro migliore, dai boat people vietnamiti alla recente crisi siriana. Se fino ad oggi la causa di questi movimenti di popolazione erano guerre, conflitti etnici, crisi economiche ed alimentari, nei prossimi anni le crisi ambientali diventeranno sempre più un fattore determinante. Ne abbiamo parlato negli uffici delle Nazioni Unite di Bonn, in Germania, con William Lacy Swing, l’ex direttore generale dell’Oim prima della nomina di António Vitorino.

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Un rifugiato del Bhutan in un campo profughi in Nepal © Omar Havana/Getty Images

Risulta sempre più evidente il nesso tra migrazioni, sicurezza e cambiamenti climatici e ambientali. Quali scenari ci attendono?
Le proiezioni sono incerte. Si stimano tra 50 e 200 milioni di migranti ambientali ma sono statistiche non attendibili. Indubbiamente il cambiamento climatico e le grandi trasformazioni del pianeta stanno diventando una causa importante delle migrazioni. Basta vedere fenomeni come la scomparsa del lago Ciad (dal 1963 ha perso il 90 per cento della sua massa d’acqua, nda) che influiscono sulla sicurezza alimentare; come la siccità in Somalia o l’innalzamento del livello del mare alle Fiji o in Bangladesh. Sommato all’aumento di popolazione, ci troveremo di fronte a una grande migrazione ambientale, superiore a quella di oggi. La società multiculturale, multietnica e multi-linguistica è inevitabile. Secondo i nostri dati però il numero più elevato di migranti ambientali sarà domestico, poiché non avranno i mezzi economici per spostarsi.

Quali progressi si sono fatti nel 2017 sul tema clima-migrazioni-sicurezza?
Per la prima volta si è parlato di migrazioni all’interno dei negoziati del clima Onu. Nel fallito Accordo sul clima del 2009 non c’era nessuna traccia delle persone in movimento. Nemmeno negli Obiettivi di sviluppo sostenibile approvati nel 2012. Oggi invece il cambiamento climatico è stato ufficialmente riconosciuto dall’Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) come uno dei driver delle migrazioni forzate. Migrazioni inevitabili e necessarie in alcuni casi, che andranno quindi gestite, attraverso ricerche accurate, finanziamenti e negoziati politici.

Quali azioni sono urgenti per contenere il numero di migranti e rifugiati ambientali?
Servono politiche di adattamento nei paesi più vulnerabili e azioni come il “Loss&Damage”, un meccanismo Onu per compensare le persone colpite da disastri ambientali e climatici. Priorità alla prevenzione. In Africa molte famiglie coltivano lo stesso pezzo di terra da generazioni, impoverendolo progressivamente. Servono fondi per rigenerare il suolo, rendendo l’economia locale sostenibile. In alcuni casi sarà importante trovare nuove terre da abitare, luoghi più sicuri da un punto di vista ambientale e più adatti allo sviluppo, lontani dai rischi ambientali, come sta accadendo in molti stati insulari. Serve infine sostegno da parte delle comunità diasporiche. In Somalia la siccità del 2017 ha creato 400mila sfollati. In questa tragedia le comunità della diaspora sono diventate fondamentali nel sostegno di familiari e conoscenti.

I finanziamenti sono sempre insufficienti, però.
Purtroppo non bastano mai, nemmeno per le emergenze. Abbiamo raccolto 100 milioni di dollari per lo Yemen e 334 milioni per i rohingya in Bangladesh, ma questi soldi basteranno solo per quattro mesi. Abbiamo ben nove emergenze al momento, dal West Africa all’Himalaya, che competono tra loro per i finanziamenti. I conflitti in Repubblica Centrafricana e Yemen sono poco seguiti, i soldi per Sudan e Somalia sono intermittenti, mentre ci sono risorse per Siria, Iraq e Afghanistan. La Libia diventerà sempre più centrale. Ma gli aiuti umanitari devono essere sostenuti con lo sviluppo e con la diplomazia. Senza negoziati e stabilizzazione, nessun intervento è realmente efficace.

Cos’altro serve a livello internazionale?
Oggi, a parte la Convenzione dei rifugiati del 1951, non ci sono altre leggi quadro internazionali. Serve un impegno concreto e condiviso dei paesi per condividere la responsabilità sulle popolazioni migranti. Questo è l’obiettivo del Global compact on migration, il cui contenuto sarà negoziato a partire da febbraio 2018. In Messico, a dicembre si terrà la conferenza preliminare per raccogliere gli impegni degli stati da cui emergerà una bozza zero per i negoziati che produrranno un accordo non vincolante, con meccanismi di revisione per essere sicuri che si stiano perseguendo gli impegni presi. In questo Global compact gli stati dovranno decidere quali azioni intraprendere contro la tratta degli schiavi, come proteggere donne e bambini migranti, come agire per regolare le migrazioni.

Cosa fa l’Europa in tutto questo?
Gli stati dell’Unione dimenticano che l’Oim fu fondata nel 1951 per aiutate i rifugiati europei a crearsi nuove vite in paesi lontani. Serve un aggiustamento culturale e psicologico, che ci faccia capire che oggi è il nostro turno di dare accoglienza. In Europa oggi manca un set di politiche omnicomprensive di lungo termine per gestire tutti gli aspetti delle migrazioni. Con un numero crescente di migranti, anche climatici, servono politiche creative, servono percorsi legali per arrivare in Europa, serve integrazione.

Questa intervista è apparsa per la prima volta su Oltremare, il magazine dell’Agenzia italiana per cooperazione allo sviluppo (Aics)

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