3 piccoli piaceri ecologici al bar

3 piccoli piaceri ecologici al bar: zucchero, caffè e succo di frutta.

Lo zucchero nel caffè.

Solo nei piccoli bar di provincia ormai si trova ancora, sul bancone, la zuccheriera. Quella bella scodella ricolma di zucchero sfuso, con due cucchiaini dal manico lungo infilzaticisi su. Da quando le norme europee Haccp hanno imposto l’uso delle confezioni monodose per tutto, per motivi igienici, accanto alla nostra tazzina di caffè c’è sempre una qualche bustina. Peccato.

C’era sempre un certo ingenuo piacere nel rimestare in quella valanga di zucchero, nel dosarlo nel cavo del cucchiaio, nello spargerlo a pioggia nella nera e fumante tazzina, nel biasimare ogni tanto quelli che lo pucciavano distrattamente nel caffè. Peccato anche per l’ambiente.

Ogni giorno beviamo 80 milioni di tazzine di espresso, al bar. Se ipotizziamo che accanto a ognuna ci sia una bustina di carta che strappiamo e gettiamo solo per versare la piccola dose di zucchero o dolcificante in essa contenuta, fanno 280.000 metri quadrati di carta. Quaranta campi da calcio di carta gettata al giorno. Senza contare chi ce ne mette due.

Quindi: meglio la cara, vecchia zuccheriera.

Il bicchiere d’acqua

Se si entra al bar a chiedere un bicchiere d’acqua naturale, te la versano senz’altro o da una bottiglia da un litro e mezzo o da quella da mezzo litro. I burocrati delle norme Haccp addirittura volevano imporre, solo per la ristorazione, le mini-bottigliette da un bicchiere. Come si faceva da piccoli, si potrebbe chiedere esplicitamente l’acqua di rubinetto. L’acqua corrente. Ha anche un nome che evoca la vitalità, la freschezza. In molte città d’Italia è buona, di sapore. Al contrario, quella in bottiglia rimane lì imprigionata per mesi. E per ogni litro d’acqua racchiuso nella plastica Pet si causano emissioni da 120 a 160 grammi di CO2 e per la bottiglia in vetro a rendere dai 150 ai 180 grammi; per il vetro a perdere 680 grammi. Per i soli trasporti di acqua minerale in Italia ogni anno si muovono 1 milione di Tir.

Quindi: meglio un bel bicchiere d’acqua di rubinetto.

Il succo di frutta

In generale, sarebbero preferibili succhi di frutta bio, o da coltivazioni che si sanno vicine, ad esempio i succhi di mele della Valtellina in Lombardia o trentine nel Triveneto, e quelli di frutta nostrana. Si può al contrario presumere che quelli tropicali, richiedendo trasporti intercontinentali per le materie prime grezze o trasformate, abbiano un impatto maggiore di qualche punto percentuale. Da evitare i succhi finti, come l’Ace o il “succo d’arancia rossa”, in realtà acqua, zucchero e colorante con un goccio quasi per caso di succo vero.

Bisogna pensare anche all’impatto del packaging. Il migliore è la bottiglietta in vetro (che nei bar dovrebbero essere a rendere, oppure obbligatoriamente da riciclare), la lattina d’alluminio che è in larga parte riciclato e che molti produttori stanno rendendo sempre più leggere, o anche il Tetra Brik da 200 ml che secondo uno studio dell’Università di Padova ha un impatto in CO2 bassino: 23 grammi l’uno. Ma esiste un packaging migliore di quello naturale della frutta? La buccia. E’ leggera, non si rompe, è compostabile, biodegradabile e mantiene le vitamine di succo e polpa.

Non sono molti i bar che fanno le centrifughe di frutta fresca, ma tutti possono offrire una spremuta d’arancia, frutto che ha in sé tutte le caratteristiche ecologiche desiderabili: è italiana, chiede poca energia per conservarsi tutto l’anno, è fresca e buona. E fa bene.

Quindi: meglio la spremuta d’arancia.

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