Dopo soli 6 anni, l’Italia potrebbe già abolire il reato di tortura

Alla Camera una proposta di legge per abrogare gli articoli del codice penale introdotti dal reato di tortura del 2017, per tutelare le forze dell’ordine.

  • Arriva alla Camera una proposta di legge per abolire il reato di tortura, introdotto solo nel 2017.
  • Secondo i proponenti, di Fratelli d’Italia, il reato di tortura penalizza le forze di polizia.
  • Prima della sua introduzione, l’Italia era stata condannata per questa lacuna dalla Cedu.

Per avere una legge che introducesse il reato di tortura in Italia abbiamo dovuto attendere il 2017, a ben 33 anni dalla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Sette anni dopo, quella legge, pur imperfetta e giudicata al tempo poco efficace, rischia già di venire abbandonata. Una proposta di legge firmata da Imma Vietri, deputata di Fratelli d’Italia, e depositata in commissione Affari sociali alla Camera, vuole infatti abolire i due punti chiave di quella legge, ovvero i due articoli che venivano introdotti nel codice penale e che stabilivano la definizione e la fattispecie del reato di tortura, perché giudicati troppo penalizzanti per le forze di polizia. Si tratta degli articoli 613-bis (Tortura) e 613-ter (Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura).

  • Il primo, in particolare, recita che “chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Pena aumentata da 5 a 12 se i fatti sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con ulteriori aggravi in caso di lesioni personali, lesioni personali gravi o morte, fino all’ergastolo.
  • Il 613 ter invece prevede fino a 6 anni di reclusione per il pubblico ufficiale che istiga un collega alle violenze di cui sopra.

Crudeltà e minorata difesa sono i due concetti che, secondo la deputata Vietri e gli altri firmatari, “rischiano di sottoporre le forze dell’ordine a denunce pretestuose”: il primo concetto perché ritenuto “troppo vago e indefinito” come scrivono i proponenti nella relazione allegata alla proposta di legge, e che dunque renderebbe concreto il rischio, “paventato anche dai rappresentanti delle forze di polizia, di vedere applicata la disposizione nei casi di sofferenze provocate durante operazioni lecite di ordine pubblico e di polizia”.

La protesta nelle carceri italiane nel marzo 2020 © Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images

Il secondo, quello di minorata difesa, perché così “potrebbero finire nelle maglie del reato in esame comportamenti chiaramente estranei, tra cui un rigoroso uso della forza da parte della polizia durante un arresto o in operazioni di ordine pubblico particolarmente delicate o la collocazione di un detenuto in una cella sovraffollata”. Ad esempio, “gli appartenenti alla polizia penitenziaria rischierebbero quotidianamente denunce per tale reato a causa delle condizioni di invivibilità delle carceri e della mancanza di spazi detentivi, con conseguenze penali molto gravi e totalmente sproporzionate”.

Questo anche se, per completezza, la legge che ha introdotto il reato di tortura recita chiaramente che il reato “non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”.

Un disincentivo all’azione delle forze dell’ordine? 

Secondo la proposta di legge, il rischio di subire denunce e processi strumentali potrebbe, inoltre, disincentivare e demotivare l’azione delle forze dell’ordine, privando i soggetti preposti all’applicazione della legge dello slancio necessario per portare avanti al meglio il loro lavoro, con conseguente arretramento dell’attività di prevenzione e repressione dei reati e uno scoraggiamento generalizzato dell’iniziativa delle forze dell’ordine.

Il nuovo disegno di legge propone, semplicemente, di sostituire i due articoli del codice penale introdotti nel 2017 con di una nuova aggravante comune alle norme già esistenti riguardanti la violenza sulle persone (tra queste percosse, lesioni personali, sequestro di persona, arresto illegale, abuso di autorità, violenza privata, minacce, stato di incapacità procurato mediante violenza).

Una legge criticata dall’inizio, ma in senso opposto

A dire il vero la legge sul reato di tortura, nel 2017, aveva già subito delle critiche anche dure, ma per motivi esattamente opposti a quelli addotti oggi dalla maggioranza: organizzazioni l’Associazione Antigone e Amnesty International infatti avevano contestato la definizione di tortura come “fatto commesso mediante più condotte reiterate nel tempo”.

Una formula che, per esempio, avrebbe probabilmente escluso condanne per tortura in occasione dei fatti della caserma di Diaz e Bolzaneto ai tempi del G8 di Genova, solamente perché non reiterate ma avvenute in singoli – ma non per questo meno gravi – episodi: proprio per quanto accaduto a Genova, e per il fatto che allora la legislazione italiana non prevedesse il reato di tortura, l’Italia era stata anche sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Nonostante questi limiti, negli ultimi anni il nuovo reato ha già trovato applicazione: la senatrice Ilaria Cucchi, nel commentare la notizia della proposta di legge, ha ricordato “la sospensione di 23 agenti del carcere di Biella accusati dalla magistratura di tortura di Stato nei confronti di 3 detenuti”, ma già nel 2021 un agente della Polizia penitenziaria del carcere di Ferrara era stato condannato a tre anni per tortura nei confronti di un detenuto, e solo pochi giorni fa stessa sorte è toccata a cinque agenti dell’istituto di San Gimignano. E tra Modena, Torino, Ivrea e il caso emblematico di Santa Maria Capua Vetere, sono almeno 200 ad oggi i pubblici ufficiali indagati per l’ipotesi di tortura nei confronti di detenuti.

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