Legambiente

Non è solo colpa del clima. Se manca l’acqua è perché la sprechiamo

Questo periodo di siccità è il momento per ripensare drasticamente come gestiamo, o meglio sprechiamo, un bene sempre più prezioso come l’acqua. L’editoriale della presidente di Legambiente.

È arrivato il tempo di pensare seriamente a una gestione sostenibile delle risorse idriche del Paese. La siccità che sta flagellando la Penisola da nord a sud in questa estate rovente ci ricorda che il clima sta cambiando. Oltre alla riconversione energetica fondamentale per fermare l’aumento delle temperature globali, diventano sempre più urgenti piani di adattamento al nuovo assetto climatico. Una questione, Legambiente lo segnala da tempo, che dovrebbe essere in cima all’agenda politica nazionale. La condizione che stiamo vivendo – sei regioni in codice rosso che hanno chiesto lo stato di calamità (Sardegna, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Calabria e Campania), massima allerta in tutte le altre regioni e fiumi e laghi in forte sofferenza – ci obbliga a ripensare drasticamente il modo in cui gestiamo, consumiamo e utilizziamo l’acqua. Una risorsa che non è illimitata, da preservare nella quantità e nella qualità, anche per le generazioni future.

Il lago di Bracciano nel 2014, anno di massima piovosità
Il lago di Bracciano nel 2014, anno di massima piovosità

Un caso emblematico è quello dei laghi laziali, Bracciano in particolare, di cui tanto si parla in questi giorni. Le notizie che arrivano dalla nostra Goletta dei laghi – la campagna di Legambiente per la tutela e il monitoraggio della salute degli ecosistemi lacustri, riserve fondamentali di acqua e cibo per i territori – sono preoccupanti. Il lago è in grandissima sofferenza: solo 196,4 mm di pioggia da inizio 2017, a fronte dei 603,4 totali nel 2007 (anno di minima piovosità) e 1.519,9 nel 2014 (anno di massima piovosità). Sempre a causa della pioggia che scarseggia, da metà dicembre 2016 anche le sorgenti che servono la città di Roma vanno in sofferenza.

I numeri della dispersione in rete 

Per mantenere lo stesso standard di erogazione alla capitale, in questi mesi Acea ha captato fino a 2.600 litri di acqua al secondo dal lago di Bracciano. Attualmente il lago è 140 cm al di sotto dello zero idrometrico. 150 cm è la soglia massima di tolleranza dopo di che ci sarà un punto di non ritorno con gravi ripercussioni ambientali ed economiche per il territorio. Al netto di questo disastro ecologico laziale, le condutture che portano acqua a Roma sono un colabrodo e il 44,4 per cento dell’acqua erogata non arriva a destinazione. Una situazione che non riguarda solo Roma e che non è più tollerabile. Secondo i dati Istat nel 2015 il 40 per cento dell’acqua immessa in rete non ha raggiunto l’utente finale nei comuni capoluogo di provincia, parliamo di 2,8 milioni di metri cubi al giorno persi.

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Quasi la metà dell’acqua immessa in rete non arriva a destinazione © Barrington Coombs/ Getty Images

Ma la dispersione di rete non è l’unica questione da affrontare. Ci sono altri fronti da aprire per uscire dall’emergenza e ricostruire un equilibrio sano e duraturo con le nostre riserve idriche. Legambiente ha elaborato delle proposte in merito. Affrontiamo subito la questione dell’agricoltura, prima vittima di questa emergenza siccità. Bisogna ripensare il sistema di irrigazione dei terreni agricoli (quasi totalmente fondato sulla modalità ad aspersione o a pioggia) puntando a sistemi di microirrigazione e a goccia, che possono garantire almeno il 50 per cento del risparmio di acqua utilizzata. Anche a rischio di essere impopolari, occorre rivedere completamente il sistema di tariffazione degli usi dell’acqua, con un sistema di premi e penalità che valorizzi le esperienze virtuose. È necessario, poi, ragionare sul futuro dell’agricoltura che deve proiettarsi verso colture meno idroesigenti, o comunque adeguate alle condizioni climatiche e alle disponibilità idriche del territorio.

Riuso ed efficienza 

Parliamo poi di riuso, risparmio, efficienza e controlli. Per ridurre i prelievi di acqua e gli scarichi nei corpi idrici ricettori, occorre praticare il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura e nell’industria. Ma per farlo è urgente modificare il decreto del ministero dell’Ambiente numero 185/2003 sul riuso dell’acqua. Sul piano della gestione della risorsa è necessario che le Regioni mettano in campo politiche indirizzate verso il risparmio e l’efficienza nell’uso dell’acqua. Oggi i nuovi piani di gestione a livello di distretto idrografico, calati poi nei piani di tutela delle acque regionali (Pta), devono prevedere strumenti concreti che si trasformano in piani di gestione locale, indirizzati al risparmio e alla tutela quantitativa della risorsa idrica.

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Sei regioni hanno già dichiarato lo stato di emergenza per la siccità © Daniele Benedetti/Flickr

Un uso dell’acqua rispettoso e consapevole

Ognuno deve assumersi delle responsabilità. Occorre, inoltre, rendere sempre più efficace il sistema dei controlli preventivi da parte degli enti locali e di quelli repressivi da parte delle forze dell’ordine, dei prelievi abusivi di acqua dalle aste fluviali e dalle falde, così come occorre aggiornare il censimento dei pozzi di prelievo idrico ed irriguo. Si deve poi inserire sempre di più la voce del risparmio idrico all’interno dei regolamenti edilizi. Molti comuni già lo stanno facendo obbligando e/o incentivando azioni come le cassette wc a doppio scarico e l’utilizzo dei riduttori di flusso. Buone pratiche che fanno bene e che andrebbe replicate su tutto il territorio. Come la raccolta della pioggia e il trattamento e riuso delle acque grigie. Sono interventi a basso costo per le amministrazioni che consentono da subito risultati concreti. Infine, ma non ultimo, è necessario che ognuno di noi si renda partecipe e promotore del cambiamento che prima dei cavilli tecnici è culturale. A casa, al lavoro, nelle scuole quando usiamo l’acqua facciamolo con rispetto e consapevolezza.

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