Ahia. La prima centrale atomica dopo Chernobyl

Sta per essere dato il via alla primo impianto nucleare in Europa, dopo il disastro di Chernobyl. E’ in Finlandia. Si riparla di energia atomica. Cosa fanno gli altri paesi europei?

In Europa oggi funzionano 145 centrali atomiche, che producono
il 35% dell’energia totale e da cui escono ogni anno 2.500
tonnellate di scorie radioattive.

Finlandia a parte – non è in vista la costruzione di
alcun nuovo impianto nucleare, nel continente europeo. Vediamo qual
è
la situazione
, oggi. Con una puntatina finale negli
Stati Uniti…

Finlandia
Lo scorso 17 gennaio la Finlandia ha annunciato il proprio
sì di principio alla costruzione della sua quinta centrale
atomica. Timo Rajala, capo dell’azienda energetica finnica Pohjolan
Voima Oy, afferma: “Entro il 2008 sarà pronto il progetto, e
sarà finita entro il 2015”.
Il primo impianto deciso in Europa dopo Chernobyl, basato su
tecnologia Epr, avrà una potenza di 1.600 megawatt, per un
costo di circa 3 miliardi di euro.

Germania
La prima centrale atomica di Stade,
vicino a Amburgo, è già stata chiusa. Mentre
viene abbandonato il programma nucleare
, si
moltiplicano le turbine a vento: sono 16.000, e producono
già il 5% dell’elettricità nazionale, mentre il loro
costo s’è dimezzato. L’energia solare è stata
incentivata già dal 1991 con il “programma dei 1000 tetti”
(poi diventati centomila), e sono migliaia gli impianti
fotovoltaici che trasformano la luce in elettricità.
Di questo passo fra vent’anni si produrrà così tanta
energia rinnovabile (77mila megawatt) che si potrà spegnere
l’ultima centrale atomica.
La Germania è avanzatissima. I tedeschi, rispetto a noi,
hanno il 56% in meno di belle giornate, ma entro il 2050 la
metà della produzione elettrica
sarà solare
. E in Italia, nel Paese del sole,
stiamo a guardare.

Francia
Il reattore simbolo della potenza nucleare francese, il
supergeneratore SuperPhoenix, è stato chiuso nel 1998.
La Francia ha altre 59 centrali nucleari in attività.
I rifiuti nucleari
non vengono sepolti per sempre
, ma “stoccati” in siti
accessibili.
Un funzionario francese ha dichiarato alla Pbs: “Stocchiamo
così containers di scorie nucleari perché oggi
nessuno sa come ridurre o eliminare la tossicità, ma tra 100
anni forse gli scienziati lo sapranno”.

E in Inghilterra, Svizzera, Italia, Usa?…

Inghilterra
Fine marzo 2005: circa 10 dei 12
reattori nucleari in Inghilterra potrebbero essere chiusi nel giro
di poco tempo. “New Scientist” riporta la notizia direttamente da
enti governativi di controllo, i quali hanno riscontrato in diversi
casi rotture interne delle sbarre di grafite nel nucleo dei
reattori (che dovevano durare fino al 2010…)! Oltre ai rischi per
la fuoriuscita di radiazioni, si prospetta anche una crisi
energetica: spegnendo diversi impianti contemporaneamente ci
sarà un calo verticale nella produzione di energia.
La British Energy, che gestisce le centrali nucleari inglesi,
l’anno scorso ha presentato un bilancio in rosso di 130 milioni di
sterline. Un quadro critico, tanto che il governo inglese è
stato costretto ad accollare alle finanze pubbliche spese di
decommissioning delle centrali nucleari per 200 milioni di sterline
l’anno.
Secondo la Reuters (10 aprile 2005), nessuno dei tre partiti
politici inglesi si sogna di mettere la costruzione di nuove
centrali nucleari in agenda nel dibattito politico. L’obbiettivo
invece è arrivare al 20% della generazione elettrica da
fonti rinnovabili entro il 2020.

Svizzera
Lunedì di Pasqua 2005: nella
centrale nucleare di Leibstadt, nel canton Argovia, il generatore e
la turbina dell’impianto si disattivano automaticamente in seguito
a un cortocircuito. Si decide di disattivare il reattore. Poi, i
responsabili annunciano che i lavori di riparazione sarebbero
durati più del previsto: la centrale sarebbe rimasta fuori
servizio almeno fino alla fine di aprile. A fine aprile, l’annuncio
che l’arresto della centrale nucleare sarebbe durato un mese in
più. Le cause esatte dell’avaria non sono ancora state
accertate. Durante la revisione annuale del 2004 il generatore era
stato esaminato da specialisti che ne avevano accertato il buon
funzionamento.

Italia
A gennaio 2005, il premier Silvio
Berlusconi ribadisce l’esigenza di avviare una “riflessione”
sull’utilizzo del nucleare per la produzione di energia. Gli fanno
eco il presidente della commissione attività produttive,
Bruno Tabacci, e altri esponenti politici. Il presidente dei Verdi,
Alfonso Pecoraro Scanio risponde lanciando la sfida per un nuovo
referendum sul nucleare in Italia: “Vediamo chi vuole una centrale
nucleare sotto casa… pensiamo ai veri problemi, quelli di una
vera energia pulita, a cominciare dall’energia
solare
e dall’idrogeno“.
Secondo una ricerca di “Energia 1-2003”, la nuova centrale atomica
in costruzione in Finlandia, parametrata agli ipotetici
investimenti italiani per un impianto del genere, dà un
costo di generazione elettrica di 54 euro al Mwh, valore che
conferma che “in una situazione di mercato non monopolistica, con
tassi di remunerazione del capitale non dettati dal mercato e ai
prezzi dei combustibili fossili ipotizzati, l’energia nucleare non
è oggi economicamente competitiva”.

Usa
Negli Stati Uniti è dal 1978 che
non viene commissionata una nuova centrale ed è dal 1995 che
non ne entra una in funzione. Il 40 per cento dei 103 impianti
esistenti continua a rischiare la chiusura a causa degli alti
costi. E secondo una rapporto del Department of Energy (DOE) il 31
per cento dell’attuale capacità produttiva sarà
smantellata entro il 2015.
Il 19 aprile 2005 esperti hanno testimoniato davanti al Congresso
che gli Usa “dovrebbero essere più decisi nell’organizzare
le difese contro i possibili attentati terroristici contro centrali
nucleari”.

Il costo per la conservazione delle
scorie nucleari
è enorme: secondo stime fatte
nella seconda metà degli anni Novanta, solo per incapsulare
e disporre in condizioni di sicurezza le
scorie ad alto livello di radioattività
, si
dovranno spendere negli Stati uniti oltre 110 miliardi di dollari;
in Francia e Germania, rispettivamente oltre 7 e 5 miliardi.
Se gli scenari ecologici (cambiamento del clima) e geopolitici
(instabilità del Medio Oriente) ridanno fiato alle “sirene
atomiche”, restano inalterati i
problemi di fondo
che, negli ultimi quindici anni,
hanno bloccato il suo proliferare: gli alti costi, lo smaltimento
delle scorie, le questioni di sicurezza sanitaria, ambientale e
militare.

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