Perché si protesta in Russia e cosa c’entra l’oppositore politico Alexei Navalny

In oltre 100 città russe ci sono stati cortei contro il presidente Putin e per chiedere la liberazione dell’oppositore politico Alexei Navalny.

La Russia sta vivendo ore difficili. Centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nelle scorse ore in almeno 109 città per protestare contro il presidente Vladimir Putin e chiedere la scarcerazione dell’oppositore politico Alexei Navalny, arrestato lo scorso 17 gennaio. Le manifestazioni sono state definite la più forte espressione del dissenso popolare dell’ultimo decennio e si sono concluse con migliaia di arresti e diversi feriti. Le autorità russe hanno sminuito l’affluenza e la portata delle proteste, intanto i sostenitori di Navalny annunciano che torneranno presto in piazza.

L’arresto di Alexei Navalny

Lo scorso 17 gennaio Alexei Navalny, considerato il principale oppositore del presidente Vladimir Putin, è stato arrestato all’aeroporto di Mosca. Era atterrato con un aereo di linea dalla Germania, dove ha trascorso lunghi mesi di riabilitazione a seguito di un avvelenamento di cui è rimasto vittima ad agosto e che lo aveva ridotto in coma.

La vita di Navalny in questi anni è stata molto tribolata. Si è affermato nei primi anni Duemila soprattutto grazie alla sua attività di blogger anti-corruzione e intanto si è ritagliato una carriera politica nell’opposizione russa. Nel corso degli anni ha subito diversi arresti per aver organizzato e aver partecipato a cortei per la democrazia, mentre nel 2014 è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere con la condizionale per appropriazione indebita di ampie somme di denaro da alcune società. La sentenza è stata definita pilotata e politica da parte di organizzazioni come Amnesty international, una versione confermata anche dalla Corte europea per i diritti dell’uomo. Intanto anche la salute dell’oppositore è stata messa sempre più a rischio. Durante alcuni comizi ha subito attacchi con agenti chimici, nel 2019 invece è stato incarcerato e poi ricoverato per sospetto avvelenamento.

Quello dell’estate scorsa è dunque l’ennesimo attentato alla sua vita. Diverse inchieste internazionali hanno dimostrato come dietro all’ultimo avvelenamento ci fosse l’agenzia di sicurezza interna dello stato russo, una tesi di cui lo stesso Navalny è sempre stato convinto. Curato in Germania, nei giorni scorsi l’oppositore ha deciso di tornare nella sua terra ma appena sbarcato è stato arrestato, come d’altronde avevano preannunciato le autorità russe. Il motivo avrebbe a che fare con il fatto di non aver ottemperato all’obbligo di firma legato alla sua vecchia condanna, questo nonostante fosse in coma. L’arresto è stato visto come l’ennesimo tentativo del regime di Putin di mettere un bavaglio al suo nemico politico.

Da Mosca alla Siberia la gente scende in piazza

Se l’arresto di Alexei Navalny ha provocato parecchi malumori in larghe fette della popolazione russa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il rinnovo della custodia cautelare in carcere per altri 30 giorni. Questo mentre il suo entourage pubblicava una nuova inchiesta a tema corruttivo sul presidente Putin, relativo alla sua sfarzosa villa sul Mar Nero costruita attraverso un giro di tangenti. Nelle scorse ore la Russia è stata investita da un’ondata di proteste che hanno avuto luogo da un capo all’altro del paese. A Mosca sono scese in piazza oltre 40mila persone, sebbene le autorità russe abbiano comunicato un decimo di queste presenze. In generale, manifestazioni si sono tenute in almeno 109 città e tra queste figurano anche piccoli centri dispersi nel gelo siberiano. Per esempio a Yakutsk, dove i -52 gradi non hanno frenato qualche decina di persone dallo sfilare nella nebbia urlando cori contro il presidente Putin.

Come spesso accade in Russia, il dissenso non è scivolato via in modo pacifico e tranquillo. Le forze dell’ordine hanno risposto con la forza e la repressione dei cortei, soprattutto a Mosca. Qui sono state arrestate 1.200 persone, tra cui la moglie di Alexei Navalny, Yulia Navalnaya, mentre nel complesso a livello nazionale i fermi sarebbero stati oltre tremila e ci sono stati diversi feriti. Questo non ha frenato i sostenitori dell’oppositore, che hanno annunciato nuovi imminenti cortei. “Se Putin pensa che il peggio sia alle spalle, si sbaglia di grosso”, ha tuonato in un video su Youtube uno dei bracci destri di Navalny, Leonid Volkov. La sensazione è che Putin si trovi a dover fronteggiare una delle crisi più profonde della sua storia, non è un caso che le proteste delle scorse ore siano state definite l’espressione più forte del dissenso nell’ultimo decennio nel paese.

I precedenti

Le manifestazioni contro Putin non sono cosa rara in Russia e spesso si risolvono con arresti e violenze, come avvenuto nelle scorse ore. Il motivo per cui le persone vengono portate in commissariato ha a che fare con la legge che vieta ogni contatto dei cittadini con le forze dell’ordine, oltre al divieto di ogni assembramento non consentito, escamotage legale con cui azzoppare sul nascere le espressione del dissenso di piazza. Fare un corteo a Mosca e nelle altre città rischia allora di trasformarsi in una sorta di roulette russa della libertà.

Negli anni scorsi ci sono stati vari cortei, organizzati per chiedere maggiore democrazia e contro la corruzione diffusa. Ma se vogliamo trovare un’affluenza e un’estensione geografica simile alle proteste delle scorse ore, dobbiamo tornare al 2011. La gente era scesa in piazza in varie occasioni nel contesto delle elezioni presidenziali, per protestare prima contro la candidatura per un terzo mandato di Vladimir Putin, poi per i metodi scorretti con cui lo “Zar” stava facendo campagna elettorale, infine per denunciare presunti brogli nel giorno del voto, un aspetto confermato anche da alcuni osservatori internazionali. Il momento più significativo fu una manifestazione pacifica a Mosca che raccolse circa 100mila persone e che si tradusse nella solita ondata di arresti. Le manette vennero messe anche a uno dei massimi oppositori di Putin: Alexei Navalny.

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