Alla scoperta della green society, il volume che racconta la sostenibilità italiana

Attraverso il racconto dei progetti sostenibili nati sul suolo italiano, si cerca di rispondere alla domanda: esiste la green society? L’editoriale della presidente di Legambiente.

Oggi le esperienze di sostenibilità nelle nostre città come nei piccoli centri sono una realtà diffusa e crescente. Hanno a che vedere con il volontariato sociale, con la scelta di stili di vita ecologici, con le giovani imprese. Ma le tante forme di innovazione sociale ed economica, da quelle che puntano sulla riqualificazione dei luoghi degradati, a quelle che promuovono il riuso degli oggetti, dalla mobilità ciclabile al car sharing, dai gruppi di acquisto di pannelli solari a quelli alimentari, fino alle nuove proposte turistiche che coniugano lavoro e riscoperta di territori poco conosciuti, possono rappresentare un modello? Esiste cioè una green society? Quello della qualità ambientale resta un traguardo individuale o tutt’al più di piccole comunità, oppure può essere considerato un orizzonte collettivo, che riguarda l’Italia tutta intera?

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Sempre più persone scelgono di muoversi in bicicletta, anche nelle grandi città come Milano © Mariano Mantel/Flickr

La fotografia di un’Italia sostenibile

A questo quesito abbiamo provato a dare una risposta, o almeno ad avviare una riflessione, con Alla scoperta della green society, il libro a cura di Vittorio Cogliati Dezza edito da Edizioni Ambiente, a cui hanno contribuito anche Simona Roveda, direttrice editoriale di LifeGate, e l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. La presentazione del volume si è tenuta a palazzo Montecitorio, a Roma, il 12 dicembre alla presenza della presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini. Attraverso il racconto di 101 storie, il libro fotografa un pezzo di Paese che promuove nuovi stili di vita, consumi differenti e una nuova economia sotto l’egida della sostenibilità. Tra questi, il progetto Non scado, a Ragusa, un circuito virtuoso per il recupero dei prodotti agricoli da parte dei migranti ospiti del Cara e poi ridistribuiti alle famiglie povere del territorio tramite la Caritas, e l’esperienza di Muvt, “muoviti”, a Tufara in Molise, un’associazione fondata da quattro ragazzi, che è riuscita a coinvolgere la popolazione in iniziative di riqualificazione degli spazi pubblici abbandonati.

Nughedu Welcome è un progetto rurale di sostenibilità economica e ambientale, nato come risposta alla crisi demografica delle aree interne sarde che ha realizzato un sistema di accoglienza diffusa sotto un unico brand, rigorosamente custode della tradizione culturale e gastronomica; mentre il gruppo cooperativo Goel, nella Locride, è attivo oggi nel biologico, nella ristorazione, nella moda etica, nel turismo e nell’accoglienza, con l’obiettivo di arginare la disoccupazione e creare sviluppo sostenibile sul territorio. Tante sono poi le esperienze urbane, dalla riscoperta della bicicletta come mezzo di mobilità dolce, all’auto in condivisione invece che quella di proprietà, dai gruppi di acquisto agroalimentari che prediligono le produzioni a chilometro zero, a quelli per l’installazione di pannelli per la produzione di energia dal sole. Insomma, non esiste luogo, lungo la penisola, che non sia fucina di esperienze significative, dal recupero e riuso a fini nobili di uno spazio degradato alle visionarie imprese di successo di giovani che hanno deciso di costruire il loro futuro qui, senza fuggire all’estero, nel tentativo di riscattare se stessi e, insieme, il proprio paese dalla crisi.

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Tante sono le iniziative urbane, come i gruppi di acquisto agroalimentari che preferiscono i prodotti a chilometro zero © Elaine Casap/Unsplash

 

La coesione sociale è alla base della ripresa economica e dell’innovazione

Il punto è: si può parlare di un tessuto sociale coeso e di qualità, di relazioni comunitarie, di valori e comportamenti che determinano una vera innovazione sociale? Sottoscrivo le parole di Chiara Saraceno in una recente intervista al Sole 24 ore: “credo che ci sia ancora in questo paese una ricchezza di persone che hanno voglia di fare, di mettersi in gioco: non solo rancorosi, ma costruttivi”. È una realtà che la politica, però, spesso più attardata della società nel confrontarsi con il cambiamento, fatica a leggere. Eppure anche gli economisti oggi ammettono che non si può parlare di ripresa senza il recupero della coesione sociale. Anche i fondi di investimento parlano della necessità di ridurre le disuguaglianze.

Prende piede l’idea che il sociale viene prima dell’economico. L’economia circolare e, soprattutto, l’economia civile già rappresentano un filone di pensiero e di pratiche che hanno “interiorizzato” questa impostazione. Il limite più grande è che si tratta ancora di realtà fragili, locali e poco conosciute. Come è possibile consolidarle, moltiplicarle, renderle visibili? Seppur nella loro dimensione micro, nella loro fragilità, queste esperienze colgono alcune grandi emergenze della contemporaneità: le emergenze ambientali, il lavoro, le disuguaglianze e l’aumento delle povertà, l’erosione dei diritti e della partecipazione democratica. Ma questo avviene al di fuori di un modello ideologico di società, di un’azione politica organizzata. Come renderle un vero “movimento sociale”? Se la green society riuscisse ad affermarsi, quali sarebbero i vantaggi collettivi e per i singoli cittadini, tali da rendere desiderabile che ciò avvenga?

La questione essenziale è se quest’arcipelago di esperienze è in grado di provocare cambiamenti strutturali e duraturi, di trasformare il nostro paese in un luogo migliore capace di farci vivere più felici. E, soprattutto, chi e come deve cogliere la sfida per renderlo un progetto di paese concreto e praticabile.

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