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Siccità e crisi climatica: una soluzione è diminuire gli allevamenti e la conseguente produzione di mangimi ad alto consumo idrico ed energetico.
Mentre l’Italia si trova in stato di emergenza per la siccità, ci si interroga su come intervenire per fronteggiare una crisi idrica che anche a causa dell’innalzamento delle temperature globali sta progressivamente investendo tutta l’Europa. Tra i settori su cui è necessario intervenire per proteggere le riserve di acqua nazionali e internazionali c’è anche quello della zootecnia.
Come messo in luce dalla Water footprint network, un’organizzazione internazionale che coinvolge aziende, associazioni e singoli individui con l’obiettivo di “risolvere le crisi idriche mondiali promuovendo un uso equo e intelligente dell’acqua”, la produzione di carne ha un’impronta idrica molto elevata e consuma molta più acqua rispetto a quella necessaria per la produzione di alimenti vegetali. Oltre ad essere responsabile del 15 per cento delle emissioni totali di gas serra di origine antropica (cioè emessa da attività umane), l’industria della carne concorre dunque in modo attivo all’attuale desertificazione in corso delle riserve idriche, consumando grandi quantità d’acqua. L’impronta idrica della produzione di carne bovina risulta essere quella più impattante dell’intera industria della carne.
Tra il 1995 e il 2005 l’impronta idrica globale per la produzione di carne bovina si attestava a circa 800 miliardi di metri cubi l’anno, secondo uno studio condotto dall’Università di Twente, nei Paesi Bassi. Un chilo di carne di pecora richiede tuttavia 10.400 litri d’acqua, che diventano 6mila litri per un chilo di carne di maiale, 5.500 per un chilo di carne di capra e 4.300 per un chilo di carne di pollo. Anche il burro richiede molta acqua per essere prodotto: 5.553 litri per un singolo chilo di prodotto. La filiera produttiva che porta i prodotti di origine animale nei supermercati impiega quantità massicce di acqua ed energia in modo sempre più insostenibile dando forma a un corto circuito basato su sfruttamento estremo degli animali allevati e sperpero di risorse naturali. Ad aggravare ulteriormente il quadro, crisi idrica e cambiamento climatico si fondono alla crisi energetica attuale.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature propone di affrontare le sfide complesse in modo interconnesso. Una delle soluzioni proposte per ridurre la domanda di energia e l’impatto climatico potrebbe essere proprio quella di ridurre strategicamente la produzione di proteine animali risalendo a monte della filiera produttiva e partendo cioè dalla riduzione dei mangimi. Nature mette in luce come i foraggi rappresentino più della metà della produzione agricola negli Stati Uniti e nell’Unione europea e più di un terzo a livello globale. Tuttavia, solo il dodici per cento delle calorie contenute nei mangimi viene trasformato in calorie per l’alimentazione umana, mentre il resto serve a nutrire gli animali allevati. Ridurre il numero di animali allevati per la produzione alimentare ridurrebbe in questo caso non solo le emissioni di acqua richieste dal settore mangimistico, afferma lo studio, ma anche quelle di gas serra. In questa fase di sfide complesse, lasciare indietro gli animali allevati e scegliere di non intervenire sull’elevata concentrazione di allevamenti intensivi presente nel territorio italiano significa dimenticarsi del ruolo cruciale che il nostro sistema alimentare ha rispetto al presente e al futuro del Pianeta.
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