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L’accusa sostiene che le armi prodotte negli Usa favoriscano il dilagare della violenza in Messico, con il benestare delle compagnie.
Il governo messicano ha fatto causa a diversi produttori di armi statunitensi – tra cui Beretta Usa, Colt e Glock Usa – affermando che le leggi eccessivamente rilassate in vigore nel paese favoriscono il traffico di armi in Messico, fomentando così il diffondersi della violenza.
È la prima volta che un governo intenta un’azione penale di questo tipo nei confronti dei produttori di armi. Secondo alcuni esperti la causa potrebbe concludersi in modo favorevole per il Messico, mentre altri la vedono principalmente come un modo per attirare l’attenzione e portare la Casa Bianca a negoziare nuove misure.
Un report del febbraio 2021 curato dallo United States government accountability office – un’agenzia indipendente che analizza le attività e la condotta del governo americano – ha confermato che il traffico di armi dagli Stati Uniti al Messico facilita le operazioni di compravendita clandestine legate alla criminalità organizzata, rappresentando così “una minaccia alla sicurezza nazionale”. Secondo lo studio, il 70 per cento delle armi ritrovate in Messico tra il 2014 e il 2018 provenivano dagli Stati Uniti.
In particolare, gli ufficiali messicani hanno accusato le compagnie americane di produrre armi pensate appositamente per essere utilizzate fuori dai propri confini. Un esempio, riportato dal New York Times, è una pistola Colt calibro 38 con inciso il volto dell’eroe rivoluzionario messicano Emiliano Zapata e una sua celebre citazione: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Quest’arma è stata utilizzata nel 2017 dal cartello della droga di Sinaloa – uno Stato del Messico – per uccidere la giornalista investigativa Miroslava Breach Velducea.
Il problema è noto, e va avanti ormai da decenni: i criminali messicani arruolano cittadini statunitensi senza precedenti penali, che quindi possono acquistare fucili in modo relativamente semplice negli Usa, per poi consegnarle ai cartelli. Al sud del confine, infatti, le regolamentazioni relative all’acquisto e al possesso di armi sono be più rigide.
La causa intentata dal governo messicano non specifica a quanto ammonti il risarcimento richiesto, ma rappresentanti del Ministero degli Esteri hanno fatto sapere che la cifra potrebbe raggiungere i 10 miliardi dollari.
Negli Stati Uniti le compagnie che producono armi godono di ampia protezione: una legge federale, in vigore dal 2005, assicura infatti che queste non possano essere ritenute responsabili per i crimini commessi con le loro armi. Qualcosa, però, sta cambiando.
Già lo scorso aprile infatti il presidente democratico Joe Biden aveva invitato il Congresso ad abrogare la protezione assicurata ai produttori, eliminando lo scudo dietro cui possono nascondersi. “Molte persone non se ne rendono conto: l’unica industria in America, un’industria da miliardi di dollari, che non può essere citata in giudizio è quella delle armi” aveva detto durante un evento sul tema alla Casa Bianca.
Diversi esperti hanno sollevato dubbi sul fatto che l’azione legale intentata dal governo messicano riuscirà a provare in modo convincente che i produttori abbiano consapevolmente facilitato la vendita di armi alla criminalità organizzata. La causa potrebbe però convincere il governo americano a rinegoziare le proprie leggi sulle armi in modo da renderle più stringenti.
L’attuale presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, fondatore del partito di centrosinistra Movimento di Rigenerazione Nazionale, è entrato in carica a dicembre 2018 proprio con la promessa di mettere finalmente fine al dilagare della violenza nel Paese, andandone a colpire direttamente le cause primarie.
Per farlo Obrador puntava a utilizzare “abbracci e non proiettili”, e quindi a evitare la nascita di nuovi conflitti o il ricorso a misure violente. Per ora, la strategia non ha dato i risultati sperati: nei tre anni del suo mandato gli omicidi si sono mantenuti praticamente stabili, e solo nel 2021 sono già state assassinate 16 mila persone.
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