Uganda, dove la mortalità neonatale si batte con la formazione delle madri

Nei paesi con risorse limitate come l’Uganda, uno su due bambini nati prematuri muore per mancanza di assistenza adeguata. Scaldare, nutrire e proteggere: le semplici azioni che, lì, salvano la vita ai bambini prematuri.

di Martina Mandolesi
specializzanda in pediatria di Idea onlus in missione a Kalongo per la Fondazione Ambrosoli

Ogni anno nel mondo più di 15 milioni di bambini nascono troppo presto. Più di un bambino su dieci. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) definisce pretermine, o prematuro, il bambino nato prima della 37esima settimana di gestazione. Ad oggi la prematurità rappresenta la prima causa di morte sotto i 5 anni di età.

I bambini prematuri nel sud del mondo

Purtroppo le differenze tra il nord e il sud del mondo in termini di sopravvivenza rimangono importanti. Nove degli undici paesi con un tasso di parti prematuri superiore al 15 per cento si trovano nell’Africa subsahariana. Nelle aree a basse risorse, come l’Uganda, più della metà dei bambini nati prima del termine muore per mancanza di adeguata assistenza.

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Il Dr. Ambrosoli Memorial Hospital di Kalongo, in nord Uganda © Fondazione Ambrosoli

A parte le gravi patologie che possono colpire i bambini prematuri, questi necessitano di cure di base semplici ma vitali: essere scaldati, essere nutriti adeguatamente, essere protetti dalle infezioni. Garantire questa semplice assistenza significa salvare la vita a migliaia di bambini ogni giorno.

Gli ospedali rurali

Molto spesso queste condizioni non sono garantite neppure all’interno degli ospedali, specie in quelli rurali. Ogni struttura sanitaria dovrebbe assicurare innanzitutto l’assistenza al neonato, oltre ad un livello di assistenza medica adeguato.

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La tecnica canguro prevede il contatto pelle a pelle tra madre e neonato. Dr. Ambrosoli Memorial Hospital e St. Mary’s Midwifery School Kalongo, Uganda © Jessica Peppers-Peterson

Pratiche a basso costo come la tecnica canguro, che prevede il contatto pelle a pelle tra madre e neonato, o la prevenzione delle infezioni attraverso accurate misure igieniche e l’utilizzo di antibiotici, garantirebbero a molti neonati prematuri di sopravvivere anche in questi contesti.

In tal senso, di fondamentale importanza è la formazione di personale dedicato alla cura del neonato, in grado di assicurare assistenza adeguata ai bambini e la formazione delle madri. Il ritorno a casa dopo il parto, in ambienti spesso sovraffollati, umidi, con scarse misure igieniche e l’utilizzo di acqua non potabile rappresentano un importante fattore di rischio per questi piccoli pazienti, che di frequente tornano in ospedale a qualche giorno dalla dimissione con gravi infezioni, spesso fatali.

Battere la mortalità neonatale con la formazione delle madri

Informare e istruire le madri sulle appropriate modalità di accudimento del neonato (per esempio, il semplice utilizzo di pannolini di stoffa o di acqua pulita), sui segnali di allarme che rendono necessaria una rivalutazione del bambino da parte di personale sanitario, rappresenta l’obiettivo prioritario da raggiungere per ridurre la mortalità neonatale anche in questi paesi.

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Formazione di una mamma dimessa da poco © Jessica Peppers Peterson/Fondazione Ambrosoli

A Kalongo stanno già arrivando le prime pioggie: le donne zappano i campi, accudiscono famiglie numerose, trasportano legna e taniche d’acqua. Tutte le donne, anche quelle in gravidanza. Ed i parti prematuri, inevitabilmente, aumentano.

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