Nel 2025 persi 102 km2 di territorio naturale, oltre tre metri quadrati al secondo. Ma secondo Ispra ce ne sono anche 2.100 pronti per essere recuperati.
Un tribunale brasiliano ha deciso di sospende il decreto Temer che prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca per consentire lo sfruttamento minerario della foresta.
La Reserva nacional de Cobre e Associadas (Renca) è un’enorme cattedrale naturale, fatta di legno e foglie, la più grande riserva naturale del Brasile, nel cuore della foresta amazzonica. Lo scorso 23 agosto il presidente brasiliano Michel Temer aveva emesso un decreto che aboliva la riserva aprendo così l’area allo sfruttamento minerario.
La notizia ha provocato grande indignazione in tutto il mondo (forti anche le proteste degli stessi cittadini brasiliani). La pressione dell’opinione pubblica, evidentemente, è stata davvero intensa dato che il giudice federale di Brasilia, Rolando Valcir Spanholo, ha deciso di sospendere con effetto immediato il decreto accogliendo una petizione popolare presentata nei giorni scorsi.
La riserva, che si estende per oltre 46mila chilometri quadrati tra gli stati di Amapa e Para, fa gola a molte compagnie minerarie, brasiliane e internazionali, interessate a sfruttarne le preziose risorse sotterranee, come oro, rame, tantalio, minerali ferrosi, nickel e manganese. Per fortuna questa nuova corsa all’oro sembrerebbe essere stata fermata sul nascere, anche perché, come ha spiegato il giudice che ha bocciato il decreto, per una scelta del genere serve il previo intervento del Congresso.
La notizia della sospensione del decreto è stata accolta con gioia dalle associazioni per la conservazione della natura e per i diritti delle popolazioni indigene, e da chiunque abbia a cuore l’ultimo polmone verde del pianeta e la sua straordinaria biodiversità. Secondo Randolfe Rodrigues, senatore dell’opposizione, membro del partito Sustainability network, “l’Amazzonia ha superato il più grande attacco degli ultimi cinquanta anni”.
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