Conferenze sul clima

5 cose da capire per seguire la Cop 25 di Madrid

Da oggi 25mila delegati di 200 nazioni si riuniscono a Madrid per la Cop 25. Cosa dobbiamo sperare che venga deciso alla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite.

Si apre oggi a Madrid la Cop 25, la venticinquesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite. La capitale spagnola ospita l’evento al posto di Santiago del Cile, dopo la rinuncia da parte del governo sudamericano, che ne ha tuttavia mantenuto la presidenza. Circa 25mila tra scienziati, tecnici, delegati di governi e rappresentanti di ong dovranno tentare, di qui al 13 dicembre, di gettare solide basi affinché il 2020 rappresenti l’anno della svolta nella lotta ai cambiamenti climatici.

I negoziati per il clima non saranno semplici: occorrerà superare la scarsa, se non nulla, volontà politica di alcune nazioni. Dirimere una serie di punti sui quali, dall’Accordo di Parigi del 2015 ad oggi, non si è ancora trovata un’intesa a livello globale. E, soprattutto, bisognerà uscire dalla Cop 25 con in mano una road map per rivedere le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra da parte di ciascun governo. Perché quelle avanzate finora non saranno sufficienti ad evitare la catastrofe climatica. Neppure se fossero mantenute per intero. Ecco, dunque, cosa occorre attendersi dalla Conferenza di Madrid per poterla giudicare un successo.

1 Le promesse di riduzione delle emissioni vanno alzate

Nell’Accordo di Parigi c’è scritto chiaramente che, per evitare il peggio, l’aumento della temperatura media globale non deve superare i 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. Rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi.

Questo valore provoca in ogni caso grandi sconvolgimenti, come confermato dallo Special Report 1.5 dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Per aumentare le promesse dei singoli stati occorre rivedere i documenti che si chiamano, in gergo tecnico, Ndc, Nationally determined contributions.

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Il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha aperto la Cop 25 di Madrid © Sean Gallup/Getty Images

Si tratta delle promesse di riduzione delle emissioni di CO2 che sono state inviate all’Unfccc, la convenzione quadro, nel 2015, prima della Cop 21 di Parigi. Le stesse Nazioni Unite hanno spiegato che, anche se queste promesse venissero rispettate, porteranno ad un aumento di 3,2 gradi nel 2100. Quindi bisogna fare di più. Molto di più.

Nell’ultimo rapporto intitolato Emission gap, pubblicato a pochi giorni dall’avvio della Cop 25, l’Unep ha spiegato che per invertire la rotta e centrare l’obiettivo degli 1,5 gradi, occorre abbassare le emissioni del 7,6 per cento all’anno, di qui al 2030. Si tratta di un lavoro previsto dall’Accordo di Parigi, che aveva indicato la necessità di rivedere gli Ndc ogni cinque anni.

2 La necessità di esercitare pressione sulle grandi potenze

La prima scadenza è dunque nel 2020. Finora, però, un solo paese al mondo ha consegnato all’Unfccc il documento rivisto: si tratta delle Isole Marshall. Altri 68 stati si sono impegnati a farlo l’anno prossimo. Problema: essi rappresentano soltanto il 7 per cento delle emissioni globali di CO2. A mancare all’appello, infatti, sono le grandi potenze economiche. In particolare gli Stati Uniti, il cui presidente climatoscettico Donald Trump ha perfino avviato la procedura di uscita dall’Accordo di Parigi, giudicandolo “deleterio” per gli interessi americani. Ma a pesare è anche la posizione di Pechino: la Cina è campionessa mondiale in materia di sviluppo delle energie rinnovabili e non vuole uscire dall’Accordo. Ma continua imperterrita a costruire nuove centrali a carbone, del tutto incompatibili con la lotta globale ai cambiamenti climatici.

Il Brasile dell’ultra-conservatore Jair Bolsonaro, inoltre, vive una stagione drammatica, con una massiccia opera di deforestazione in Amazzonia. Che priva il Pianeta di elementi essenziali per l’assorbimento della CO2 che le attività umane disperdono nell’atmosfera. “E, peggio ancora, alcune nazioni hanno perfino affermato di non voler rivedere i propri Ndc. È il caso ad esempio del Giappone”, denuncia Lucile Dufour, del Climate Action Network, rete di associazioni ambientaliste che sarà presente alla Cop 25 di Madrid. Occorrerà dunque esercitare pressione in ogni modo. Dall’alto e dal basso. Isolando i detrattori della lotta ai cambiamenti climatici e spingendo affinché le nazioni governate responsabilmente abbiano il coraggio di denunciare apertamente chi non opera per garantire un futuro alle prossime generazioni.

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La Cop 25 di Madrid aprirà un anno cruciale per le sorti del clima © Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

3 Il meccanismo di scambio di quote delle emissioni di CO2

Un sistema indicato nel 2015 a Parigi per centrare gli obiettivi climatici globali è quello che passa per uno “scambio di emissioni” (Ets, Emissions Trading System). Tecnicamente consiste nel quantificare un livello massimo di emissioni a livello mondiale. Esso viene poi trasformato in “diritti ad inquinare” ripartiti tra stati e aziende. Chi emette di meno, può così vendere i propri diritti ai meno virtuosi. E questi ultimi dovrebbero risultare incentivati a far meglio per evitare tali costi.

Primo problema: il sistema è stato adottato anche in Europa. Ed è stato estremamente criticato poiché il valore di tali diritti, lasciato libero di fluttuare in nome dei principi del libero mercato, ha raggiunto a lungo livelli bassissimi. Incapaci di costituire un deterrente per chi inquina di più.   Secondo problema: il sistema è stato citato all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Da allora, alla Cop 22 di Marrakech, alla Cop 23 di Bonn e alla Cop 24 di Katowice, si è continuato a discutere sulla sua applicazione concreta. Senza arrivare ad alcun accordo.

4 I fondi per il sostegno alla transizione nei paesi poveri

Dalla Cop 25 ci si attende inoltre un nuovo slancio dal punto di vista finanziario. Le nazioni più povere della Terra sono infatti quelle che subiscono e subiranno maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici. E sono quelle che, tuttavia, hanno contribuito meno a generarli. È per questo che, fin dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, fu deciso che i governi più ricchi avrebbero stanziato dei fondi per aiutare i paesi in via di sviluppo.

kiribati, innalzamento del livello dei mari
Un bimbo alle prese con l’alta marea a Kiribati © Josh Haner, 2016

Fu indicata all’epoca la cifra di 100 miliardi di dollari all’anno, entro il 2020. Che fu confermata anche alla Cop 21 di Parigi. Tuttavia, essa non è mai stata stanziata per intero. Nello scorso mese di ottobre, i paesi donatori del Fondo verde per il clima, creato nel 2014 proprio per sostenere la transizione, si sono impegnati a versare 9,8 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. Un segnale incoraggiante ma ancora largamente insufficiente.

5 Il successo della Cop 25 dipende anche da noi

Ma aspettare le azioni di governi e multinazionali non basta. Per salvare il clima della Terra saranno necessari anche i comportamenti di ciascuno di noi. Mezzi di trasporto, dieta, risparmio energetico, utilizzo sostenibile di internet: i modi per fare la nostra parte sono innumerevoli. E se qualcuno pensasse che “tanto sono Stati Uniti e Cina i più colpevoli” è molto utile un ragionamento che troppo poco spesso viene sottolineato.

È infatti in Cina che i paesi occidentali hanno delocalizzato negli ultimi decenni le loro industrie più inquinanti. Gli smartphones dai quali state leggendo questo articolo sono stati molto probabilmente fabbricati nella nazione asiatica. Il che significa che le emissioni di CO2 legate alla produzione sono contabilizzate in Cina, benché l’utilizzo avvenga a casa nostra. Così, se si valutano invece le emissioni annue per abitante, “quelle procapite nell’Unione europea risultano in realtà più alte di quelle della Cina”, secondo quanto calcolato dalle Nazioni Unite: 6,1 tonnellate per un cinese, 8,1 per un europeo.

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