Due o più aziende si scambiano risorse, trasformando gli scarti di una in risorse per un’altra: è il principio della simbiosi industriale.
Attraverso il Critical raw materials act, l’Unione europea prova a rendersi più autonoma nell’approvvigionamento delle materie prime critiche.
La transizione energetica e digitale ha un lato poco visibile: una manciata di materiali senza i quali determinate tecnologie semplicemente non possono esistere. Sono le materie prime critiche, 34 secondo l’ultima classificazione europea, definite così perché allo stesso tempo indispensabili per l’economia e difficili da reperire in modo stabile. All’interno di questo gruppo, la Commissione europea ne considera 17 come strategiche: sono quelle più direttamente legate alle filiere della transizione, dall’energia alle tecnologie digitali, fino a difesa e aerospazio. La questione non sta tanto nella scarsità di questi materiali quanto, piuttosto, nel fatto che pochissimi Paesi abbiano pressoché monopolizzato la loro produzione e raffinazione. L’Unione europea dipende in larga parte dall’estero: una posizione di vulnerabilità da cui intende risollevarsi attraverso il Critical raw materials act.
La Commissione europea ha iniziato a occuparsi di materie prime critiche già nel 2020 con l’Action Plan on Critical Raw Materials, un documento strategico che individuava le principali dipendenze e le prime linee di intervento, dalla diversificazione delle forniture allo sviluppo del riciclo e delle filiere industriali europee.
Dopodiché ha adottato il regolamento (UE) 2024/1252, noto come Critical raw materials act, entrato in vigore nel 2024. Si tratta di un regolamento, quindi è direttamente applicabile negli Stati membri senza bisogno di un recepimento formale. Necessita comunque di una serie di misure a livello nazionale ed europeo per essere pienamente attuato: programmi di esplorazione, autorizzazioni accelerate, strumenti di monitoraggio e coordinamento tra Stati membri. Sarebbe utopico puntare all’autosufficienza: l’obiettivo è, piuttosto, quello di ridurre le dipendenze più critiche e costruire una capacità industriale minima lungo la filiera.
È proprio il Critical raw materials act a definire la già citata lista di 34 materie prime critiche e, al suo interno, il sottoinsieme delle 17 materie prime strategiche. È su queste ultime che si concentrano gli obiettivi quantitativi al 2030, che coprono tutte le fasi della catena del valore. Almeno il 10 per cento del consumo annuo europeo di materie prime strategiche dovrà essere coperto da estrazione interna, il 40 per cento da capacità di trasformazione e raffinazione localizzate nell’Unione e il 25 per cento da riciclo. A questi si aggiunge un vincolo di diversificazione: per ciascuna materia prima strategica, non più del 65 per cento della domanda potrà dipendere da un singolo Paese terzo.
Per realizzare questi obiettivi, il regolamento introduce strumenti specifici lungo tutta la filiera. I progetti classificati come strategici – miniere, impianti di raffinazione e riciclo – beneficiano di iter autorizzativi accelerati, con tempi massimi di 27 mesi per l’estrazione e 15 mesi per le attività a valle. Gli Stati membri devono mappare le risorse disponibili, sviluppare programmi nazionali di esplorazione e rafforzare il monitoraggio delle catene di approvvigionamento, mentre le grandi imprese che risultano esposte sono chiamate a effettuare stress test periodici per valutare la resilienza delle forniture. A livello europeo, la Commissione coordina il sistema, pubblica scenari sulla domanda futura e promuove partenariati internazionali per diversificare le fonti di approvvigionamento.
Ma la Corte dei Conti europea mette bene in chiaro che realizzare queste ambizioni non sarà facile né immediato. Sviluppare un progetto minerario in Europa può richiedere fino a 10-15 anni tra autorizzazioni, valutazioni ambientali e iter amministrativi. Questo significa che, anche con obiettivi chiari come quelli fissati dal Critical raw materials act, l’aumento della produzione interna non può avvenire nel breve periodo. Il regolamento prevede iter accelerati, ma parte da una situazione in cui i progetti sono pochi e i tempi lunghi, mentre la domanda cresce già oggi.
A questo si aggiunge un limite di scala. Anche nei casi in cui esistono risorse e progetti, la produzione europea resta troppo ridotta rispetto al fabbisogno. È il motivo per cui il regolamento fissa target relativamente contenuti – 10 per cento per l’estrazione e 40 per cento per la trasformazione – che però devono essere raggiunti partendo da livelli molto bassi. In altre parole, non si tratta di espandere un sistema esistente, ma di costruirlo quasi da zero in diversi segmenti della filiera.
Il nodo più critico resta però quello industriale. La Corte dei conti evidenzia che l’Europa è particolarmente debole nelle fasi di trasformazione e raffinazione, che sono quelle a maggior valore aggiunto e più concentrate a livello globale. Anche quando la materia prima viene estratta o importata, spesso deve essere lavorata altrove prima di poter essere utilizzata. Questo riduce l’efficacia delle politiche sull’estrazione perché, senza capacità a valle, la dipendenza resta.
Sul riciclo, infine, i numeri mostrano un margine ancora limitato. Per diverse materie prime critiche il tasso di riciclo a fine vita è pari allo zero per cento, mentre nei casi migliori resta comunque insufficiente rispetto alla domanda. Il problema è doppio: da un lato molte tecnologie sono ancora troppo recenti per generare flussi significativi di materiali recuperabili, dall’altro mancano impianti e processi industriali su scala. Questo rende difficile raggiungere l’obiettivo del 25 per cento fissato dal regolamento nei tempi previsti.
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