Perché le dimissioni del governo non basteranno a salvare il Libano

La doppia esplosione di Beirut ha esacerbato la crisi economica e sociale del Libano. Le dimissioni del governo sono un gesto simbolico che servirà a poco.

Sono arrivate le dimissioni del governo del Libano. Lo ha annunciato il premier Hassan Diab in diretta televisiva, una decisione presa per dare una risposta a quello che è uno dei momenti più difficili nella storia recente del paese. Una crisi economica senza precedenti, le esplosioni nel porto di Beirut che hanno causato oltre 200 morti e migliaia di feriti, la rabbia popolare nelle piazze per far sentire la voce contro le istituzioni. Il paese dei cedri è in ginocchio economicamente e socialmente e la popolazione ora si aspetta, anzi pretende, un cambio di passo.

La crisi alimentare esacerbata dalle esplosioni in Libano

La doppia esplosione che ha colpito il porto di Beirut il 4 agosto non poteva succedere in un luogo e in un momento peggiore. Il Libano si stava già leccando le ferite per quella che è stata definita la peggiore crisi economica degli ultimi trent’anni, con la moneta locale ridotta a carta straccia, una disoccupazione dilagante, un tasso di povertà e di insicurezza alimentare in crescita costante e un sistema sanitario al collasso a causa dei tagli all’energia elettrica.

Il paese si è dovuto confrontare con una tragedia che ha demolito un pezzo intero della capitale, forse il più importante: il cuore pulsante della vita economica e commerciale. Sul terreno sono rimasti migliaia di cittadini tra morti e feriti, gli ospedali locali già allo stremo si sono riempiti ulteriormente e il paese già con le casse vuote deve ora stanziare ingenti fondi per una ricostruzione che sarà lenta e dolorosa.

Una delle conseguenze più violente si avrà a livello alimentare. Fino a prima delle esplosioni il Libano faticava a offrire alla sua cittadinanza i beni di cui necessitava, dal momento che il drastico deprezzamento della lira libanese costituiva un ostacolo alle importazioni. Il dramma nel porto non ha fatto altro che amplificare questo disagio, con il traffico di navi mercantili che sta subendo un rallentamento per l’inagibilità del luogo di attracco, in un paese che importa l’80 per cento del cibo che viene consumato.

Ma c’è di più. Nelle deflagrazioni è andato distrutto un enorme deposito di grano nei pressi della banchina. Lì dentro si trovava l’85 per cento delle riserve di cereali del Libano, secondo le stime della società libanese Mena Commodities. E il responsabile delle emergenze della Fao, Dominique Burgeon, ha sottolineato che si prospetta un problema di disponibilità di farina a livello nazionale. Il che non farà altro che peggiorare il contesto di crisi alimentare in cui versa la popolazione. Come ha sottolineato il ministro dell’Economia, Raoul Nehme, il paese ha meno di un mese di riserve di grano.

In un paese in cui prima delle esplosioni un cittadino su due dichiarava di avere paura di non avere accesso al cibo e il 31 per cento si diceva incapace di mangiare in modo sano e costante, oggi la situazione è fuori controllo. 

Un nuovo problema, quello della casa

Ma le esplosioni di Beirut non hanno fatto sentire i loro effetti solo su un sistema alimentare già allo stremo. A uscirne in modo critico è anche un altro aspetto che già era delicato in città: quello del diritto alla casa

I migranti provenienti dalla vicina Siria faticano da tempo a trovare posto nei centri di accoglienza dedicati, in molti dunque vivono sotto i ponti e nelle vie delle principali città libanesi. La depressione economica degli ultimi tempi ha ridotto in stato di povertà molte persone e un terzo della popolazione nel 2020 si trova sotto la soglia di povertà. Una delle dirette conseguenze è che, senza lavoro e senza introiti, in molti hanno perso la casa e si sono ritrovati per strada. Tra questi, molte lavoratrici domestiche straniere, con le famiglie del ceto medio libanese non più in grado di sobbarcarsi il costo del loro lavoro. 

La doppia esplosione del porto, che ha sventrato un intero quartiere e causato danni anche in aree a diversi chilometri di distanza, ha privato della casa un’altra, ennesima enorme platea di persone. Sono circa 300mila gli sfollati in città, tra questi si contano 80mila bambini secondo le rilevazioni dell’Unicef. Ed è in corso una gara di solidarietà tra gli abitanti di Beirut, con molte persone non affette dalle esplosioni che stanno aprendo le porte delle rispettive case a chi un tetto non ce l’ha più.

Il Libano rischia di capitolare sotto le tensioni interne

In uno scenario di questo tipo, in migliaia sono scesi in piazza per protestare contro il governo, dopo che già nei mesi scorsi la strade si erano riempite di manifestanti. In effetti, è emerso che le autorità erano a conoscenza da anni del grande deposito di nitrato d’ammonio nei pressi del porto, ma avevano ignorato ogni appello alla rimozione. L’ennesimo capitolo di una classe politica che da anni mette se stessa e il proprio privilegio al primo posto, soprassedendo su tutto ciò che riguarda i cittadini e la loro sicurezza.

L’estrema gravità della situazione, unita alla sollevazione popolare, hanno però portato alle dimissioni del governo presieduto dal primo ministro Hassan Diab. Una mossa simbolica che comunque non cambia la musica, dal momento che il nuovo governo verrà pescato proprio tra le solite figure istituzionali uscite dalla ricostruzione post guerra civile negli anni Novanta e considerate la causa dei mali decennali del Libano. Ora ci vorrà del tempo per trovare un accordo su un nuovo esecutivo, dal momento che la vita politica in Libano vive in un perenne stato di fragilità a causa dei diversi gruppi religiosi che si dividono lo spettro istituzionale.

Di sicuro c’è che, a tanti anni dalla guerra civile, oggi stanno tornando più forti che mai le tensioni interne al paese. Da una parte una frangia di popolazione con sentimenti filo-occidentali e sempre più ostile al ruolo preponderante di Hezbollah, peraltro coinvolto in qualche modo con il deposito di nitrato d’ammonio. Dall’altra chi continua a prendere la parte del movimento politico-religioso sciita, osteggiando la fazione sunnita di Hariri e una parte dei movimenti cristiani. Il rischio è che il peggio possa ancora arrivare nella polveriera libanese, nel caso dovessero acuirsi gli scontri interni.

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