I sinistri ambientali nascono da corrosione, guasti ed errore umano, più che da fatalità come incendi e meteo estremo: lo rivela l’Osservatorio Pool Ambiente.
Abbandonare il tradizionale meccanismo del “produrre, consumare, buttare” per adottare un sistema radicalmente diverso. Un sistema in cui i beni vengono progettati già ipotizzando di doverli in futuro riciclare, riutilizzare o riparare. È l’economia circolare e non è più soltanto un’utopia: al contrario, secondo gli studiosi è la strada obbligata per raggiungere gli obiettivi che i grandi della
Abbandonare il tradizionale meccanismo del “produrre, consumare, buttare” per adottare un sistema radicalmente diverso. Un sistema in cui i beni vengono progettati già ipotizzando di doverli in futuro riciclare, riutilizzare o riparare. È l’economia circolare e non è più soltanto un’utopia: al contrario, secondo gli studiosi è la strada obbligata per raggiungere gli obiettivi che i grandi della Terra hanno sancito alla Cop 21 di Parigi.
Ma perché l’Europa ha bisogno dell’economia circolare? E cosa può guadagnarci? Fa il punto della situazione lo studio Growth within: una visione all’insegna dell’economia circolare per un’Europa competitiva, realizzato dal Centro McKinsey per le imprese l’ambiente in collaborazione con la Fondazione Ellen MacArthur e il Sun (il fondo di dotazione tedesco per l’economia ambientale e la sostenibilità). In Italia, lo cita un’analisi del Sole 24 Ore.
L’economia europea ha da sempre una dipendenza strutturale dalle risorse. Gran parte della crescita dell’ultimo secolo è dovuta proprio alla capacità di usarle in modo sempre più produttivo, ma ci sono ancora ampi margini di miglioramento.
Qualche esempio? Nel 2012, il cittadino europeo medio ha usato 16 tonnellate di materie prime. Il 60 per cento dei rifiuti è finito in discarica o in inceneritore e solo il 40 per cento è stato riciclato o riutilizzato. Ciò significa che il 95 per cento del valore di quelle materie prime e di quell’energia è andato in fumo. Anche nei casi di riciclaggio di maggior successo (come il pet e la carta), nel primo ciclo di utilizzo si “brucia” dal 30 al 75 per cento del valore del materiale.
Ma le inefficienze non sono certo tutte qui. In Europa, mediamente, ogni auto resta parcheggiata per il 92 per cento del tempo; il 31 per cento del cibo viene sprecato lungo la filiera; ogni ufficio è vuoto per più della metà delle ore (orario lavorativo incluso). Il ciclo di utilizzo del prodotto, per giunta, è ancora troppo breve: fatta eccezione per gli edifici, la media è di soli nove anni.
La potenza di fuoco dell’economia circolare, congiunta all’innovazione tecnologica, può permettere all’Europa di accrescere ogni anno del 3 per cento la produttività delle risorse di cui dispone. Partiamo dalla mobilità: la combinazione di car sharing, veicoli elettrici e a guida autonoma è in grado di far crollare del 75 per cento il costo medio per chilometro. Nel settore alimentare, le nuove tecniche agricole potrebbero migliorare almeno del 20-30 per cento l’efficienza dell’uso di acqua e fertilizzanti. E in edilizia? I processi di costruzione innovativi e modulari dimezzeranno i costi rispetto ai metodi tradizionali.
Ma – avvertono gli studiosi – non si può semplicemente lasciare che la tecnologia faccia il suo corso. Per innescare un circolo virtuoso, serve la volontà di intraprendere un vero e proprio processo di transizione. L’economia circolare, insomma, deve diventare il più importante progetto economico e politico europeo. L’approccio si deve basare su tre principi: preservare e arricchire il capitale naturale; ottimizzare la resa delle risorse in uso; incrementare l’efficacia del sistema (riducendo al minimo le esternalità negative).
A livello monetario, ne vale la pena. Eccome. Da qui al 2030, con l’economia circolare i paesi europei possono risparmiare 1.800 miliardi di euro l’anno. Una vera e propria manna per il pil, che arriverebbe a guadagnare fino a 7 punti percentuali rispetto allo scenario corrente, con un impatto positivo per l’occupazione. Il reddito disponibile delle famiglie, così, crescerebbe addirittura dell’11 per cento.
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