Elezioni in Regno Unito 2017. Perché Theresa May ha deciso di andare al voto prima di Brexit

L’8 giugno si tengono le elezioni in Regno Unito per scegliere chi guiderà il paese nei negoziati per la Brexit. Theresa May è favorita, ma il suo vantaggio è in calo.

È la terza volta in due anni che i cittadini del Regno Unito sono chiamati alle urne. Dopo aver scelto di lasciare l’Unione europea con il referendum del 23 giugno 2016, l’8 giugno devono decidere se sarà ancora Theresa May, l’attuale prima ministra e la candidata del Partito conservatore, a rappresentarli nei negoziati per la Brexit.

May, subentrata al posto di David Cameron che si è dimesso dopo aver perso la battaglia per rimanere in Europa, non ha mai affrontato le elezioni nazionali nel ruolo di capo del partito. Lo stesso vale per Jeremy Corbyn dei laburisti, sfavorito secondo i sondaggi ma con un margine sempre più ridotto. Fino all’ultimo May aveva negato di voler indire elezioni anticipate, poi a sorpresa il cambio di rotta. Perché?

Elezioni in Regno Unito, perché ora

Davanti a Downing Street 10, la sede del governo britannico, il 18 aprile May ha dichiarato che si è sentita costretta a indire le elezioni per dare al paese quello di cui ha bisogno: “Certezza, stabilità e una guida forte”. Perché per ottenere un accordo vantaggioso dalla Brexit – il cosiddetto “hard Brexit” che prevede l’uscita del paese dal mercato unico e dall’unione doganale – “c’è bisogno di unità… invece c’è divisione”. E la colpa, sempre secondo May, è dei giochi politici dei partiti d’opposizione che rischiano di compromettere i negoziati.

May vuole rafforzare la maggioranza del suo partito alla Camera dei comuni, la camera bassa del parlamento; al momento i conservatori detengono 330 seggi su 650 (contro i 229 del secondo partito, il Labour). Secondo il Guardian, quotidiano britannico storicamente schierato a sinistra, una vittoria decisiva di May darebbe un chiaro segnale all’Europa: Brexit si fa e non c’è modo di tornare indietro. Così, secondo il Financial Times – quotidiano favorevole a una vittoria di May – i gruppi di minoranza non potranno ostacolare il primo ministro nei negoziati.

Indiscrezioni citano fonti interne a Downing Street che sostengono che May abbia voluto indire le elezioni anticipate perché temeva le dimissioni di Corbyn, considerato (almeno inizialmente) un avversario debole. Valutazione che si sta lentamente sgretolando: se a fine aprile i sondaggi dicevano che i conservatori avrebbero vinto con un margine di 20 punti, le ultime previsioni stimano che non riusciranno a ottenere neanche la maggioranza di 326 seggi cedendone parecchi ai laburisti.

union jack
La Union Jack è la bandiera del Regno Unito. Se il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon consolida la sua posizione alle elezioni e indice un secondo referendum sull’indipendenza scozzese, i suoi cittadini decideranno di lasciare il Regno Unito perché costretti dalle altre nazioni del regno a uscire dall’Unione europea? © Matthew Lloyd/Stringer

Come funziona il sistema elettorale britannico

Il Fixed-term parliaments act del 2011 è la legge che stabilisce che le elezioni nazionali si tengano ogni cinque anni (le ultime sono del 2015) a meno che due terzi del parlamento non si esprime a favore del voto anticipato. E così è stato: il 19 aprile 522 parlamentari hanno deciso di indire le elezioni. Il Regno Unito è diviso in collegi elettorali che scelgono il proprio rappresentante alla Camera dei comuni – la camera alta, quella dei Lord, è invece un corpo indipendente non eletto –, quindi i cittadini non votano direttamente per il capo del governo. Normalmente il partito che vince il maggior numero di seggi forma il governo e il capo del partito diventa primo ministro.

I candidati

Theresa May, conservatori

Al centro della sua campagna elettorale c’è lo hard Brexit. Vuole abolire il mercato comune, l’unione doganale e la libera circolazione dei cittadini Ue in Regno Unito – oltre a voler ridurre i tassi d’immigrazione in generale. May sostiene di voler garantire i diritti dei lavoratori europei, e vuole costruire una “partnership profonda e speciale” con il Vecchio continente. Secondo il manifesto del partito i fondi che il paese non verserà all’Ue verranno destinati a combattere le disuguaglianze. Perché se il programma economico prevede ricette tipiche del centrodestra – il bilanciamento dei conti pubblici, poche tasse, trattati per il libero commercio –, il linguaggio è preso in prestito dalla sinistra che promette di lavorare per una società più equa. Così tra gli impegni elettorali c’è quello di tutelare i diritti dei lavoratori, sostenere l’Nhs (il servizio sanitario nazionale, in grave crisi) e imporre un limite alle bollette di luce e gas. Si parla anche di contrastare il divario salariale tra uomini e donne e le disuguaglianze tra le etnie.

In termini ambientali i conservatori promettono di rispettare gli impegni presi con l’Accordo di Parigi per contrastare i cambiamenti climatici. Ma se da un lato sostengono lo sviluppo di centrali eoliche sulle isole remote della Scozia, allo stesso tempo la costruzione di centrali eoliche onshore (ovvero su terraferma) su larga scala non rappresenta la soluzione giusta per il paese. May vuole, invece, diversificare il mix energetico, a favore anche dell’estrazione di shale gas.

Jeremy Corbyn, laburisti

Il candidato laburista è parlamentare dal 1983 come rappresentante del quartiere londinese Islington North. Figura storica della sinistra britannica, Corbyn è stato eletto capo del partito dopo il risultato negativo delle elezioni del 2015. Il suo programma prevede che la Brexit si faccia garantendo ai cittadini europei nel paese i loro diritti e preservando alcuni dei benefici del mercato unico. A differenza dei conservatori, non si impegnerà a ridurre l’immigrazione.

Un’attenzione speciale è dedicata ai diritti dei lavoratori, in particolare l’aumento del salario minimo entro il 2020. Il manifesto di Corbyn prevede il rafforzamento delle istituzioni pubbliche, destinando più fondi all’Nhs, abbassando i costi d’iscrizione alle università statali, e ri-nazionalizzando servizi come quello idrico, le ferrovie e la posta. Per finanziare la spesa pubblica verranno alzate le tasse sui redditi alti e sulle grosse aziende. Anche i laburisti vogliono rispettare gli impegni presi per la riduzione delle emissioni di CO2, opponendosi al fracking e impegnandosi a raggiungere l’obiettivo di coprire il 60 per cento del fabbisogno di energia con le rinnovabili entro il 2030. L’attenzione è anche rivolta a sostenere i diritti animali, sia domestici che d’allevamento (tra cui mantenere le restrizioni sulla caccia alla volpe che la May ha detto di voler riabilitare), quelli delle donne, istituendo valutazioni di tutte le politiche di governo in termini del loro impatto di genere, e quelli lgbt.

Tim Farron, liberaldemocratici

I liberaldemocratici (libdem) sono il terzo partito britannico: in realtà lo Scottish national party è il terzo partito per numero di seggi in parlamento, ma è radicato solo in Scozia. Adesso a guidare il partito di centro c’è Tim Farron, il candidato più contrario alla Brexit che ha promesso un secondo referendum se dovesse salire al potere – una possibilità remota, anche se nel caso in cui né i conservatori né i laburisti raggiungessero la maggioranza potrebbe diventare un jolly importante per formare un governo di coalizione (com’era successo nel 2010 quando il libdem Nick Clegg era diventato il vice di Cameron con risultati disastrosi per la popolarità del partito).

Anche i liberaldemocratici vogliono ridistribuire la ricchezza alzando le tasse per le persone benestanti e salvare la sanità pubblica. Il manifesto è incentrato anche su maggiori investimenti nell’istruzione, che ha subito tagli con gli ultimi governi conservatori, e nei giovani, ad esempio attraverso un programma per aiutarli a comprare casa. Negli obiettivi ambientali, c’è la volontà di ridurre le morti premature (40mila in meno) riducendo i livelli di inquinamento atmosferico e raddoppiando la produzione di energia pulita entro il 2030, fino a coprire il 60 per cento del fabbisogno.

Gli altri candidati

Tra i candidati alle elezioni ci sono anche Nicola Sturgeon dello Scottish national party, il primo ministro scozzese che vuole chiamare un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia; Caroline Lucas e Jonathan Bartley del Green party (i Verdi) che vogliono formare una coalizione di centrosinistra con i laburisti e i liberaldemocratici per opporsi a un hard Brexit e il programma di austerità dei conservatori; e Paul Nuttall di Ukip (Uk independence party), il partito euroscettico e anti-immigrazione prima guidato da Nigel Farage che ha un manifesto volto a limitare le libertà religiosa dei cittadini musulmani in Regno Unito, ad esempio vietando il niqab e il burka.

Un’elezione decisiva per il Regno Unito che sta affrontando uno dei cambiamenti più importanti degli ultimi 50 anni. È probabile che l’incombenza spetterà a Theresay May. Ma come ha insegnato proprio la Brexit, quando le persone vanno a votare può succedere davvero di tutto.

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