Stati Uniti, il capo dell’agenzia per l’ambiente Scott Pruitt si dimette sotto una pioggia di scandali

Nonostante se ne fregasse dei cambiamenti climatici, Scott Pruitt era a capo dell’agenzia che deve tutelare l’ambiente negli Stati Uniti. Una condotta immorale l’ha costretto alle dimissioni.

Scott Pruitt, direttore dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Environmental protection agency, Epa), degli Stati Uniti, si è dimesso. Lo ha reso noto il presidente Donald Trump con un tweet, aggiungendo che “sarà sempre grato a Pruitt” per aver fatto “un lavoro eccezionale”.

Il repubblicano, originario dell’Oklahoma, ha inviato a Trump una lettera di dimissioni scrivendo che “è stato un onore dirigere l’agenzia” e che, per quanto sia difficile lasciare l’incarico, i continui attacchi nei suoi confronti “sono senza precedenti e hanno avuto un peso considerevole” su tutta la famiglia.

Quali sono gli scandali che hanno spinto Scott Pruitt alle dimissioni

Pruitt, infatti, si è reso protagonista di una serie di scandali; solo dal mese scorso è oggetto di almeno 14 indagini federali. L’episodio che per primo ha fatto scalpore è stato l’affitto di un appartamento nella città di Washington ad un prezzo decisamente inferiore alla media della zona, che si è scoperto essere di proprietà della moglie di un potente lobbista che rappresenta compagnie petrolifere. Ad aver suscitato indignazione sono poi state le folli spese del politico: pretendeva di viaggiare in prima classe, ha fatto installare nel suo ufficio una cabina telefonica insonorizzata per il costo di 43mila dollari e si è sempre fatto accompagnare – anche fuori servizio – da venti guardie del corpo, team tre volte più ampio di quello del suo predecessore.

Scott Pruitt EPA si dimette
Alcuni manifestanti protestano contro Scott Pruitt davanti alla sede dell’Epa di New York ©  Drew Angerer/Getty Images

Diverse fonti sostengono che Pruitt chiedesse ai membri del suo staff le commissioni più assurde, dall’acquisto di barrette proteiche alla ricerca di una particolare lozione per le mani, dal recupero di un materasso in un hotel di Washington alla ricerca di un lavoro per la moglie che fosse particolarmente remunerativo, fino all’utilizzo delle loro carte di credito per modificare prenotazioni. Pare inoltre che l’ex direttore dell’Epa avesse quattro indirizzi email e che utilizzasse un calendario segreto per organizzare incontri da tenere nascosti. Secondo tre testimoni avrebbe chiesto personalmente a Trump di licenziare Jeff Sessions, direttore del dipartimento di Giustizia, per subentrare al suo posto.

Pruitt doveva proteggere l’ambiente, al contrario tutelava le industrie petrolifere

Bernie Sanders, senatore del Vermont e candidato alle primarie democratiche del 2016, ha esultato per la notizia scrivendo su Instagram che “Scott Pruitt è stato il peggior amministratore dell’Epa nella storia dell’agenzia. Invece di proteggere l’ambiente e combattere i cambiamenti climatici, ha lavorato per tutelare gli interessi dell’industria dei combustibili fossili”. Sanders ha aggiunto che farà tutto il possibile per assicurarsi che il nuovo direttore “creda davvero nella tutela ambientale”.


Come Trump, Pruitt non crede che le attività umane siano responsabili del riscaldamento globale e paradossalmente è sempre stato critico nei confronti della sua stessa agenzia. Durante il proprio mandato, non ha fatto altro che allentare leggi introdotte dall’ex presidente Barack Obama per ridurre le emissioni di CO2. La sua opinione è stata inoltre decisiva per l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima.

Chi è il nuovo direttore dell’Epa

Non sembra, però, che i sogni di Bernie Sanders verranno esauditi: Donald Trump ha annunciato che il nuovo direttore ad interim dell’Epa sarà Andrew Wheeler, che in passato ha esercitato attività di lobbying per grosse aziende appartenenti all’industria del carbone. “Se Trump non cambierà direzione – cosa che sembra improbabile – l’eredità più duratura di Pruitt, insieme a quella del presidente, saranno un pianeta surriscaldato e una vita più breve”, scrive la redazione del New York Times. È ancora presto per cantare vittoria.

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