Uno studio canadese ha osservato il legame tra il consumo di cibi ultra-processati nei bambini di 3 anni e il loro comportamento a 5 anni, rivelandone l’impatto.
Legambiente e Ciwf chiedono un’etichettatura del latte più trasparente per favorire la transizione verso sistemi di allevamento attenti al benessere animale.
Quando compriamo delle uova sappiamo come sono state allevate le galline che le hanno deposte. Perché allora non fare la stessa cosa con il latte? Legambiente e Ciwf (Compassion in world farming) hanno lanciato una proposta di etichettatura del latte che, attraverso una tabella, permetta di identificare con facilità i diversi metodi di allevamento delle mucche al di là di immagini e claim che possono essere fuorvianti.
Le due associazioni ritengono necessaria un’etichettatura del latte secondo il metodo di allevamento delle mucche, che sia volontaria, univoca e nazionale e che renda i consumatori protagonisti della transizione verso sistemi di allevamento più sostenibili. Legambiente e Ciwf hanno sottolineato, infatti, l’importanza della dismissione dei sistemi alla posta, dove le vacche possono trascorrere anche tutta la propria vita legate, a favore dell’accesso al pascolo, che consente alle vacche di esprimere comportamenti naturali propri dei ruminanti.
L’etichettatura proposta definisce sei sistemi di allevamento a cui corrispondono sei livelli di benessere animale. Il numero zero verrebbe associato all’allevamento biologico, il numero 1 alla stabulazione libera con accesso al pascolo sempre disponibile, il numero 2 alla stabulazione libera con accesso al pascolo per almeno quattro mesi, il numero 3 alla stabulazione libera senza accesso al pascolo, ma con più spazio per le vacche in lattazione; il numero 4 alla stabulazione fissa con vacche legate e accesso al pascolo per almeno 120 giorni l’anno; il numero 5 all’allevamento intensivo.
In tema di transizione verso allevamenti sostenibili, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato lo scorso dicembre alcuni pilastri per il miglioramento del benessere degli animali da produzione alimentare e ha invitato la Commissione europea a presentare una proposta per un marchio Ue relativo al benessere animale con standard più rigorosi di quelli previsti attualmente dalla legislazione dell’Ue e che includa progressivamente tutte le specie di bestiame per il loro intero ciclo di vita (compresi il trasporto e la macellazione).
In Italia è stata presentata il 15 febbraio la bozza delle certificazioni relative al “Sistema di qualità nazionale benessere animale”, introdotto con il Decreto Legge 34 del 19 maggio 2020, convertito con modificazioni dalla Legge 77 del luglio scorso, che ha come obiettivo quello di definire uno schema base di produzione di carattere nazionale per rafforzare la sostenibilità ambientale, economica e sociale delle produzioni di origine animale, favorire un recupero di competitività della fase allevatoriale, migliorare la sostenibilità dei processi produttivi, garantire la trasparenza nei confronti dei consumatori.
La presentazione, promossa dai ministeri della Salute e delle Politiche agricole, alimentari e forestali in collaborazione con Accredia, ente italiano di accreditamento, non ha convinto per ora le associazioni che si occupano di benessere animale: Ciwf, Essere Animali, Lav e Legambiente hanno espresso preoccupazione per una mancata trasparenza nella condivisione delle bozze dei documenti che descrivono le condizioni richieste agli allevamenti per essere certificati in tema di benessere animale attraverso un logo volontario.
“Ad esempio – scrivono le associazioni in una nota – per la certificazione dei suini al coperto, l’unica presentata, non sono state considerate le scrofe e i suinetti e questo implica che la carne di suino etichettata con il claim ‘benessere animale’ potrà derivare da scrofe allevate in gabbia, e da suinetti che hanno subito la limatura dei denti, un’operazione molto dolorosa”. E ancora: “La certificazione nazionale volontaria per il benessere animale dovrà impedire operazioni di greenwashing e ancor più che siano finanziate mere operazioni di maquillage di allevamenti intensivi; con i soldi dei cittadini derivanti dalla Politica agricola comune e dal Next Generation Eu la certificazione dovrà invece efficacemente aiutare le scelte consapevoli dei cittadini e degli allevatori che vogliono impegnarsi per accrescere il benessere degli animali.”
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Uno studio canadese ha osservato il legame tra il consumo di cibi ultra-processati nei bambini di 3 anni e il loro comportamento a 5 anni, rivelandone l’impatto.
Uno studio condotto in India ha osservato che sostituendo i fertilizzanti chimici con quelli organici, le verdure riacquistano i nutrienti persi in decenni di agricoltura intensiva.
Una buona caraffa filtrante migliora il profilo organolettico dell’acqua del rubinetto e riduce particelle e sostanze inquinanti. Brita ne ha misurato l’efficacia contro i Pfas e l’impatto ambientale.
Ridurre le emissioni è l’unica via per diminuire il rischio di eventi climatici estremi. Come quelli che hanno colpito lo stato del Minas Gerais in Brasile, dove si coltiva caffè.
Il giusto prezzo tiene conto dei costi di produzione ma anche dei servizi sistemici con cui gli agricoltori bio si prendono cura della salute delle persone e del Pianeta.
Sottoscritta da oltre 30 organizzazioni, la petizione punta all’obbligo per i supermercati francesi di rendere accessibili a tutti gli alimenti più sani, vendendoli a prezzo di costo.
Una revisione della piramide mediterranea introduce il concetto di cronotipo e le indicazioni per allineare il proprio orologio biologico alla dieta mediterranea potenziandone gli effetti benefici per il metabolismo.
Ospiti del podcast, il campione di trail running Francesco Puppi e la medica esperta in nutrizione Michela Speciani, che hanno parlato di sport e carboidrati.
Il ministero della Salute ha autorizzato temporaneamente l’utilizzo del Dormex nelle coltivazioni di kiwi del Sud. La sostanza è vietata in Italia dal 2008, per la sua tossicità.


