Primo ok alle legge delega, ma i primi reattori modulari di piccole dimensioni arriveranno tra 10 anni. E per la fusione se ne parla dopo il 2040.
Le istituzioni europee hanno trovato un accordo sulla messa al bando dell’olio di palma nei biocarburanti, ma solo dal 2030. Troppo tardi secondo le ong.
Lo stop all’olio di palma nei biocarburanti indicato, entro il 2030, dalle istituzioni europee è una certamente una buona notizia. Ma che, secondo il mondo delle associazioni ambientaliste, avrebbe potuto essere ancora migliore se a Bruxelles ci fosse stato un po’ più di coraggio.
L’ok – nell’ambito del più ampio programma di incremento dell’uso di energia prodotta da fonti rinnovabili – è arrivato dopo due anni di intense discussioni tra la commissione, il consiglio europeo e il parlamento. Affinché divenga ufficiale occorrerà l’approvazione degli ultimi due, ma non dovrebbero esserci sorprese in questo senso. E proprio sulla questione dell’olio di palma c’è stato un autentico braccio di ferro a Bruxelles.
EU will limit the use of palm oil as car fuel but won’t stop it https://t.co/HLwi0Gb3uD pic.twitter.com/8vp69fgTXe
— New Scientist (@newscientist) June 18, 2018
Le colture intensive di tale materia prima sono infatti responsabili di giganteschi casi di deforestazione, soprattutto nel Sud-Est asiatico. L’Europa ha deciso che già a partire dal prossimo anno verranno congelate le importazioni e che, appunto, l’olio di palma dovrà scomparire dai biocarburanti entro il 2030. Il parlamento, però, aveva chiesto di metterlo al bando molto prima, già dal 2021. A prevalere, invece, sono state le posizioni di consiglio e commissione, ben più prudenti.
I rappresentanti dei governi e l’organismo esecutivo di Bruxelles, infatti, non volevano suscitare la reazione in particolare di Indonesia e Malesia, che teoricamente avrebbero potuto presentare un ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio contro scelte troppo restrittive. Inoltre, la Francia ha dimostrato di non essere di certo pronta ad uno stop immediato. Non a caso, di recente il governo di Parigi ha dato il via libera al lancio di una bioraffineria nella provincia delle Bouches-du-Rhône. Un progetto che ha fatto infuriare le associazioni ambientaliste proprio dal momento che nel sito – di proprietà della multinazionale Total – verrà utilizzato principalmente olio di palma.
La nuova struttura dovrà utilizzarne infatti almeno 300mila tonnellate all’anno : non a caso, l’azienda ha ricevuto un’autorizzazione per importare fino a 450mila tonnellate di oli vegetali grezzi. Dei quali, ha denunciato Sylvain Angerand, coordinatore delle campagne dell’associazione Les Amis de la Terre, la stessa Total “si rifiuta di indicare la provenienza”. Nonostante tale contesto, il relatore del testo al parlamento europeo, il socialista José Blanco Lopez, si è mostrato particolarmente ottimista: “Abbiamo scoraggiato gli investimenti nella produzione di biocarburanti a base di coltivazioni agricole e fatto pressione per lo sviluppo e l’uso di biofuels avanzati”, ha affermato.
#huiledepalme : le Parlement européen avait demandé une sortie pour 2021, l’UE vient de décider une sortie pour 2030 … La France, qui a tardé à se mobiliser sur ce dossier, peut et doit programmer une sortie rapide comme le réclament les citoyens ! https://t.co/eW9XnVBsZx
— Karima Delli (@KarimaDelli) June 14, 2018
Ben meno entusiasta il commento di Greenpeace, che in un comunicato ha parlato di “timido passo in avanti fatto dall’Unione europea”, poiché “si riconosce che i biocarburanti di prima generazione sono nocivi per l’ambiente ma si decide di aspettare il 2030 per abbandonarli”. Secondo la deputata europea Karima Delli (gruppo dei Verdi), inoltre, “purtroppo dietro la promessa di un incremento delle energie rinnovabili incombe ancora la minaccia di energie sporche e perfino più dannose del diesel”.
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