Per salvare le foreste piantare alberi non basta

La Giornata delle foreste, che si celebra il 21 marzo, è un’occasione per riflettere su cosa davvero è necessario per salvaguardare le aree boschive.

Il 21 marzo si tiene la Giornata mondiale delle foreste. Avviare iniziative volte a preservare le quelle esistenti e restaurare i boschi che sono stati deturpati è sempre più importante: per l’ambiente, per la lotta ai cambiamenti climatici, per tutelare la biodiversità e la salute umana. Il rischio, però, è che la salvaguardia di un così fondamentale bene comune non sia trattata in modo adeguato.

Il rischio di un approccio “sbrigativo” si è palesato in occasione della prima edizione del Global forest summit (Gfs), conferenza che si è tenuta venerdì 12 marzo, a Parigi. L’evento è stato organizzato su iniziativa del think tank Open diplomacy e di un’impresa specializzata nel piantare alberi, la Reforest’action. Ma ha ricevuto anche il patrocinio della presidenza francese di Emmanuel Macron.

Giornata mondiale della natura
Le foreste producono ossigeno, immagazzinano anidride carbonica, sono scrigni di biodiversità e forniscono preziose materie prime © Luca Scudiero/Wwf

A Parigi il Global forest summit

“Su un totale di 2.800 iscritti, abbiamo registrato un quarto di persone provenienti dal mondo accademico, un altro quarto da organizzazioni non governative, un terzo dal settore privato e un 15 per cento da istituzioni pubbliche”, ha spiegato Thomas Friang, presidente di Open diplomacy. “L’idea – ha aggiunto – è di porre la questione delle foreste in cima all’agenda internazionale, in vista dei summit mondiali che si terranno nel 2021 sia sul clima che sulla biodiversità”.

Il ruolo dei boschi sarà infatti cruciale per la battaglia contro i cambiamenti climatici. Sulla Terra, esistono infatti quattro miliardi di ettari di foreste, pari a circa un terzo delle terre emerse. Ma secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’alimentazione (Fao), soltanto nel periodo 2015-2020 ben 10 milioni di ettari sono stati disboscati. Principalmente per far spazio a grandi campi agricoli o a allevamenti intensivi. “Dagli anni Novanta ad oggi si stima siano state abbattute foreste per una superficie complessiva di circa 420 milioni di ettari”.

L’idea dei promotori del Gfs è di invitare imprese e istituzioni a lanciare nuove iniziative sul tema. Esattamente come nel caso del One planet summit, anch’esso voluto dalla Francia a partire dal 2017. “Le stime indicano una perdita complessiva dovuta alla degradazione degli ecosistemi, figlia anche della deforestazione, pari a 6.300 miliardi di dollari all’anno”, ha spiegato, parlando al summit di Parigi, Robert Nasi, direttore generale del Centro internazionale per la ricerca forestale (Cifor) ha spiegato che “si tratta di un valore superiore alla somma del prodotto interno lordo annuo di tre nazioni come Canada, Italia e Francia”.

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Robert Nasi (Cifor): “Servono 350 miliardi di dollari”

L’esperto ha sottolineato quindi che per centrare gli obiettivi della Bonn challenge, iniziativa mondiale dedicata alla riforestazione di aree disboscate o degradate, “si stima servano 350 miliardi di dollari. Ma per ora ne sono stati messi a disposizione solo 50”. È anche in questa ottica che vengono organizzati eventi come il Global forest summit. Il cui approccio, tuttavia, non convince tutte le organizzazioni non governative.

foresta amazzonica
Un’ispezione nella foresta di Jamanxim, in Brasile © Ibama/Wikimedia Commons

Secondo quanto riportato dalla stampa transalpina, Sylvain Angerand, dell’associazione Canopée, affiliata a Friends of the earth, “si è presentato l’evento come un summit mondiale patrocinato dall’Eliseo, mentre si tratta di un’operazione di comunicazione finanziata da un’impresa privata che vende alberi”.

Le Ong: “Occorre cambiare i modelli economici”

Assieme a Cécile Leuba, di Greenpeace, Angerand ha quindi spiegato il senso delle critiche mosse dal mondo associativo. Al Global forest summit ha partecipato infatti il ricercatore britannico Thomas Crowther, autore di uno studio – pubblicato nel 2019 – secondo il quale piantare 1.200 miliardi di alberi permetterebbe di compensare dieci anni di emissioni di CO2 di origine antropica. Ebbene, secondo i due attivisti, da una parte di tratta di “un messaggio troppo semplicistico”. Dall’altra, esso potrebbe trasformarsi in un alibi per le aziende: “Ormai piantare un albero è diventato una sorta di lasciapassare verde per le imprese. Poiché spesso quelle che lo fanno pensano di non dover ripensare i loro modelli economici, perfino se basati sulle energie fossili”.

Secondo Greenpeace, al contrario, per attenuare il problema dei cambiamenti climatici occorre “seguire le conclusioni degli esperti dell’Ipcc”, il Gruppo di esperti sul clima delle Nazioni Unite. Ovvero “al contempo ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e aumentare la capacità di assorbire CO2, in particolare grazie agli ecosistemi forestali. Limitarsi a compensare crea un diversivo, poiché lascia passare l’illusione secondo la quale possa bastare una soluzione che comporta uno sforzo soltanto relativo”. Mentre per salvare il Pianeta, anche partendo dalle foreste, occorrono misure immediate e drastiche.

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