Il traffico internazionale di armi non si ferma

I paesi hanno fame di armi, mentre i loro abitanti hanno fame. Il traffico di armi nel mondo è cresciuto negli ultimi cinque anni secondo il Sipri.

La crisi economica ha tagliato produzione e consumi in quasi ogni settore della nostra società. Uno dei pochi che continua a crescere e a far registrare dati positivi è quello delle armi. Secondo il nuovo rapporto Trends in international arms transfers dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), il traffico internazionale di armi è cresciuto del 14 per cento nel quinquennio che va dal 2009 al 2013, rispetto a quello precedente (2004-2008).

 

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L’India compra tutto

Il dato che sorprende di più riguarda l’India. In cinque anni le sue importazioni sono aumentate del 111 per cento diventando il paese che spende di più in assoluto. A livello percentuale, l’aumento più consistente è stato, guardacaso, del Pakistan (119) che confina con l’India e con essa ha un conto in sospeso sulla sovranità del Kashmir. Regione contesa con un terzo soggetto, la Cina, che si piazza al secondo posto per soldi spesi per importare armi. Gli altri due paesi che spendono di più al mondo sono Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Questi cinque paesi messi insieme hanno accumulato il 32 per cento di tutte le armi vendute tra il 2009 e il 2013.

 

Americani e russi uniti nelle esportazioni

Sul lato delle esportazioni, i cinque principali paesi produttori sono Stati Uniti (29 per cento del totale), Russia (20), Germania (7), Cina (6) e Francia (5). Insieme vendono il 74 per cento del totale, anche se in realtà bastano Washington e Mosca per superare la metà. E quando il dato è stato registrato, il caso Crimea non si poteva nemmeno immaginare. L’Italia si conferma uno dei principali esportatori posizionandosi al nono posto, dopo Regno Unito, Spagna e Ucraina.

 

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Il senso del Nobel per la Pace all’Europa in un dato

Ultima nota sull’aumento delle importazioni nel continente africano e sul calo in quello europeo. In Africa l’aumento è stato del 53 per cento, soprattutto a causa dei conflitti in corso in Sudan e Uganda. In Europa la diminuzione è stata del 25 per cento, confermando l’assoluta assenza di potenziali focolai grazie alla pace e alla stabilità che l’Unione europea è riuscita a portare nel Vecchio continente dopo la Seconda guerra mondiale. Alla luce di questo dato, il premio Nobel per la Pace assegnato a Bruxelles nel 2012 assume tutto un altro significato.

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