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Uranio impoverito, bombe, radiazioni, combustibili, pozzi petroliferi in fiamme. Una guerra devastante per le popolazioni locali e il patrimonio culturale iracheno, ma anche per l’ambiente, gli animali e l’ecosistema. Lo ribadisce un dossier di BirdLife International.
Il Pentagono ha reso noto che in guerra saranno ancora
utilizzate munizioni all’uranio impoverito contro i carri armati
iracheni. Secondo ufficiali del ministero della Difesa, le schegge
con uranio impoverito non rappresentano un pericolo per la salute.
Ma dopo il primo conflitto in Iraq molti militari di tutti i paesi
che vi presero parte si ammalarono di quella che fu definita
“sindrome del Golfo”: sotto accusa è proprio l’uranio
impoverito, che avrebbe messo i militari, non solo americani, in
pericolo di vita.
L’uranio impoverito non è l’unica ombra nera che si estende
sul territorio iracheno. BirdLife International (la più
grande rete mondiale per la difesa della natura e degli uccelli) ha
presentato un dossier con informazioni, mappe e fotografie all’Unep
(United Nations Environment Programme), ai cinque membri permanenti
del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Cina, Francia, Russia, Gran
Bretagna e USA) e al Governo dell’Iraq basato sullo studio degli
effetti sull’ambiente della Guerra del Golfo. Il documento,
disponibile in Internet, indica le minacce che
gravano sulle popolazioni locali, sulle specie animali e vegetali e
sul prezioso sistema di zone umide dell’area del Golfo nel caso di
conflitto in Iraq. Distruzione di habitat naturali e di animali
selvatici. Inquinamento da incendi e rilascio di petrolio
nell’ambiente. Contaminazione chimica e radioattiva. Cancellazione
di zone umide e di foreste. Desertificazione. Estinzione di specie
endemiche. Cancellazione di siti
archeologici…
Un’area già duramente provata dalle guerre Iran-Iraq
(1980-1988) e dalla Guerra del Golfo del 1991, che videro anche,
nel primo caso, l’uso di gas tossici, armi chimiche, napalm, e nel
secondo la dispersione di elementi contaminanti causa della
“sindrome del Golfo”.
Gli anni ’90, in particolare, come aveva già sottolineato un
rapporto dell’Unep intitolato The Mesopotamian Marshlands, hanno avuto un
“effetto devastante sulle popolazioni e sulla fauna selvatica, con
implicazioni significative per la biodiversità mondiale,
dalla Siberia al Sud dell’Africa”. Secondo l’Unep molti mammiferi e
pesci che vivevano nelle zone paludose della Mesopotamia si sono
addirittura estinte, mentre la pesca praticata lungo le coste del
Nord del Golfo Arabico, che riforniva il 60% del pesce consumato in
Iraq, ha subìto un improvviso declino.
Il Golfo Arabico è un crocevia fondamentale per centinaia di
migliaia di uccelli acquatici che stanno migrando; è uno dei
cinque siti più importanti al mondo per i trampolieri
svernanti. Il solo territorio iracheno ospita moltissime aree
importanti per gli uccelli (42 Iba – Important Bird Areas) con
decine di specie di uccelli già in pericolo
d’estinzione.
Nelle Iba dell’Iraq e dell’intera area mesopotamica gravitano 16
specie di uccelli minacciate di estinzione, dieci specie e
sottospecie endemiche delle zone umide. L’appello di BirdLife
International, a cui si è associata la Lipu-BirdLife Italia:
“Chiediamo che si fermi la guerra e che si eviti la distruzione del
patrimonio ambientale e culturale iracheno, che costituiscono un
unico e insostituibile valore per l’umanità”.
Stefano Carnazzi
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