La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
La deputata laburista Jo Cox aveva dedicato buona parte della sua vita alla lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Lascia un marito e due figli.
Jo Cox, 41 anni, era una deputata del partito laburista inglese. È stata uccisa il 16 giugno a Birstall, cittadina nel nord dell’Inghilterra. Non era un personaggio politico particolarmente in vista nel panorama britannico. Ma le sue origini sociali, il suo percorso e il suo posizionamento nettamente contrario all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ne hanno fatto un bersaglio.
Ad ucciderla, secondo le informazioni fornite dalla stampa locale, sarebbe stato infatti Thomas Mair, 52 anni, già “militante devoto” di un gruppo neonazista degli Stati Uniti, secondo quanto affermato da un’organizzazione che si batte per i diritti civili. Un testimone ha dichiarato al Telegraph che l’assassino avrebbe gridato “Britain first!” (prima la Gran Bretagna) mentre uccideva Cox.
Quest’ultima era nata nel 1974 a Batley, nel West Yorkshire, da una famiglia modesta. Sua madre era segretaria in una scuola e il suo papà operaio in una fabbrica di Leeds. Nonostante ciò, è riuscita a farsi largo fin dal suo percorso formativo, culminato con la laurea a Cambridge nel 1995. “È stato all’università – raccontava – che ho preso coscienza di quanto incida nella vita il luogo in cui si è nati. Il modo in cui si parla, il tipo di relazioni che si anno”.
A partire dal 2002, Jo Cox lavora per una serie di ong in giro per il mondo, lottando contro la povertà e le discriminazioni. Ha partecipato ad alcune campagne di Oxfam e di Save the Children: “Mi sono trovata di fronte a situazioni orribili, come quelle delle donne violentate nel Darfur. E ancora i bambini soldato che uccidevano a colpi di kalashnikov i loro stessi familiari”.
Quindi la deputata ha lavorato presso la sede delle Nazioni Unite di Bruxelles, ed è stata consigliera di Sarah Brown, la moglie dell’ex primo ministro inglese Gordon. Una volta eletta, è diventata vice presidente del gruppo parlamentare specializzato sulla Siria, nonché presidente della rete delle donne laburiste. Con uno sguardo sempre proteso verso l’associazionismo: l’impegno recente era con l’organizzazione Freedom Fund, che lotta contro le forme di schiavitù.
In contrasto con la linea ufficiale del proprio partito, nel dicembre del 2015 decise di astenersi (assieme ad un pugno di deputati) nella votazione che diede il via libera ai bombardamenti aerei contro lo Stato Islamico in Siria. In quell’occasione, rivolgendosi al governo, chiese “di adottare misure serie per riorganizzare la strategia di protezione della popolazione civile. È solo difendendo la gente comune che potremo battere l’Isis”.
My hubby @MrBrendanCox & children taking part in the battle of the #Thames – because we’re #StrongerIn #Remain pic.twitter.com/6JNMnQ4Zfg
— Jo Cox MP (@Jo_Cox1) 15 giugno 2016
Sorridente e sempre elegante, Cox viveva con suo marito Brendan e i due figli Lejla e Cuillin su una casa galleggiante sulle rive del Tamigi, non lontano dal Tower bridge, a Londra. Per andare a Westminster utilizzava sempre una bici. Mercoledì, prima di morire, aveva manifestato a bordo di un gommone con in mano una bandiera bianca con la scritta “In”: la sua campagna per il mantenimento del Regno Unito nell’Ue si è fermata lì. Assieme alla sua vita.
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