Lagos, la metropoli sommersa dai cambiamenti climatici

Lagos, capitale economica della Nigeria, nel 2050 potrebbe essere completamente sommersa. A causa delle attività umane e della risalita degli oceani

Da uno a quattro metri all’anno. Il ritmo di erosione delle coste dell’Africa occidentale – secondo un’analisi della Banca mondiale – è semplicemente impressionante. L’oceano Atlantico avanza, spinto dallo scioglimento dei ghiacci polari e dalle correnti. Distruggendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Compresa la megalopoli di Lagos, in Nigeria, con i suoi 21 milioni di abitanti.

Lagos: 21 milioni di abitanti e una crescita incontrollata

La capitale economica dello stato africano è una delle più grandi città del mondo. Dagli anni Settanta, quando ospitava soltanto 1,4 milioni di persone, si è espansa ad un ritmo vertiginoso. Ed è proprio questa dinamica a rappresentare una delle concause delle inondazioni che cominciano a sommergerla.

I cambiamenti climatici non sono infatti l’unica causa del problema a Lagos. Per costruire gli edifici che ospitano la popolazione urbana – la maggior parte dei quali è sul livello del mare – per anni e anni è stata recuperata sabbia dal mare. Tonnellate e tonnellate dragate ovunque. Tanto che – secondo dati del governo nigeriano riferiti dall’agenzia Afp – nel fondale antistante la città sono presenti crateri profondi anche otto metri. A soli 25 metri dalla costa. Per questo la Nigerian Conservation Foundation ritiene che essa non sia più in grado di proteggere la metropoli: essa potrebbe risultare perciò completamente sommersa già nel 2050.

La “Dubai d’Africa” e la diga da 8,5 chilometri

Ciò nonostante, i progetti incompatibili con la conservazione del territorio continuano a svilupparsi. È il caso di Eko Atlantic City https://www.ekoatlantic.com: un’isola artificiale di fronte a Lagos che dovrebbe, nelle intenzioni dei promotori, rappresentare “la Dubai d’Africa”. Su di essa dovrebbero sorgere grattacieli, appartamenti di lusso e il centro finanziario della Nigeria. Per una tale opera, si prevede di dragare più di 100 milioni di tonnellate di sabbia. “Di progetti come questi ce ne sono molti in Africa – spiega Maria Chiara Pastore, docente del dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano -, perché si cerca di costruire un nuovo tipo di offerta per la classe dirigente. Con costi ambientali che sono però enormi”.

Assieme all’isola del lusso, c’è un altro progetto mastodontico a Lagos. Una “grande muraglia” finanziata da investitori privati: un’immensa diga lunga 8,5 chilometri, costituita da 100mila blocchi di cemento. Che, assicurano i promotori, “reggerà anche a tempeste che si verificano una volta ogni mille anni”.  

“Infrastrutture che potrebbero nascere già vecchie”

Essa dovrebbe proteggere anche Victoria Island, attuale cuore finanziario del paese e quartiere altolocato della città africana. “Ma la realtà – prosegue Pastore – è che spesso questi progetti titanici in Africa si scontrano con il problema dei tempi. Tra il progetto, le autorizzazioni e la realizzazione spesso passano molti anni. E il rischio è di ritrovarsi con infrastrutture già obsolete. O non del tutto adeguate alla situazione, considerando che soprattutto in queste realtà la crescita è spesso ‘informale’, incontrollata. Senza contare che con i cambiamenti climatici gli standard verranno modificati inevitabilmente”.

Il sito ufficiale di Eko Atlantic City spiega che “dal 2005 la costa nella zona è minacciata. La strada costiera è scomparsa e le inondazioni si sono moltiplicate, mentre moltissime case sono state abbandonate”. Problema: gli sviluppatori del progetto sono gli stessi che edificano Eko Atlantic City (anch’essa sarà protetta dalla “muraglia”).

Occorre riforestazione e ripensare le metropoli

“Molte grandi metropoli africane – specifica Pastore – affacciano sul mare. Ciò è un’eredità del colonialismo, che necessitava di porti per far partire le risorse naturali. Attorno, le opere di deforestazione sono state in molti casi immense, assieme alla cementificazione urbana che rende il suolo incapace di assorbire l’acqua. Tutto ciò non fa che aggravare i problemi legati ai cambiamenti climatici, agli eventi meteorologici estremi e alla risalita del livello degli oceani: il rischio è di osservare nei prossimi decenni inondazioni provenienti dalle coste e piene in arrivo dall’interno”.

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I danni provocati dal ciclone Idai in Mozambico © Yasuyoshi Chiba/Afp/Getty Images

Per questo, secondo la docente del Politecnico di Milano, “è necessario da una parte avviare opere di riforestazione. Dall’altra ripensare l’urbanizzazione, attraverso la pianificazione“. Detto ciò, però, “per parte delle metropoli costruite lungo le coste, con la risalita del livello degli oceani ci sarà un’unica soluzione: l’evacuazione. Il caso di Beira, in Mozambico, è emblematico in questo senso”.

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