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Anche in Europa l’agricoltura familiare si scontra con gli appetiti dei grandi investitori stranieri e delle grandi aziende agricole.
Quando si parla di land grabbing, ossia di accaparramento delle terre agricole da parte di grandi investitori, si pensa di solito ai paesi in via di sviluppo: alle migliaia di ettari africani convertita in campi di cotone, alle foreste asiatiche distrutte dalle piantagioni di palma, alla foresta brasiliana rasa al suolo per produrre legna. Se si parla di Europa, è spesso perché proprio nel vecchio continente hanno sede gli investitori in questione. Un errore, secondo Transnational Institute, ong che a fine 2016 ha pubblicato un rapporto dedicato ai casi di land grabbing che riguardano proprio le terre agricole europee per conto della campagna internazionale Hands on the land.
Interrogando il database Land Matrix, la più importante fonte di dati pubblica sul land grabbing nel mondo, si scopre che ad oggi quasi 280.000 ettari di terreni sono stati oggetto di accaparramento in Europa. Gli appetiti degli investitori arrivano ovunque – compreso nel cuore della Francia, dove una società cinese ha fatto scalpore acquistando 1.600 ettari – ma la stragrande maggioranza dei cinquanta contratti repertoriati da Land Matrix riguarda la Romania, dove oggi si stima che almeno il 10 per cento delle terre agricole appartenga a investitori extraeuropei e un altro 20-30 per cento sia nelle mani di investitori europei. Fra questi ultimi, spiccano per numero di contratti firmati i danesi, seguiti a pari merito da tedeschi e italiani. Attorno alla città di Timisoara, ad esempio, si stima che quasi un terzo della superficie agricola, pari a 150mila ettari di terre, sia nelle mani di compagnie di proprietà italiana.
Quando si parla di land grabbing, le statistiche non dicono, o piuttosto non vedono, tutto. In Polonia ad esempio, secondo le cifre ufficiali, solo una piccola parte dei terreni sarebbe passato sotto il controllo di investitori stranieri. Questo perché le statistiche non sanno riconoscere i prestanome di cui gli investitori stranieri si servono senza scrupolo. È così che ad esempio 200mila ettari nella provincia della Pomerania occidentale sono finiti nelle mani di compagnie estrattive olandesi, tedesche e britanniche. Qualcosa di simile accade in Ungheria dove, scavando un po’, si arriva a stimare che già nel 2013 un milione di ettari, pari a più del 10 per cento della superficie agricola del paese, erano passati in mani straniere.
Gli affari dei grandi investitori – col loro strascico di malversazioni e corruzione – non devono però distogliere l’attenzione da un altro fenomeno che in Europa è strettamente connesso all’accaparramento delle terre: la crescente concentrazione della proprietà della terra. In uno studio commissionato dal Parlamento europeo e presentato nel giugno 2015 si precisa come, nel 2012, ancora l’84 per cento delle aziende agricole europee è a gestione familiare e più della metà (il 69 per cento) occupa meno di cinque ettari. Ma la tendenza alla concentrazione è inesorabilmente già in azione. Fra il 2003 e il 2013 il numero di aziende sotto i 10 ettari si è ridotto di un terzo e la terra che rappresentano è calata di una superficie pari a quella dell’Irlanda. Nello stesso tempo le più grandi aziende si estendono di oltre il 15 per cento. In paesi come la Bulgaria e la Slovacchia, il 2-3 per cento delle aziende sono proprietarie di più dell’80 per cento della superficie agricola del paese. A livello del continente, pur essendo solo il 3,1 per cento di tutte le aziende, le grandi proprietà di oltre 100 ettari controllano la metà delle terre agricole. Un tasso di concentrazione pari, se non superiore, a quello di paesi come il Brasile, la Colombia o le Filippine.
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