Le bugie uscite dal Family day

Chi ha organizzato il Family day il 30 gennaio a Roma ha anche organizzato una campagna di comunicazione piena di falsità. Una campagna contro l’affermazione dei diritti umani e dell’uguaglianza.

Due milioni di partecipanti è una menzogna detta da persone che mentono sapendo di mentire. Una cifra gettata a caso visto che al Circo Massimo – inclusi gli immediati dintorni – è possibile un’affluenza massima di 250mila persone.

 

I bambini vengono sempre ascoltati in caso di richiesta di adozione, è consuetudinario, è una routine consolidata per prassi e per giurisprudenza in tutta l’Unione europea. Non esiste una sola pratica di adozione di un bimbo o di un ragazzo nella quale esso non venga audito dai servizi sociali, esattamente come nelle cause di separazione. È così da anni, e questa quindi è un’ulteriore falsità di Manif pour tous. Chi mente, ipotizzando “adozioni forzate, con bambini trattati come oggetti”, distorce la realtà e passa automaticamente dalla parte del torto, perdendo il diritto ad essere ascoltato con la considerazione che altrimenti meriterebbe.

 

La questione non è tra diritti delle persone omosesessuali contrapposti ai diritti delle persone eterosessuali. La famiglia tradizionale merita totale e assoluto rispetto, perché senza famiglia tradizionalmente intesa, tesa alla procreazione, non esisterebbe più il pianeta, e vorrei che il mondo LGBT – giustamente arrabbiato, perché vessato e maltrattato da anni – questo non lo dimenticasse mai. Ma la famiglia tradizionale non perde proprio nulla dall’affermazione dei diritti delle persone con diverso orientamento sessuale: si possono varare incentivi per la famiglia tradizionale e nel contempo difendere i diritti di persone che non possono continuare ad essere considerati cittadini di serie B.

 

Non esiste alcun utero in affitto*. Scorrendo l’intero disegno di legge per le coppie di fatto non si trova mai alcun accenno alla cosiddetta pratica dell’utero in affitto (maternità surrogata) ne tanto meno alle altre pratiche che tanto allarmano i gli ultraconservatori: la pratica dell’utero in affitto rimane vietata nel nostro Paese.

Non esiste alcuna adozione gay*. Attualmente i figli delle coppie gay hanno solo il genitore naturale come genitore legittimo, l’altro è un estraneo. La stepchild adoption, recependo anche sentenze della Cassazione, permette al nuovo compagno/a di un cittadino/a eventualmente divorziato/a che decida di rifarsi una vita con un compagno/a dello stesso sesso, di diventare genitore a tutti gli effetti, dando unità alla nuova famiglia. Le adozioni normalmente intese, invece, restano una prerogativa delle coppie eterosessuali.

 

Si dia il caso che una coppia etero si “spezzi” e che il marito si dia alla macchia o non riconosca il bambino, cosa meno rara di ciò che si possa pensare; sia dia il caso che il coniuge rimanente, donna, si risistemi; ebbene, perché se il nuovo compagno di lei è uomo può adottare il bimbo, mentre se è donna – presumibilmente lesbica in questo caso – non può…? Questa è una discriminazione, una violazione del diritto costituzionale all’uguaglianza dei cittadini. È anche bene ricordare che tutti i bambini che le coppie gay vorrebbero adottare sono figli di famiglie tradizionali che li hanno abbandonati. Questo è un “dettaglio” che i membri di Manif pour tous e i loro alleati – nella loro foga omofobica – si dimenticano sempre.

 

Possiamo immaginare un mondo dove le parole “lesbica” e “omosessuale” non generino disgusto, alzata di sopracciglia, dubbi, riserve? Chi lo fa è egodistonico e ha problemi seri a rapportarsi con persone con un orientamento sessuale diverso dal proprio. Anni fa ho avuto una relazione con una ragazza belga, Geraldine, deliziosissima, con la quale sono stato un anno e mezzo; poi si è felicemente sposata e ora ha tre splendidi bimbi, due suoi e uno dell’attuale marito, che l’ha scelta come compagna di vita dopo un suo precedente matrimonio, un altro esempio di famiglia “non tradizionale”, se vogliamo. Ebbene, all’epoca Lei – da eterosessuale – frequentava quasi solo locali e discoteche gay perché diceva che si trovava meglio, si divertiva di più, c’era molta meno droga che nei locali etero, e nessuno la importunava. Sono scelte, ma posso garantire che mai e poi mai quella ragazza ha avuto parole di spregio o anche solo di presa di distanza da qualunque gay o lesbica, perché una persona “serenamente etero” non ha di questi problemi. Chi ha riserve o peggio schifo per il mondo omosessuale andrebbe curato.

 

Le prese di posizione di molti partecipanti al Family day sono l’anticamera della discriminazione. Basta vedere le interviste realizzate al Circo Massimo: queste persone disprezzano gay e lesbiche, o nella migliore delle ipotesi provano per quel mondo una gelida indifferenza: è come quando ci si girava dall’altra parte, nel 1939, quando veniva discriminato un ebreo, dicendo: “non lo discrimino io, semplicemente non mi interessa la sua storia, la sua vita e la sua sorte”. Di li alla repressione, al “lasciar fare”, al girarsi dall’altra parte dopo un pestaggio, una violenza o una discriminazione, è un attimo.

 

A causa di chi ha manifestato al Circo Massimo la scuola italiana è indietro di 20 anni. L’Italia è l’unico paese in Europa dove nelle aule di studio non si parla apertamente e serenamente di diversità, di educazione sessuale, di formazione contro il razzismo omofobico, e ciò accade perché per alcuni adulti è “tabù”: alcuni genitori rivendicano il diritto di “parlarne loro a casa”, salvo poi parlarne ai propri figli in modo velatamente sprezzante, come un qualcosa dal quale stare lontani. Questi genitori hanno obiettivi problemi di relazione con ciò che è diverso da loro, e stanno chiedendo allo Stato il permesso di fare i razzisti nel chiuso delle loro mura domestiche: questo è inaccettabile, perché il rispetto dei diritti delle persone è un valore da tutelare oggettivamente, non è soggettivamente a disposizione solo di chi vuole applicarlo.

 

Non esiste un solo paese nell’intero mondo civilizzato che non abbia una legge per normare i diritti delle coppie di fatto, siano eterosessuali o omosessuali. E allora, sogno un mondo dove le mamme e i papà biologici possano godere di incentivi e sostegno e assistenza per fare ciò che di più bello al mondo si possa fare: accendere e far crescere una nuova vita. Sogno un mondo dove fin dalle scuole s’insegni cosa significa “diverso orientamento sessuale” con metodi e linguaggi adatti ai bambini – che, posso garantire, non si scandalizzano mai se le cose sono spiegate nel modo giusto – affinché non esista in loro razzismo quando crescono. Sogno un mondo dove un ragazzo gay non si suicidi perché vessato dai compagni di scuola. Sogno un mondo dove, se il bambino è d’accordo, non vi sia alcun problema a farlo crescere in una famiglia non tradizionale se quella è la migliore soluzione per lui in quel momento e dove la società che lo circonda non lo faccia sentire colpevole, diverso o sbagliato dal momento che quasi sempre il problema non è affatto del bambino, bensì è creato ad arte da chi lo circonda.

 

Un mondo del genere non è utopia, esiste già in molti paesi, è sufficiente un piccolo colpo di reni per vederlo realizzato anche in Italia. Quello che ho descritto non sarà un mondo perfetto – nessun mondo lo è – ma sarà un mondo più in armonia e con più amore di quello immaginato da chi pochi giorni fa ha manifestato per impedire una svolta di civiltà che il paese attende da decenni.

 

*L’articolo è stato modificato rispetto alla data di pubblicazione. I paragrafi quarto e quinto sono stati aggiunti su richiesta dell’autore in data 3 febbraio 2016
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