Non lasciamo che la Terra diventi un “Pianeta di plastica”

Non lasciamo che la Terra diventi un “Pianeta di plastica”

La plastica nuoce agli oceani, all’ambiente, al clima e anche alla nostra salute. Cosa si può fare per tornare a “respirare”.

powered by Coop

La plastica è ovunque, anche dove non immaginereste di trovarla. Provate ad aprire il vostro frigorifero. Pareti, scompartimenti, cassetti: forse non ci avete fatto caso, ma è fatto tutto in gran parte di plastica. “Dentro però – vi direte – conserviamo cibo”. Vero. Ma esso, in gran parte, è venduto in contenitori, involucri, buste e barattoli di plastica. E dentro potrebbe esserci, ad esempio, del pesce. Che a sua volta potrebbe nascondere, invisibile, della microplastica

La plastica, dunque, è un problema locale, nazionale e globale. Cittadini, imprese e associazioni di tutto il mondo ormai da anni si mobilitano per cercare di limitarne l’uso, incrementarne il riciclo e promuoverne una produzione sostenibile fondata sul modello dell’economia circolare.  Un nuovo modo di vedere i prodotti e i servizi che tenta di replicare il ciclo vitale naturale: ogni fine è un nuovo inizio.

In Italia, in particolare, è stata introdotta una “plastic tax” per disincentivare l’utilizzo non necessario di questo materiale. In Europa è stata approvata una normativa che punta ad eliminare bicchieri, piatti, posate e tutti gli altri prodotti monouso. E anche le Nazioni Unite hanno avviato politiche volte a contrastare la diffusione incontrollata della plastica.

Risultati importanti, raggiunti grazie ad una forte spinta da parte di cittadini, consumatori, organizzazioni non governative. La crisi generata dal coronavirus e la volontà di numerosi governi di riavviare nel più breve tempo possibile i sistemi economici, tuttavia, rischiano di vanificare tali sforzi. Complice la lobby dei produttori che già chiede il rinvio, se non la cancellazione, di paletti e normative.

È vitale non abbassare la guardia. Seguire esempi virtuosi come quelli di alcuni colossi della grande distribuzione organizzata: a partire dai casi dell’italiana Coop, della francese Leclerc e delle britanniche Tesco e Morrison. Impegnarsi personalmente per modificare i nostri consumi e le nostre scelte quotidiane. Chiedere alle istituzioni di agire e di non tornare sui loro passi.

1. L’impatto sugli ecosistemi

La plastica è ovunque: nelle nostre case esattamente come nel Pianeta (la produzione mondiale di plastica è passata dai 2,3 milioni di tonnellate del 1950 ai 448 milioni del 2015). Sulle cime delle montagne più alte così come sui fondali degli oceani. Si stima che vengano gettate in mare 15 tonnellate di rifiuti di plastica al minuto. Il che significa 8 milioni di tonnellate all’anno.

    FOCUS: I numeri della plastica
  • 5mila miliardi di pezzi di plastica galleggiano già nei nostri oceani
  • Il 73 per cento dei rifiuti presenti sulle spiagge è di plastica
  • La produzione mondiale di plastica è passata dai 2,3 milioni di tonnellate del 1950 ai 448 milioni del 2015
  • Il 12 per cento dei rifiuti di plastica viene incenerito, il 9 per cento riciclato, il 79 per cento è gettato in discariche o nell’ambiente
  • Nel mondo si stima venga venduto un milione di bottiglie di plastica al minuto
  • Le stime sul tempo di degradazione della plastica vanno da 450 anni all’infinito
  • Più del 40 per cento dei prodotti di plastica viene utilizzato una sola volta
  • Fonte: National Geographic

Un inquinamento insostenibile che, secondo l’Unesco, è responsabile della morte di 100mila mammiferi marini ogni anno, e che a vario titolo colpisce centinaia di specie. Il 70 per cento della plastica che, una volta gettata, galleggia sull’acqua finisce poi sui fondali. Ciò significa che quella visibile ai nostri occhi non è che la punta dell’iceberg.

Si può trovare una bottiglia d’acqua accartocciata perfino nelle foreste più remote del mondo o nei ghiacci artici, fino alle spiagge isolate nelle quali le tartarughe depositano le uova. Non sappiamo esattamente quanto tempo serva affinché questi prodotti, fabbricati a partire dal petrolio, si degradino. Sappiamo però che possono trasformarsi in microparticelle e che queste, una volta finite nel terreno, nei fiumi e nei mari, sono pressoché impossibili da eliminare. 

La Terra è sommersa dai rifiuti di plastica

Gran parte della plastica che consumiamo non viene riciclata

E molta finisce negli oceani

Prima galleggiando, poi precipitando nei fondali

I rifiuti si trasformano quindi in microplastiche, che vengono mangiate da pesci e uccelli marini, entrando così nella catena alimentare

E arrivando anche sulle nostre tavole

Secondo i dati riferiti dal Wwf nel 2019, il mar Mediterraneo da solo inghiotte ogni anno circa 600mila tonnellate di plastica sui 24 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti dai 22 paesi che affacciano sul bacino (dunque non solo quelli europei).

Il volume dei rifiuti di plastica potrebbe raggiungere le
300 milioni di tonnellate di qui al 2030

sulla base delle previsioni attuali di crescita della popolazione

e dell’attuale produzione di rifiuti da parte degli abitanti del Pianeta.

plastica riciclo
Un impianto per il riciclo di plastica a New York, negli Stati Uniti © Spencer Platt/Getty Images

2. Il riciclo della plastica è ancora troppo scarso

Anche i rifiuti accumulati sui nostri territori creano enormi problemi: riempiono le discariche e spesso vengono bruciati negli inceneritori, se non a cielo aperto. Alcune plastiche, poi, contengono ed emettono sostanze chimiche pericolose per la salute degli animali e degli esseri umani.

Secondo i calcoli dell’organizzazione Greenpeace, soltanto una porzione del tutto marginale della plastica prodotta in tutto il mondo (il 9 per cento) viene effettivamente riciclata: “Anche nei paesi sviluppati, il tasso di riciclo del materiale proveniente dalla raccolta differenziata delle famiglie è spesso molto inferiore al 50 per cento. Una piccolissima parte di tale quantità viene riutilizzata per fabbricare imballaggi. La maggior parte dei rifiuti trasformati viene ritrovata in prodotti a basso valore o non più riciclabili. Il che significa che il processo ha semplicemente l’effetto di ritardare l’ineluttabile viaggio verso la discarica”.

Spesso, poi, il problema viene delocalizzato. La maggior parte dei rifiuti prodotti nel Nord del mondo finisce così per inondare i paesi del Sud. Prima di bloccarne il commercio, nel 2018, la Cina da sola importava otto milioni di tonnellate di plastica all’anno, la stessa quantità che finisce negli oceani ogni anno. Oggi, il flusso si concentra soprattutto nel Sudest asiatico, dove però spesso mancano infrastrutture adeguate. La stessa esportazione implica inoltre enormi costi ambientali in termini di emissioni di gas ad effetto serra

3. L’impatto della plastica sul clima

Per questo, l’impatto del ciclo della plastica sul clima è particolarmente grave. Senza cambiamenti radicali, sia nei sistemi di produzione che nei consumi, si rischia di vanificare gli sforzi che la comunità internazionale sta tentando di effettuare per limitare la crescita della temperatura media globale a un massimo di 2 gradi centrigradi, entro la fine del secolo, come indicato dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015.

La plastica, infatti, è fabbricata al 90 per cento a partire da combustibili fossili. Un recente rapporto del Center of international environmental law (Ciel) ha spiegato che l’inquinamento prodotto dagli inceneritori a livello mondiale è pari a quello di 189 centrali a carbone. Lo stesso documento stima che le emissioni di CO2 legate alla produzione di plastica potrebbero essere comprese tra il 10 e il 13 per cento del totale mondiale nel 2050. E tale materiale, sempre alla metà del secolo, potrebbe essere responsabile di un quinto del consumo mondiale di petrolio.

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Liberiamo i mari dalla plastica

Il business è talmente florido che alcuni ritengono possa persino tenere in vita le industrie petrolifere. Ne è convinta l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), che in un’analisi del 2018 ha spiegato che il comparto petrolchimico potrebbe rappresentare il nuovo eldorado del settore fossile. La crescita della temperatura media globale ha convinto infatti alcuni governi e numerose grandi metropoli ad impegnarsi nel vietare la circolazione dei camion e delle automobili più inquinanti. Dall’altro, per sostenere la mobilità pulita.

Immaginate un mare nel quale i pesci siano costretti a nuotare facendosi largo tra frammenti di plastica di ogni provenienza e dimensione

Nel quale immergendosi si abbiano molte più probabilità di trovare una bottiglia che un’acciuga

Uno scenario da film dell’orrore? 

No, è la dura realtà che, purtroppo, il mondo avrà di fronte ai suoi occhi nel 2050

A spiegarlo è un report realizzato dalla fondazione Ellen MacArthur, assieme al centro studi McKinsey, e presentato al forum economico di Davos del 2016

Secondo l’analisi, il rapporto tra le tonnellate di plastica presenti negli oceani e quelle di pesce, che attualmente è di uno a cinque, diventerà di uno a tre già nel 2025

Quindi, un quarto di secolo più tardi, il quantitativo di pesce presente nel mare sarà inferiore rispetto a quello di rifiuti di plastica

Di fronte alla sfida climatica e ambientale che impone un cambiamento di rotta, i produttori di petrolio stanno così puntando proprio sulla plastica. Secondo il rapporto dell’Aie, infatti, la produzione mondiale potrebbe aumentare vertiginosamente nei prossimi decenni: del 30 per cento entro il 2030 e del 60 per cento entro il 2050. Il che farà arrivare il totale mondiale a circa un miliardo di tonnellate all’anno: l’equivalente di quello attuale di acciaio e cemento.

“Si tratta di uno dei binari morti del dibattito sull’energia – ha commentato Fatih Birol, direttore generale dell’Aie, secondo quanto riferito dal quotidiano francese specializzato in sostenibilità Novethic –. Le nostre economie dipendono fortemente dalla produzione dei petrolchimici, ma il settore non è sufficientemente sotto i riflettori”.

4. Le decisioni delle autorità europee e italiane

Negli ultimi anni, tuttavia, le autorità internazionali hanno cominciato a muoversi. Nel marzo del 2019, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una legge che vieta l’uso di oggetti in plastica monouso. Piatti, posate, cannucce e bastoncini cotonati: tutto ciò dovrà essere vietato sui territori dell’Unione europea a partire dal 2021. 

parlamento europeo emergenza climatica
La sede del Parlamento europeo a Strasburgo © Christopher Furlong/Getty Images

L’organismo legislativo comunitario ha quindi disposto nuovi obiettivi sul riciclo, chiedendo agli stati membri di raccogliere il 90 per cento delle bottiglie di plastica entro il 2029. Esse, inoltre, dovranno contenere il 25 per cento di materiale riciclato entro il 2025, e il 30 per cento entro il 2030. Frédérique Ries, relatrice del provvedimento di legge, aveva dichiarato: “Così ridurremo il danno ambientale di 22 miliardi di euro”. 

Il 6 marzo 2020, inoltre, l’Italia ha aderito al Patto europeo sulla plastica (European plastic pact) per accelerare sul riuso e il riciclo con soluzioni innovative per una transizione più rapida verso l’economia circolare. In questo modo anche il nostro paese si è impegnato ad investire nelle infrastrutture di raccolta e riciclo di rifiuti, prevedendo politiche fiscali di sostegno e sensibilizzando i consumatori.

5. Le iniziative delle Nazioni Unite

In precedenza, nel 1995 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) aveva adottato un Programma d’azione mondiale per la protezione dei mari contro l’inquinamento dovuto alle attività umane (Global programme of action, Gpa). Nel 2012, esso è stato poi affiancato dal Partenariato mondiale sui rifiuti marini. Nel 2019, inoltre, sono state adottate due risoluzioni: Lottare contro l’inquinamento provocato dai prodotti monouso di plastica e Rifiuti di plastica e microplastica nei mari. Esse prevedono di rafforzare il coordinamento e la cooperazione internazionale in materia. 

L’obiettivo sul lungo termine è di eliminare plastica e microplastica dagli oceani. Inoltre, le Nazioni Unite hanno conferito ad un gruppo di esperti un mandato per riflettere su sistemi di gestione internazionale dei rifiuti, al fine di studiare un possibile trattato sulla plastica. I risultati dello studio saranno illustrati nel corso della quinta Assemblea Onu per l’ambiente (riunione di 193 nazioni del mondo che si tiene regolarmente dal 2014), prevista per il 2021. 

Particelle di microplastiche sulla punta di un dito
La plastica viaggia nei fiumi fino al mare, qui, grazie al costante lavorio di onde e correnti, si disintegra in minuscoli frammenti che distribuiti in tutto il mondo dalle correnti marine ed entrano nella catena trofica risalendola fino al vertice © Mpca Photos/Flickr

Nel maggio del 2019, inoltre, alla Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento è stato aggiunto un allegato specifico sui prodotti di plastica. Ma anche numerosi altri documenti ufficiali citano il problema: dalla Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos) a quella di Londra sulla prevenzione dell’inquinamento negli oceani, fino a quella per la prevenzione dell’inquinamento prodotto dalle navi. 

6. Il dibattito sulla Plastic tax e il rischi nel post-coronavirus

La pericolosità della plastica per ecosistemi, ambiente, clima e salute umana è dunque ormai nota. Eppure in troppi continuano a contrastare le normative volte a limitarne la produzione e il consumo. La vicenda della plastic tax italiana è in questo senso emblematica. Si tratta di un’imposta sul consumo dei manufatti in plastica con singolo impiego, dunque non riciclabili. Accompagnata da incentivi per le aziende produttrici di prodotti in plastica biodegradabile e compostabile

    Cos’è la plastic tax

    Il comma 634 dell’art. 1 della L. 160/2019 ha introdotto una nuova “imposta sul consumo dei manufatti con singolo impiego”. La “plastic tax” punta, nelle intenzioni del legislatore, ad “arginare la crescente produzione di imballaggi e contenitori monouso di materie plastiche e la conseguente dispersione degli stessi nell’ambiente”. Attraverso la leva fiscale, si punta dunque ad “attuare un’inversione di tendenza nell’utilizzo comune dei prodotti di materiale plastico, promuovendo al contempo la progressiva riduzione della produzione e quindi del consumo di manufatti di plastica monouso”.  

    In termini concreti, l’imposta verrà applicata a numerosi prodotti di uso quotidiano, definiti “manufatti con singolo impiego” (Macsi). Ovvero, ad esempio, “le bottiglie, le buste e le vaschette per alimenti in polietilene, i contenitori in tetrapak utilizzati per diversi prodotti alimentari liquidi”. Ma anche i “contenitori per detersivi realizzati in materiali plastici” o quelli utilizzati “per la consegna delle merci quali elettrodomestici o apparecchiature informatiche, gli imballaggi in polistirolo espanso, i rotoli in plastica pluriball e le pellicole e film in plastica estensibili”. Sono tenuti a pagare la plastic tax i fabbricanti italiani, coloro che acquistano Macsi per le proprie attività economiche e chi li importa da paesi terzi. Il costo è stato fissato a 0,45 euro per chilogrammo.

Essa prevede un costo di 45 centesimi per ogni chilo di plastica, compreso il Tetra-pak. È stata una delle misure della legge di bilancio 2020 più contestate e discusse. Con la pandemia e la necessità di rilanciare il sistema economico, le voci contrarie alla tassa sono tornate, tanto da convincere il governo ad una riflessione ulteriore. Sfociata in un rinvio della plastic tax al 2021

Sulla plastica (così come in numerosi altri ambiti), il rischio è infatti che si scelga la strada della “ripresa ad ogni costo”. Ovvero che pur di rilanciare imprese e consumi si decida di ritardare, indebolire, se non addirittura cancellare le normative a tutela dell’ambiente e del clima. 

Un timore che negli Stati Uniti si è già trasformato in realtà. Le azioni intraprese per ridurre il consumo di plastica usa e getta sono state rimandate, se non annullate, a causa della pandemia di Covid 19. In alcuni stati – California, Massachusetts, Connecticut, New York e Maine – le leggi per vietare l’utilizzo di buste di plastica e favorire quelle riutilizzabili sono state sospese. In California, addirittura, sono stati prodotti in un mese 500 milioni di sacchetti di plastica in più. 

    Il super petrolchimico che vedrà la luce in Arabia Saudita

    Nove miliardi di dollari. È la cifra mostruosa che il colosso francese del petrolio Total, la compagnia di stato dell’Arabia Saudita Saudi Aramco e la multinazionale britannica Ineos prevedono di investire per la costruzione di un colossale complesso petrolchimico.

    Per l’azienda con sede a Londra, presieduta dal miliardario Jim Ratcliffe, si tratterà del primo grande investimento in Medio Oriente. Il denaro si concentrerà nel progetto Jubail 2: le tre aziende sperano di tagliare il nastro a tre fabbriche entro il 2024.

Più in generale, anche a causa dell’uso di mascherine, visiere e guanti, il consumo di plastica è aumentato durante il confinamento. E le prospettive dell’industria sembrano in crescita: “I consumatori stanno scegliendo di nuovo questo materiale. Gli imballaggi in plastica in particolare risultano estremamente importanti per rendere sicura la catena alimentare”, ha dichiarato Alexandre Dangis, direttore generale dell’associazione di categoria European plastics converters (EuPC). Che ha chiesto esplicitamente alla Commissione di Bruxelles di ritardare di un anno la normativa che vieta la plastica monouso.

Il post-coronavirus rischia dunque di rivelarsi estremamente dannoso per il processo di affrancamento dalla plastica: “È troppo presto per fare una valutazione – spiega Enrico Giovannini, anima sostenibile del comitato di esperti, la task force guidata da Vittorio Colao per il rilancio del sistema economico italiano –. Dovremo vedere come nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, come verranno gestiti dei fenomeni di breve termine, come nel caso dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, plastica monouso nei ristoranti, alberghi e bar). Perché il rischio, come qualcuno ha già paventato, è quello di tornare indietro”.

7. La Coop: caso virtuoso nella grande distribuzione

Fortunatamente, non tutti puntano a tale risultato. Ad esempio, nella grande distribuzione italiana – che tra imballaggi, prodotti in vendita e buste propone ai consumatori una grandissima quantità di plastica, in tutto il mondo – esiste un caso virtuoso. Quello della Coop.

Il tour di Coop per ridurre la plastica nei mari con LifeGate PlasticLess

Un tour di 25 tappe, per collocare altrettanti cestini mangia rifiuti – i Seabin – nelle acque di mari e fiumi italiani. È questo l’impegno preso dal gruppo con la campagna Le nostre acque e l’adesione al progetto LifeGate PlasticLess, pensato per diffondere consapevolezza sul tema dell’inquinamento da plastica e promuovere buone pratiche. Come quella dei Seabin, dispositivi galleggianti, in funzione 24 ore su 24, sette giorni su sette, con il compito di ripulire le acque. Capaci di raccogliere in media 500 chilogrammi di rifiuti di plastica all’anno, incluse le pericolose microplastiche e le microfibre.

Il cestino mangiaplastica installato al Porto antico di Genova © Alba Russo/LifeGate

La campagna inaugurata da Coop era stata anticipata già nel 2019, dall’installazione di un primo Seabin presso la Marina di Sestri Ponente, a Genova, dove in un solo anno il cestino ha raccolto ben 1.700 chilogrammi di rifiuti galleggianti. Un risultato eccezionale, dovuto a un posizionamento strategico e a un’oculata manutenzione.

Ora il tour prende il via da Firenze dove, il 16 luglio 2020, viene inaugurato il primo dei 25 Seabin che Coop collocherà lungo le coste dei mari e le rive di laghi e dei corsi d’acqua. Un viaggio che si concluderà nella stagione estiva del 2021 e che noi seguiremo e vi racconteremo in diretta. Le prime tappe ci porteranno a Pescara, a Genova, sul Lago Maggiore, a Castiglione della Pescaia e a Livorno. Strada facendo vi sveleremo, una ad una, anche le successive, in un virtuoso tour che contribuirà a rendere il nostro Belpaese ancora più bello e più pulito.

L’impegno di Coop sul tema della plastica

L’adesione al progetto PlasticLess si inserisce in una più ampia strategia di impegno ambientale ed economia circolare, portata avanti fin dagli anni Settanta da Coop.

Centrale in questo impegno è sempre stata la lotta all’inquinamento da plastica. Già negli anni Ottanta, infatti, l’insegna aveva iniziato a promuovere azioni di sensibilizzazione sul tema, puntando poi a una progressiva riduzione del packaging per i prodotti a marchio e in generale dell’uso della plastica nei suoi punti vendita. Un traguardo importante in questo senso fu quello raggiunto nel 2009, quando Coop anticipò di due anni la normativa, sostituendo i tradizionali sacchetti di plastica (circa 450 milioni l’anno immessi nell’ambiente) con le buste biodegradabili in amido di mais.

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Tra le azioni del futuro di Coop c’è l’impegno a rendere tutti gli imballaggi sostenibili © Ingimage

Un altro segno concreto dell’impegno portato avanti in questo ambito da Coop è stata l’adesione nel 2018 (unica insegna della grande distribuzione e fra le 50 imprese italiane aderenti) alla Pledging Campaign. Una scelta su base volontaria lanciata dalla Commissione europea per stimolare l’implementazione del mercato della plastica riciclata. L’adesione si è tradotta per Coop nell’obiettivo di raggiungere, nel 2025, un risparmio di plastica vergine di 6.400 tonnellate all’anno (corrispondenti al volume di circa 60 tir). Un intervento che eviterà l’immissione di 9mila tonnellate di CO2 in atmosfera.

Proseguendo a passo spedito su questa strada, inoltre, Coop si è imposta di anticipare al 2022 l’obiettivo stabilito dall’Unione europea per il 2030, di utilizzare – per i prodotti a marchio – solo imballaggi riciclabili, compostabili o riutilizzabili. Traguardo che l’insegna ha già raggiunto per la linea Viviverde, specificatamente dedicata alla tutela dell’ambiente.

Azioni e risultati concreti, ai quali si aggiunge l’adesione (firmata nel settembre 2019) alla Dichiarazione della Circular Plastic Alliance, voluta dalla Commissione europea, per promuovere la riduzione delle materie plastiche, aumentare la diffusione delle materie plastiche riciclate e stimolare l’innovazione del mercato.

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LIBERIAMO I MARI DALLA PLASTICA

Il progetto PlasticLess di Coop inaugurato a Firenze

L’inaugurazione del primo Seabin, installato da Coop con il progetto LifeGate PlasticLess, ha visto anche la partecipazione di autorità e istituzioni. Tra loro Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia, che ha dichiarato: “Abbiamo accolto favorevolmente la proposta di collaborazione con LifeGate. Ci piace iniziare idealmente la nostra nuova campagna da Firenze e dall’Arno, nel cuore della città, convinti che stiamo facendo un gesto concreto per migliorare l’ecosistema delle nostre acque. La riteniamo un’azione perfettamente coerente ai principi di sostenibilità ambientale a cui si ispira Coop”.

Presenti all’evento anche Francesco Vessichelli, Presidente Società Canottieri Firenze; Daniela Mori, presidente consiglio di sorveglianza Unicoop Firenze; Simone Molteni, direttore scientifico LifeGate e Vittorio Bugli assessore alla presidenza Regione Toscana. A conferma dell’importanza e del respiro dell’iniziativa. Che vuole rappresentare un esempio e un punto di partenza per il nostro Paese.

La mappa dei Seabin installati
grazie alla partnership tra Coop e LifeGate

I rifiuti raccolti finora dai Seabin della campagna Le nostre acque

1.766,00Kg
rifiuti galleggianti

=

353.200
sacchetti di plastica

Seconda tappa: porto turistico Marina di Pescara

Dalle acque dolci dell’Arno a quelle salate del mare Adriatico, e precisamente del Porto turistico Marina di Pescara. Anche qui, il 24 luglio, è arrivato il cestino mangia plastica Seabin della campagna Coop Le nostre acque. Un impegno preso da Coop Alleanza 3.0 in sinergia con Porto Turistico di Pescara e Capitaneria di Porto – Guardia Costiera, che s’inserisce in un più ampio sforzo portato avanti dalla città nella lotta all’inquinamento delle plastiche in mare. A sottolinearlo il sindaco di Pescara Carlo MasciLa plastica è una grande risorsa ed è un grande problema: sta a noi risolvere il problema per massimizzare la risorsa. La prima questione da affrontare è agire sul senso civico evitando la dispersione nelle nostre acque; la seconda è di agire per recuperare anni di degrado con un’opera di raccolta e smaltimento. Ora la tecnologia ci tende la mano”.

Un segno concreto di questo impegno è il progetto promosso dall’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, che dal 2019 coinvolge l’intera flotta della marineria pescarese nel raccogliere i rifiuti di plastica in mare aperto, per conferirli a riciclo. “Sono già state raccolte più di tre tonnellate e mezzo di rifiuti e le analisi ancora in corso evidenziano che circa il 40 per cento è composto da plastiche”, spiega la professoressa delegata Michelina Venditti. Coinvolta nel progetto anche l’Associazione Armatori di Pescara, con il suo presidente Francesco Scordella, che racconta: “Quotidianamente nelle reti delle barche si trova di tutto, inclusi molti scarti industriali. L’emergenza della plastica in mare ha conseguenze sulla nostra catena alimentare rischiando di penalizzare i consumatori e di creare gravi danni economici al settore della pesca”.

Il recupero delle plastiche in mare è un tema centrale nell’impegno dalla cooperativa a sostegno di associazioni e realtà locali, come spiegato da Berardino D’Onofrio, del consiglio di zona soci Abruzzo Coop Alleanza 3.0: “Il consiglio di zona soci Abruzzo ad esempio, tra il 2018 e il 2019, ha sostenuto l’associazione Pescara punto zero, per la realizzazione del progetto Panta Rei: i cammini dell’acqua, per tutelare il fiume Pescara, la foce del Saline e la costa con giornate di pulizia e seminari informativi”.

In prima linea nello sforzo di tutelare il mare e “preservarlo per le generazioni future” c’è la Guardia costiera, di concerto con il ministero dell’Ambiente. A raccontarlo, in occasione dell’inaugurazione del Seabin Coop Salvatore Minervino, capitano di vascello e direttore marittimo di Pescara: “Il nostro personale, impegnato nei pattugliamenti con le motovedette, è il primo testimone del degrado e della quantità di rifiuti che abbondano in acqua ed è il primo che interviene, per raccogliere e portare a terra tutto ciò che sporca l’habitat marino. È per noi una grande soddisfazione sapere che non siamo soli in questa battaglia per un mondo più pulito”. Un gioco di squadra che, da oggi, ha un alleato in più.

Terza tappa: porto turistico Marina Genova, Sestri Ponente

Un anno dopo l’installazione del primo Seabin, presso Marina Genova a Sestri Ponente, la campagna Coop per ridurre la plastica nei mari raddoppia il suo impegno in questo tratto del mar Ligure. Qui, il 28 luglio 2020 è stato infatti inaugurato un secondo dispositivo galleggiante, grazie alla sinergia tra Coop Italia, Coop Liguria, Marina Genova, il Comune di Genova e LifeGate.

Il primo cestino mangia plastica qui in azione ha rappresentato un caso eccezionale, superando di tre volte la media stimata in un anno per la raccolta di rifiuti dannosi per l’ambiente, dispersi nell’ecosistema marino.

A finire inghiottiti nel primo Seabin, oltre a plastica e microplastiche, sono stati anche  materiali metallici, mozziconi di sigarette, cotton fioc, massa organica umida contaminata da frammenti di plastica e polistirolo. Tutti particolarmente pericolosi per la fauna che, scambiandoli per alimenti, li ingerisce.

L’evento di oggi è stata così l’occasione di celebrare l’importante risultato raggiunto e insieme inaugurare la seconda installazione. Tra i presenti c’era anche Renata Pascarelli, direttore Qualità Coop Italia, che ha sottolineato il ruolo cruciale del lavoro di manutenzione svolto dal personale: “Nel porto turistico di Marina di Sestri Ponente abbiamo trovato un alleato che ha saputo gestire con grande attenzione il primo Seabin e siamo confidenti che analogo lavoro sarà svolto da ora in avanti per un comune positivo interesse”.

Fondamentale per la buona riuscita del progetto è stata anche la collaborazione tra i soggetti coinvolti e tra settore pubblico e privato. “La pubblica amministrazione deve essere la prima a dare il buon esempio”, ha sottolineato Alessandra Risso, responsabile dell’ufficio governance, processi smart e direzione smart city, intervenuta come portavoce di Matteo Campora, assessore all’Ambiente del Comune di Genova. “Il nostro sforzo è quello di orientarci sempre di più in un’ottica sostenibile che diventa anche azione, gestione e promozione. Questo è un esempio di come più soggetti, insieme, possano fare qualcosa di apparentemente piccolo, ma al tempo stesso importante per la salvaguardia dell’ambiente”.

Uno sforzo che Coop Liguria porta avanti con costanza, come raccontato dal suo presidente Roberto Pittalis: “Questa nuova installazione è pienamente coerente con il nostro impegno ambientale, fatto di azioni concrete”.  Azioni che si traducono in traguardi importanti (come il taglio di 30.400 tonnellate di CO2 in un anno) e che passano anche da un’opera di sensibilizzazione e attenzione ai più giovani, come le attività educative Saperecoop, che coinvolgono ogni anno oltre ventimila studenti: “Proprio qui a Sestri Ponente ha sede il nostro Centro di Orientamento ai Consumi, pensato per aiutare i bambini a capire come comportarsi per essere meno invasivi nei confronti del nostro mare”. Un impegno in cui Coop Liguria crede fortemente, tanto da “valutare già l’installazione di un nuovo Seabin nel Ponente Ligure”.

Nel frattempo la campagna Le nostre acque, iniziata sulle acque dell’Arno e approdata oggi nel mar Ligure, prosegue il suo corso, dandoci appuntamento il 6 agosto sul lago Maggiore.