La catena di supermercati britannica è stata la prima a diffondere i dati relativi alla quantità di antibiotici utilizzati negli allevamenti di polli e maiali e nella produzione di latte.
Il massiccio utilizzo di antibiotici negli allevamenti intensivi rappresenta un pericolo terribilmente serio per la salute dell’umanità. Il costante ricorso a questi farmaci, utilizzati perlopiù affinché gli animali sopravvivano alle raccapriccianti condizioni di vita degli allevamenti e possano arrivare in vita al macello, ha infatti causato quella che viene definita antibiotico-resistenza, producendo batteri estremamente resistenti su cui nessun antibiotico ha effetto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiesto di vietare l’impiego di alcuni importanti antibiotici negli allevamenti, al fine di mantenerli sicuri per l’uso umano. Si tratta però solo di una raccomandazione che non ha alcun valore legale, i singoli stati possono pertanto continuare a utilizzarli. Qualcosa però si sta muovendo, Marks & Spencer è una delle prime catene di supermercati, la prima nel Regno Unito, a pubblicare i dati circa l’impiego di antibiotici negli alimenti che vende.
L’azienda britannica ha rivelato sul proprio sito web le informazioni relative alla quantità di antibiotici somministrati al bestiame dagli agricoltori che le forniscono carne di suino, carne di pollo e latticini. In queste tre categorie, secondo M&S, gli animali ricevono una dose inferiore di antibiotici rispetto alla media del settore. In effetti per quanto riguarda i suini la differenza sembra evidente, nel 2016 nel Regno Unito un maiale ha ricevuto mediamente 183 mg di antibiotici per kg di peso, mentre quelli allevati per M&S ne hanno ricevuti 41 mg. Anche per quanto riguarda polli e mucche da latte M&S ha evidenziato un uso ridotto di farmaci, non ha però pubblicato i dati relativi ad altri prodotti animali, come la carne di manzo o di agnello, le uova o la carne di tacchino, animale per cui vengono usati spesso grandi quantità di farmaci.
L’obiettivo è quello di ridurre drasticamente l’uso di medicinali umani nell’allevamento del bestiame, al fine di non comprometterne definitivamente l’utilità ed esporci a incurabili pandemie. Interventi comuni diverrebbero estremamente pericolosi senza farmaci per prevenire il rischio di infezioni durante l’intervento chirurgico. In Italia il 71 per cento degli antibiotici venduti è per uso animale e il nostro Paese è il terzo stato europeo che ne fa il maggior ricorso negli allevamenti. Secondo una puntata di Report del 2016 sarebbero addirittura cinquemila in Italia le morti attribuibili ogni anno all’antibiotico-resistenza. In tutto il mondo sono invece circa 700mila le persone che muoiono ogni anno a causa di infezioni resistenti ai farmaci, e il numero potrebbe salire esponenzialmente senza una brusca inversione di tendenza.
Sfida raccolta
Dopo che M&S ha pubblicato i dati altre due catene britanniche ne hanno seguito l’esempio, Waitrose e Asda. Anche queste ultime due hanno evidenziato un uso inferiore di antibiotici rispetto alla media del settore. I dati forniti da Waitrose sono i più completi e comprendono le quantità di antibiotici somministrati a bovini da carne, agnelli, tacchini, anatre, galline ovaiole e pesce d’allevamento.
Per ridurre il numero di antibiotici negli allevamenti e preservare così la salute dei cittadini diventa assolutamente necessario migliorare il benessere degli animali negli allevamenti (anche se può sembrare un ossimoro). Trattare meglio gli animali, nutrirli con cibo migliore e concedergli uno spazio più consono ai loro bisogni comporterebbe automaticamente del bestiame più sano, meno bisognoso di farmaci, e, di conseguenza, dei consumatori più sani.
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