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I cambiamenti climatici sulla nostra pelle: chi sono i migranti ambientali

Sebbene molti pensano che il riscaldamento globale stia salvando l’Africa, un miliardo di persone in tutto il mondo saranno costrette a migrare a causa dei cambiamenti climatici.

100mila persone hanno perso la vita nella regione africana del Sahel tra il 1972 e il 1984, a causa di una siccità permanente e della conseguente carestia. Secondo uno studio scientifico, il riscaldamento globale avrebbe aumentato ultimamente le precipitazioni nell’area fermando temporaneamente la siccità. Ciò ha portato diverse persone, tra cui il giornalista di Forbes James Taylor, a dipingere il riscaldamento globale come un’àncora di salvataggio.

Somali Famine Refugees Seek Aid In Mogadishu
Una famiglia di rifugiati somali in cerca di aiuto a Mogadiscio. ©Jhon More/Getty Images

Le vite perse nella regione del Sahel sono state “una delle tragedie più struggenti del secolo scorso”, ha affermato Taylor, e il sollievo procurato dalle precipitazioni è stato davvero un “salva vita”. Tuttavia, questa situazione va inserita nel contesto globale: ogni anno a causa dei cambiamenti climatici  muoiono 150mila persone e diversi milioni sono costrette a lasciare le proprie case.

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Nel 2013, più di 30 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le abitazioni a causa di disastri naturali come inondazioni, tempeste e terremoti. La carestia verificatasi tra il 2010 e il 2012, connessa alla riduzione delle precipitazioni, causata a sua volta dalla concentrazione di CO2, ha causato la morte di circa 260mila persone solo in Somalia. Secondo le stime entro il 2050 i cambiamenti climatici potrebbero portare allo spostamento di un miliardo di persone.

Inoltre, il riscaldamento globale sembra essere collegato a diversi conflitti. Per esempio, l’accesso limitato all’acqua e il degrado ambientale sono stati identificati come alcune delle ragioni celate dietro al conflitto nel Darfur, che ha causato più di 300mila morti.

Hundereds Are Killed As Violence In Eastern Chad Continues
Centinaia di persone sono state uccise nel Chad orientale, al confine con il Darfur. ©Marco di Lauro/Getty Images

I cambiamenti climatici tendono ad avere un impatto maggiore in quei paesi che già si trovano in situazioni di povertà, come sottolineato in un rapporto dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim).

Nell’immaginario comune i migranti si spostano a livello internazionale, ma in realtà la maggior parte di questi si trasferisce entro i confini del proprio paese di origine. Inoltre, la popolazione urbana, soprattuto nei paesi in via di sviluppo, si pensa aumenterà di circa 2,5 miliardi di persone, e la mancanza di politiche adeguate in materia di immigrazione incentiverà il flusso di migranti ambientali nelle zone urbane. Per i rifugiati, identificati maggiormente nella parte di popolazione povera, ciò significherebbe un maggior rischio di malattie e una più elevata esposizione a inquinamento e disastri naturali.

Le regolamentazioni attuali spesso trascurano i rifugiati colpiti dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. Ad esempio, le leggi sull’immigrazione non sempre forniscono strumenti adeguati a far fronte ai migranti ambientali, sebbene questa situazione sia ormai evidente a molti, facendo emergere una forte esigenza di riforma.

L’impatto “positivo” del riscaldamento globale visto in casi isolati, come nella regione del Sahel, è nulla in confronto alle conseguenze catastrofiche globali. Gli effetti del riscaldamento globale sulle comunità più vulnerabili devono essere comprese appieno per poter sviluppare risposte adeguate ai bisogni dei migranti ambientali. La priorità rimane quella di creare un futuro sostenibile, per prevenire possibili ondate di terribili tragedie.

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