Entro l’11 settembre la Nato ritirerà tutte le truppe dall’Afghanistan

Dopo gli Stati Uniti, l’intera Nato annuncia il ritiro dall’Afghanistan entro l’11 settembre, a 20 anni dall’attentato alle Torri Gemelle.

Dopo gli Stati Uniti, anche l’intera Nato annuncia l’inizio delle operazioni di ritiro delle truppe dall’Afghanistan. A partire dal 1 maggio, ed entro e non oltre l’11 settembre, le truppe italiane e quelle degli altri alleati dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del nord lasceranno il paese, vent’anni dopo l’avvio dell’operazione lanciata, nell’ottobre 2001, in seguito all’attentato delle Torri Gemelle a New York. La decisione è stata presa nel corso di una riunione virtuale dei ministri degli Esteri e della Difesa alleati al termine della quale, in una conferenza stampa congiunta con i segretari di Stato e Difesa statunitensi, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha affermato che “il nostro ritiro sarà ordinato, coordinato e deliberato. Siamo entrati in Afghanistan insieme, abbiamo lavorato insieme e siamo uniti nel lasciare il paese insieme”.

Stoltenberg ha definito la mossa “l’inizio di un nuovo capitolo” nelle relazioni della Nato con l’Afghanistan, spiegando che “gli alleati e i partner continueranno a stare con il popolo afgano, ma ora spetta a quest’ultimo costruire una pace sostenibile”.

La road map italiana per il ritiro delle truppe 

In Italia, è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a spiegare che “assieme al ministero della Difesa e allo Stato maggiore della Difesa, congiuntamente a Palazzo Chigi, elaboreremo una road map che consentirà il ritiro delle truppe italiane, alle quali rinnovo il mio più sentito riconoscimento per il supporto fornito in questi anni al popolo afgano. Un supporto fondato sul rispetto dei diritti, soprattutto dei minori e delle donne”.

Dopo vent’anni, la NATO ha scelto di lasciare l’Afghanistan. Lo abbiamo deciso ieri a Bruxelles dopo il vertice…

Posted by Luigi Di Maio on Thursday, April 15, 2021

Di Maio ha aggiunto che “il nostro contributo al popolo afgano in questi anni è stato determinante. Abbiamo teso la nostra mano, abbiamo contribuito ad avviare progetti di cooperazione volti a sostenere un popolo afflitto dal terrorismo, provato da un conflitto logorante. Abbiamo aperto una “via italiana” alla ricostruzione, una via fraterna, lontana dalle armi e dalle bombe, vicina alle esigenze dei cittadini afghani e alle loro speranze di ripresa. Faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per permettere all’Afghanistan di tornare a crescere in un clima democratico e, mi auguro, di pace”.

La decisione della Nato di porre termine alla missione Resolute support, attiva dal 2015 in sostituzione della precedente missione International security assistance force (ISAF) segue di appena un paio di giorni quella degli Stati Uniti, annunciata dall’amministrazione di Jeo Biden, di lasciare Kabul proprio entro la data, simbolica, dell’11 settembre 2021.

Più di 100mila civili uccisi in 20 anni in Afghanistan

I 36 paesi partecipanti alla missione Resolute Support © Nato

La missione Resolute support della Nato mira all’addestramento delle forze di sicurezza afgane e al rafforzamento delle istituzioni locali, e vede attualmente sul campo 9.592 uomini provenienti da 36 diversi Paesi: l’Italia contribuisce con 850 unità sul campo, un numero inferiore solamente a quello degli Stati Uniti (2.500) e della Germania (1.300). Anche il Regno Unito ha annunciato il ritiro dei propri 750 soldati in Afghanistan entro l’11 settembre, e conferme sono arrivate anche dall’Australia, che del resto aveva già iniziato il proprio disimpegno passando dai 1.500 uomini sul campo due anni agli attuali 80.

In Germania, il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha confermato il ritiro delle truppe, spiegando che “abbiamo sempre detto che siamo lì tutti insieme e che andremo via tutti insieme. Mi aspetto un ritiro ordinato” che potrebbe essere completato già per la metà di agosto. L’unica voce fuori dal coro, per il momento, è quella della Repubblica Ceca: il presidente Milos Zeman, infatti, reputa “un errore” il ritiro delle truppe (quelle ceche constano di 52 uomini): “Non è – ha spiegato – ritirandosi che si combatte il terrorismo islamico”. Dal 2001 a oggi, nella guerra afghana hanno perso la vita 3.502 uomini, di cui 53 appartenenti alle forze italiane. E sebbene ci sia stato un moderato calo complessivo di civili coinvolti, la United nations assistance mission in Afghanistan (Unama, la missione istituita dalle Nazioni Unite su richiesta dell’Afghanistan per assistere governo e il popolo nel porre le basi per la pace e lo sviluppo) ha documentato 8.820 vittime civili solo nel 2020: in assoluto, più di 100mila civili sono stati uccisi da quando l’Unama ha iniziato a registrare le vittime dal 2009, ben otto anni dopo l’inizio del conflitto. 

Conflitto che è costato ai contribuenti americani almeno 2mila miliardi di dollari, e a quello italiano 8,4 miliardi, secondo l’Osservatorio sulle spese militari italiane. Numeri che, secondo l’organizzazione non governativa Emergency, mostrano il fallimento della missione: “Siamo in Afghanistan da prima dell’inizio dell’invasione americana e possiamo affermare con certezza che non abbiamo assistito ad alcun successo e che il tentativo di trasformare il paese in una democrazia stabile e funzionante è fallito e ha avuto costi altissimi”. Ciò che è certo è che il prezzo più alto del conflitto è stato pagato dalla popolazione civile.

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