È morto Giorgio Napolitano, il presidente che ha attraversato un secolo, insieme all’Italia

Addio a Giorgio Napolitano: fu il primo presidente della Repubblica ex comunista e a essere rieletto. Un uomo che ha accompagnato la storia italiana.

Si può essere sempre completamente coerenti e uguali a se stessi, nell’arco di una vita lunga praticamente un secolo? Probabilmente no, e infatti nella biografia umana e politica di Giorgio Napolitano, di apparenti incongruenze ve ne sono eccome. Ma c’è da dire che il longevissimo ex presidente della Repubblica (anzi emerito, perché una volta diventati presidenti lo si è per sempre), scomparso all’età di 98 anni, ha attraversato un secolo che, lungi dall’essere stato breve, ha visto sconvolgimenti e mutamenti come pochi altri.
E c’è da dire anche che è stato lo stesso Napolitano ad ammetterlo, anni fa: “La mia storia non è rimasta eguale al punto di partenza, è passata attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni“. Di fatto, Napolitano ci ha accompagnato (noi, i nostri genitori, tavolta perfino i nostri nonni) attraverso decenni di trasformazioni epocali quasi come una guida, come il simbolo di un percorso lineare, pur nel cambiamento.

Primo atto: Napolitano e il comunismo sovietico 

Revisioni dichiarate, dunque, e spesso dolorose: da giovane, per fare l’attore di teatro, dovette iscriversi perfino ai Gruppi universitari fascisti che comunque, assicurò decenni dopo, erano “un gruppo intellettuale antifascista mascherato” dove in effetti militò anche Antonio Ghirelli, poi direttore de L’Avanti!. Diverse pagine di storia più avanti, nel 1956, da tre anni ormai parlamentare della Repubblica per la prima volta, lo ritroveremo come il più strenuo difensore italiano dell’ortodossia stalinista.
In Ungheria era scoppiata la rivolta contro le ingerenze di Mosca, che aveva risposto mandando a Budapest i carri armati: i comunisti d’Italia a quel punto non sanno cosa fare, e per i nostri nonni e i nostri padri di cui sopra, probabilmente, Napolitano rimarrà nelle memoria quello che con più vigore si schiererà a favore dell’intervento dell’Unione Sovietica.

 

“L’intervento sovietico – dirà allora in occasione ufficiale, l’ottavo congresso del Pci a Roma  – ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo”. E anche a fare circa duemila morti: nel suo ultimo film, Il Sol dell’Avvenire, Nanni Moretti ripercorre in farsa quel periodo storico, immaginando quanto diversamente sarebbe andata se il Pci italiano avesse allora appoggiato l’Ungheria. Nella sua autobiografia, che già dal titolo (Dal Pci al socialismo europeo), descrive bene la traiettoria politica vissuta nell’arco di 80 anni di attivismo, Napolitano molti anni dopo confesserà il dissidio interiore provato in seguito per quella presa di posizione.

Secondo atto: Napolitano e la transizione moderata

Da lì in poi, paradossalmente, la traiettoria di Napolitano cambia bruscamente: di fronte alla svolta del partito, resasi necessaria con la morte di Palmiro Togliatti nel 1964, Napolitano scivola verso posizioni via via sempre più moderate. Si farà riformista, “migliorista” come verrà ribattezzata l’ala da lui guidata, all’interno ma alla destra del Partito Comunista italiano. Dove migliorista, nel pensiero comunista di allora, non era esattamente un complimento: Napolitano puntava a migliorare la condizione dei lavoratori, certo, ma non a mettere in pratica quella rivoluzione che era alla base dell’ideologia comunista.

Disegna una via italiana al socialismo mentre comunisti e socialisti, in politica, divergono sempre di più, e in questo sarà anche avversario di Enrico Berlinguer: nel 1985, ad esempio, sarà tra i pochissimi nel Pci a sostenere il blocco della scala mobile voluto dal socialista Craxi per contrastare l’inflazione. Mantiene uno sguardo a quel che avviene oltre cortina, ma i tempi di Budapest sono lontani: nel 1968 sarà contrario all’intervento sovietico a Praga, nel 1974 quando Mosca espelle il noto dissidente Aleksandr Solzenicyn, lui si farà fautore della tolleranza nei confronti dell’intellettuale russo, autore di uno sconvolgente libro-inchiesta sulle atrocità dei gulag sovietici.
Diventa responsabile della linea economica del Pci, ruolo a dir poco fondamentale, ma nel frattempo si apre anche alla sponda atlantica: nel 1978 sarà il primo dirigente comunista italiano ad assere accolto negli Stati Uniti per delle conferenze, e l’anno seguente arriverà a condannare l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Praticamente la fine di un primo atto.

È la stessa traiettoria che lo porta a dirsi convintamente atlantista e amico degli Stati Uniti, ed europeista (anche se qualcuno dice che non fosse così convinto dell’entrata dell’Italia nella zona Euro). Di lui Henry Kissinger, ex segretario di Stato e per decenni deus ex machina della politica estera statunitense, disse che era “my favourite communist”, “il mio comunista preferito”: sono gli anni 80, il Napolitano del 1956 è lontano anni luce, ma la traiettoria è sempre lucida, segue la discesa del disgelo e l’apertura di nuove frontiere.

Giorgio Napolitano con Henry Kissinger (il primo da sinistra) nel 2015
Giorgio Napolitano con Henry Kissinger (il primo da sinistra) nel 2015 © Chad Buchanan/Getty Images

Napolitano, dopo la caduta del blocco stalinista, è tra i fautori dell’eliminazione della parola “comunista” dal nome del partito, del passaggio al Partito democratico di sinistra, svolgendo un ruolo importante nella transizione del Pci verso l’aspirazione a una socialdemocrazia moderata.

Terzo atto: Napolitano uomo delle istituzioni

Intanto nel 1992 compie il primo passo nelle istituzioni, diventando presidente della Camera, e guidando Montecitorio fuori dal pantano della prima Repubblica, nel drammatico biennio di Tangentopoli in cui, tra le altre cose, si rompe l’amicizia con Craxi (sarà lui a favorire il rilascio dell’autorizzazione a procedere impedendo il voto segreto, e Craxi per tutta risposta lo accuserà di non poter non sapere dell’esistenza di finanziamenti illeciti di Mosca al Pci negli anni precedenti).

Durante il governo di Romano Prodi nel 1996, Napolitano ha ricoperto l’incarico di ministro dell’Interno, dimostrando le sue competenze amministrative e la sua capacità di gestire questioni di sicurezza nazionale, anche se le difficoltà e le critiche non mancheranno, parodossalmente più da sinistra che da destra: i suoi ex compagni di partito, confluiti in Rifondazione comunista, gli rinfaccerano il sostegno all’intervento militare in Iraq e il varo della legge Turco-Napolitano, che istituisce i Centri di permanenza per il rimpatrio, di cui tanto si parla anche in questi giorni, e tuttora è considerata l’antesignana della Bossi-Fini e dei più recenti decreti sicurezza.

 

Lì per lì sembra il completamento di un percorso lunghissimo, che corre dalla conventio ad excludendum dell’immediato dopoguerra (quella prassi consolidata per cui i comunisti, pur inseriti nell’arco costituzionale, dovevano essere relegati comunque all’opposizione), al centrosinistra di governo. Sarà invece solo l’inizio, perché Giorgio Napolitano era destinato a benaltro: non solo ad essere il primo ex comunista presidente della Repubblica, ma addirittura ad essere il primo presidente della Repubblica eletto due volte. La prima volta, nel 2006, succederà a Carlo Azeglio Ciampi, che l’anno prima lo aveva nominato senatore a vita. Simbolicamente, uno dei suoi primi atti appena eletto sarà quello di recarsi a Budapest dove renderà omaggio ai martiri della rivoluzione del 1956 nel nuovo cimitero comunale e visiterà la mostra ‘il 1956 raccontato per immagini” all’Istituto italiano di cultura: è un cerchio che si chiude, esattamente mezzo secolo dopo.

D’ora in poi Napolitano sarà davvero il presidente di tutti, unica sponda sicura nel mare come al solito in tempesta della nostra democrazia parlamentare: durante il suo primo mandato affiderà tre volte l’incarico di governo, al ‘suo’ Romano Prodi nel 2006, a Silvio Berlusconi nel 2008, quindi a Mario Monti nel 2011 dopo le dimissioni del Cavaliere a causa della crisi dello spread. Gli anni di Berlusconi saranno i più complicati: Napolitano sarà molto criticato per aver firmato il cosiddetto lodo Alfano nel 2008, che prevedeva l’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato, e nel 2010 la legge sul legittimo impedimento, entrambe considerate dalle opposizioni leggi ad personam volute da Berlusconi. In entrambi i casi le due leggi furono poi giudicate incostituzionali dalla Consulta. In compenso, sempre nel 2008, rifiuterà di firmare un decreto con cui il premier, insieme al ministro della Gioventù Giorgia Meloni, provarono a interrompere per decreto il protocollo terapeutico concordato per Eluana Englaro, che da 17 anni versava in stato vegetativo. 

Ma rilevante sarà anche il suo conflitto con la Procura di Palermo, scatenato per evitare la pubblicazione di alcune sue intercettazioni telefoniche con l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia: Napolitano otterrà la distruzione delle intercettazioni, alienandosi però parte dei consensi dell’opinione pubblica.

La seconda volta, nel 2013, Napolitano successe a se stesso, e suo malgrado: la seconda Repubblica in quel periodo è piegata su se stessa e il Parlamento non trova un accordo ampio su nuovo nome (il Mattarella bis dice qualcosa?). Lui accetta un secondo incarico ma solo a termine, per consentire l’avvio di una legislatura travagliata, apertasi con lo stallo tra Partito democratico e la new entry Movimento 5 Stelle, vincitori delle elezioni ma incapaci di trovare sia un accordo di governo che uno sul nome del successore al Colle. Rimarrà nella storia della Repubblica il  secondo discorso di insediamento, in cui Napolitano bacchetta fortemente i partiti: “Bisognava offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi: è a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità“. Il tutto tra gli scroscianti applausi dei parlamentari, che forse non avevano capito che ce l’avesse proprio con loro.

La sua seconda esperienza durerà poco, il tempo di nominare altri due premier, Enrico Letta e Matteo Renzi, di chiedere alle Camere di risolvere l’emergenza carceraria (mai davvero risolta) e di dimettersi anticipatamente, nel 2015, per l’insorgere dei primi malanni fisici dovuti all’età e per la prospettiva di un esecutivo finalmente saldo: quello di Renzi appunto, di cui appoggerà il progetto di riforma costituzionale. Un progetto che si incaglierà definitivamente, nel 2016, con il no del referendum popolare: Napolitano allora è ormai emerito, e l’esito non scalfisce l’immagine di un personaggio che ha dimostrato una dedizione profonda ai valori democratici e alla stabilità del paese, che ha svolto un ruolo di mediatore e unificatore in momenti di crisi politica e  che di certo ha contribuito a plasmare il corso della politica italiana moderna. Da tempo, malato, non partecipava più ai lavori del Senato, dove la sua presenza è ancora viva nelle persone di Elena Cattaneo, Carlo Rubbia, Mario Monti, Renzo Piano, che lui stesso nominò senatori a vita nel corso dei suoi due mandati, insieme allo scomparso Claudio Abbado.

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