Dov’è finita la neve sulle Alpi

Come lo scorso anno, la neve sulle Alpi e sulle montagne italiane scarseggia. Dov’è finita? Lo abbiamo chiesto alla meteorologa Serena Giacomin.

I giorni che hanno preceduto Capodanno e inaugurato il 2022 sono stati all’insegna di temperature anomale su tutto il nostro territorio. Temperature da primavera inoltrata. Molti abitanti, ma anche molti turisti alla ricerca di neve in alta quota per trascorrere delle feste all’aria aperta, a contatto con la natura, tra sciate e ciaspolate, si sono trovati di fronte a un paesaggio dai colori più autunnali che invernali. Alberi spogli e terreni caratterizzati dai colori caldi, come il marrone e l’arancione. E con il grigio della roccia che faceva da padrone. Insomma, del bianco nevoso solo pochi scampoli.

Perché non c’è neve sulle nostre montagne

Ma perché? Cosa è successo in questi giorni in Italia e sulle nostre montagne? Perché fa caldo e non c’è neve? Per farci guidare in questo sentiero fatto di alte temperature, assenza di precipitazioni e ghiacciai in ritirata, abbiamo chiesto una mano a Serena Giacomin, meteorologa, divulgatrice scientifica e presidente dell’Italian climate network: “Dal 28 dicembre 2021 al 3 gennaio 2022 una massa d’aria insolitamente calda ha interessato gran parte dell’Europa occidentale. La causa risiede nella risalita verso le nostre latitudini di un promontorio dell’anticiclone nordafricano, dunque un’area di alta pressione ben salda, capace di bloccare il passaggio delle perturbazioni, con conseguente assenza di precipitazioni, sia pioggia che neve”. Una situazione, dunque, che ha caratterizzato tutta l’Italia, ma anche Spagna e Francia. Oltre alle Alpi, anche le regioni meridionali del nostro paese hanno fatto registrare picchi intorno ai 20 gradi centigradi.

L’inversione termica dà vita a nebbia e all’accumulo di sostanze inquinanti

“L’alta pressione è altresì sinonimo di stabilità atmosferica che concorre a determinare una particolare condizione in cui si vanno a trovare gli strati atmosferici, la cosiddetta inversione termica, ovvero quando la temperatura tende ad aumentare salendo in quota, anziché diminuire; in questo caso l’atmosfera molto stabile – aria più fredda e pesante alle basse quote, mentre l’aria più calda e leggera a quote più elevate – non è soggetta a rimescolamenti verticali, per cui negli strati bassi tendono ad accumularsi inquinanti”, questo, secondo Giacomin, significa una qualità dell’aria scarsa e tanta umidità che hanno dato vita a nebbie un po’ ovunque in pianura Padana, dal Piemonte all’Emilia-Romagna.

Le montagne hanno la febbre alta

La situazione più strana, però, si è registrata in alta quota, con temperature eccezionali, meglio “eccessive”, cioè con lo zero termico oltre i 3.500 metri e temperature intorno ai 15 gradi centigradi a 2.000 metri. Una situazione complicata, difficile, che rischia di condizionare l’intera stagione invernale e, quindi, le prossime stagioni. “In generale è il manto nevoso ad avere la peggio: con temperature di gran lunga sopra lo zero sia di giorno che di notte – continua Giacomin che fa un esplicito riferimento al caso di Cortina d’Ampezzo, in provincia di Belluno, dove il primo gennaio si è registrata una temperatura minima di 4,6 gradi e una massima di 16,3 gradi – e con un processo di fusione senza sosta, che a volte è proseguito per più di 72 ore consecutive”.

Il confronto del ghiacciaio Fellaria
Il confronto del ghiacciaio Fellaria © Fabiano Ventura

Ma oltre al manto nevoso, sono i ghiacciai a destare preoccupazione: “Per la buona sopravvivenza di un ghiacciaio non è necessario che il freddo si mantenga sempre intenso, con temperature abbondantemente sotto lo zero sia d’inverno che d’estate”, piuttosto è necessario il contrario cioè “che il caldo non sia eccezionale, che non ci siano condizioni di caldo estremo in quota durante tutto l’anno, peggio se durature, che possano compromettere la sopravvivenza” del ghiacciaio stesso.

Ecco perché “per la sopravvivenza di un ghiacciaio non è sufficiente una nevicata intensa o un inverno particolarmente freddo, è necessario il mantenimento delle condizioni climatiche fredde nel corso degli anni”. Perché il “nutrimento” di un ghiacciaio avviene con costanza, nevicata dopo nevicata secondo Giacomin.

I ghiacciai ci parlano

Il riferimento, in questo caso, è a un trend, a una tendenza che sta interessando l’area mediterranea e, in particolare, la nostra penisola. È evidente da studi scientifici che l’aumento della temperatura media nel “mare nostrum” è maggiore rispetto ad altre aree, come quelle oceaniche. E, all’interno di questo “hotspot” del riscaldamento globale, le nostre montagne rappresentano l’area più sofferente. “Questo fenomeno si inserisce certamente in una tendenza – conferma Giacomin –, quella del riscaldamento atmosferico: le Alpi possono essere definite un hotspot nell’hotspot, ovvero il punto caldo di uno dei punti caldi del riscaldamento globale”.

Quindi, anche se non si può parlare di un fenomeno direttamente legato alla crisi climatica (“solo le scienze dell’attribuzione potranno dare una risposta, con il tempo di cui la scienza ha bisogno per analizzare la situazione”, sottolinea Giacomin), il trend degli ultimi anni non lascia spazio a dubbi: i nostri ghiacciai soffrono, si ritirano e le immagini scattate anche dal fotografo Fabiano Ventura lo dimostrano.

In queste ore l’anticiclone lascia spazio alla prima perturbazione del 2022. La pioggia – e si spera la neve in montagna – dovrebbe cadere in Liguria, Piemonte, per poi arrivare in Lombardia e Toscana. Insomma, i prossimi giorni farà freddo. Una consolazione per quelle persone che avevano scelto questo periodo per ritrovare un contatto con la natura, recuperare le energie e rigenerarsi passeggiando all’aria aperta, ciaspolando o sciando.

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