Myanmar, stop alle sanzioni. La promessa di Obama a Aung San Suu Kyi

Durante un incontro con Aung San Suu Kyi, Obama ha promesso di allentare le sanzioni contro il Myanmar. Ne gioveranno le aziende ma non chi è vittima di violazioni dei diritti umani.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha promesso di completare l’eliminazione delle sanzioni contro il Myanmar (Birmania). L’annuncio, fatto durante un incontro bilaterale con Aung San Suu Kyi il 14 settembre, fa da scia all’ultima vittoria schiacciante della leader durante le elezioni di novembre e alla transizione del paese verso la democrazia, dopo 50 anni di dittatura militare.

Per Obama e per Aung San Suu Kyi, che è a capo della Lega nazionale per la democrazia (Nld) e leader de facto del paese, la rimozione delle restrizioni significherebbe un aumento del commercio tra i due paesi e aiuterebbe a incentivare la crescita di uno dei paesi più poveri del Sudest asiatico.

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Il presidente degli Stati Uniti Barak Obama parla agli studenti a Yangon © Paula Bronstein/Getty Images

Sanzioni contro il Myanmar, una svolta nelle relazioni con gli Stati Uniti

La decisione rappresenta un punto di svolta nelle relazioni tra i due paesi, che erano quasi inesistenti fino a cinque anni fa, così come per Aung San Suu Kyi, che di recente aveva supportato le sanzioni per mettere pressione alle forze armate che governavano il paese e che detengono ancora una porzione considerevole di potere.

“Per l’unità c’è anche bisogno di prosperità perché le persone, quando devono discutere sulle risorse limitate, si dimenticano che è importante rimanere uniti”, ha detto Aung San Suu Kyi durante la sua visita a Washington. “Vogliamo assicurarci che il nostro popolo stia meglio a livello economico per rafforzare la nostra politica”.

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Sanzioni contro il Myanmar, il presidente Barack Obama e il consigliere di stato del Myanmar Aung San Suu Kyi durante un incontro nell’ufficio ovale alla Casa Bianca © Alex Wong/Getty Images

Buone notizie per gli affari, preoccupazioni per i diritti umani

Le aziende della Birmania, molte delle quali sono sulla lista nera degli Stati Uniti per i loro legami con le forze armate, hanno accolto l’annuncio con entusiasmo. Diversamente hanno reagito i difensori dei diritti umani, che hanno espresso preoccupazione per il processo di democratizzazione e per i diritti umani. Infatti, Aung San Suu Kyi sta ricevendo sempre più critiche per la sua passività nei confronti del dramma dei rohingya. La minoranza musulmana, che non è ufficialmente riconosciuta come gruppo etnico, subisce discriminazioni e violenze in Birmania.

Altri, invece, vedono la mossa di Obama come un tentativo di indebolire l’influenza regionale della Cina che ha supportato il potere militare e che ha gli investimenti principali nel paese.

Rohingya Thet Kal Pyin
Un gruppo di rohingya si raduna al campo di Thet Kal Pyin a Sittwe, nello stato Rakhine, Myanmar © Romeo Gacad/Getty Images

“Questo si aggiunge all’eliminazione prematura e avventata delle sanzioni contro gli ufficiali militari di alto rango, le aziende legate alle forze armate e i capitalisti”, ha detto Phil Robertson, vicedirettore della divisione Asia di Human rights watch, al New York Times. “Il punto di svolta per il Myanmar è avvenuto quando gli interessi e le considerazioni di realpolitik degli Stati Uniti  sulla Cina hanno trionfato sui diritti umani e sullo stato di diritto”.

Comunque molte persone, sia all’interno che all’esterno del Myanmar, terranno gli occhi puntati sulle prossime mosse di Aung San Suu Kyi, che sta lavorando per mantenere la sua promessa di democratizzazione e riconciliazione nazionale nel paese.

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