Così gli Obiettivi di sviluppo sostenibile indicano a imprese e startup la strada da seguire

Sono sempre di più le imprese che fanno propri gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sdgs). E le startup non fanno eccezione.

Abbiamo una priorità che ci coinvolge tutti, dai cittadini alle industrie, dai governi alle scuole: quella di correggere le storture dell’attuale modello di sviluppo e far sì che la crescita, d’ora in poi, rispetti le necessità del Pianeta e delle persone. Abbiamo un documento che ci spiega come fare: è l’Agenda 2030, sottoscritta dai 197 paesi membri delle Nazioni Unite. Ma le aziende si stanno dimostrando capaci di comprendere a fondo gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs) e di integrarli nelle loro strategie? Che dire, poi, delle startup?

Quante aziende integrano gli Sdgs nelle loro strategie

Se in questi ultimi anni abbiamo avuto l’impressione di imbatterci sempre più spesso nei simboli colorati dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, ci è utile sapere che non è stata soltanto un’impressione. Il report Responsible business trends 2021 stilato da Reuters Events ha interpellato sul tema 804 professionisti da tutto il mondo: il 69 per cento fa sapere che la sua azienda ha integrato gli Sdgs nella propria strategia di business. Un dato che, pur essendo in lieve flessione rispetto al 71 per cento del 2019, segna un balzo in avanti del 23 per cento rispetto al 2016.

Certo, solo una minoranza di queste imprese (il 22 per cento) ha già completato tale processo, mettendo nero su bianco obiettivi chiari; per tutte le altre è ancora un work in progress. Confermando un trend che era già emerso negli scorsi anni, l’obiettivo che riscuote la maggiore attenzione è il 13mo, azione per il clima, a cui si dedica il 65 per cento delle aziende. Sul secondo gradino del podio c’è la parità di genere (Sdg 5), a quota 54 per cento.

Obiettivi di sviluppo sostenibile, Onu
I 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite © United Nations

Obiettivi di sviluppo sostenibile, presenze fisse nei report di sostenibilità

Uno dei metodi più efficaci per fare propri gli Sdgs, con i fatti e non solo a parole, è proprio quello di stabilire precisi target di miglioramento e comunicare i risultati raggiunti nelle pagine del report di sostenibilità. La Global reporting initiative, autrice delle linee guida volontarie ampiamente adottate a livello internazionale, ha pubblicato una guida pratica che spiega l’iter da seguire, passo dopo passo.

Come prima cosa bisogna definire le priorità, cioè rivedere i 17 Sdgs e i 169 target che li sostanziano, per poi scegliere quelli più rilevanti per la propria specifica azienda. Rilevanti sia in termini di rischi per le persone e l’ambiente, sia in termini di opportunità per avviare prodotti, servizi o investimenti vantaggiosi. A questo punto ci sono gli elementi per fissare obiettivi e strategie aziendali capaci di contribuire agli Sdgs target prioritari. Ciascun indicatore va monitorato con costanza, raccogliendo dati quantitativi e qualitativi. I traguardi raggiunti – così come quelli che sono sfuggiti – vanno infine rendicontati a tutti gli stakeholder, ed è a questo che serve il report di sostenibilità. I dati sono anche il terreno fertile su cui innestare quella riflessione interna all’azienda che è fondamentale per creare una cultura di sostenibilità.

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Il report di sostenibilità è uno dei lavori più collegiali dell’azienda © IngImage

Sostenibilità come driver di crescita, anche per le startup

Finora abbiamo parlato genericamente di imprese, ma che dire delle startup? Non si può negare che essere agli inizi comporti parecchie difficoltà, si legge in un editoriale pubblicato da Forbes. Perché le scelte sostenibili richiedono risorse, personale, competenze e talvolta rappresentano anche un costo, a livello puramente economico. Assodato questo, svariati indizi fanno comunque supporre che anche le realtà appena nate abbiano soltanto da guadagnare da una strategia che ha nell’Agenda 2030 il suo filo conduttore.

La società di consulenza Akzente e l’acceleratore TechFounders hanno interpellato 282 startup, per la metà tedesche e per l’altra metà provenienti da altri paesi europei. Quasi tutte (l’87 per cento, per la precisione) sono state fondate dopo quel giorno di settembre 2015 in cui le Nazioni Unite hanno varato gli Sdgs. Dalla ricerca emergono dati decisamente incoraggianti. Innanzitutto, l’86 per cento ha già avviato una riflessione sulla rilevanza della sostenibilità per il proprio modello di business. Non solo. Due su tre sono andate ben oltre, perché hanno già adottato misure concrete per metterla in pratica, questa sostenibilità. Altrettanto intrigante è interrogarle sul perché. Per circa la metà (il 53 per cento) sono state spinte da incentivi o pressioni esterne, ma sono molte di più (quasi 9 su 10) quelle mosse da una genuina convinzione. Ai loro occhi, l’attenzione agli aspetti sociali e ambientali è parte integrante della filosofia di impresa.

Basterà, quando bisognerà fare i conti con il bilancio? Il segreto è quello di considerare la sostenibilità non come un costo, bensì come un investimento. Difatti, l’assoluta maggioranza del campione (83 per cento) ha già notato conseguenze positive tangibili, soprattutto in termini di acquisizione dei clienti (64 per cento) e vantaggio competitivo (61 per cento). “Dal mio punto di vista”, conclude l’editoriale di Forbes, “le opportunità a disposizione non potranno che aumentare, visto che i consumatori e i clienti chiedono il cambiamento e i nostri governi continuano a fissare obiettivi climatici ambiziosi”.

I percorsi di supporto per le startup sostenibili

Il concetto di triple bottom line, coniato negli anni Novanta e ormai imprescindibile, si riferisce proprio a questo. Un’azienda è chiamata a creare valore per le persone (people), per il Pianeta (planet) e anche per i suoi stessi azionisti e il mercato (profit). Tre dimensioni che rivestono la medesima importanza. “In molte situazioni, è possibile fare la cosa giusta e fare profitti al tempo stesso”, precisa Rebecca Henderson, docente presso la Harvard Business School. “A dirla tutta, abbiamo buoni motivi per credere che risolvere i problemi globali offra opportunità economiche per trilioni di dollari”.

Considerata l’attenzione fortissima da parte di investitori e consumatori, potrebbe aprirsi un momento d’oro per le cosiddette startup sustainable native, cioè quelle che hanno la sostenibilità come motore del loro agire. A una condizione: che sappiano tradurre questo principio ispiratore in un business solido. A questo servono i programmi di supporto sulle tre dimensioni, come quelli di LifeGate Way rivolti espressamente alle startup sostenibili, sempre più diffusi e partecipati.

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