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Cos’è l’obsolescenza programmata, di cosa si tratta e perché se ne parla

Obsolescenza programmata indica un sistema industriale volto alla produzione di beni di consumo con una vita utile ben definita, così da alimentare nuovi acquisti. Ma c’è davvero un cartello dietro?

Con il termine obsolescenza programmata si indica quel sistema produttivo e industriale che realizza beni di consumo progettati per avere una vita utile ben definita nel tempo, in modo tale che il suo acquisto sia perpetrato nel tempo, alimentando quindi il mercato.

obsolescenza programmata
Un tecnico durante una riparazione di un pc desktop. Foto via Sean Gallup/Getty Images

Alcuni esempi li si potrebbero trovare nelle cartucce d’inchiostro, che al loro interno racchiudono un chip grazie al quale smetterebbero di funzionare anzitempo o nelle lavatrici progettate per non durare più di qualche anno. O ancora negli smartphone che dopo un aggiornamento non funzionano più come prima o nei piccoli elettrodomestici con parti meccaniche o digitali che si rompono anzitempo. Ma cosa c’è di vero?

Storia dell’obsolescenza programmata

Dobbiamo andare indietro di quasi un secolo, nel 1924, per trovare i primi esempi di obsolescenza programmata. Come quella della cosiddetta “cospirazione della lampadina”, che vide i maggiori gruppi produttori del tempo, ovvero la General Electrics, Philips e Osram, accordarsi per ridurre la durata delle loro lampadine a 1000 ore.

O quella definita dall’agente immobiliare americano Bernard London, che nel 1934 propose un concetto leggermente differente di obsolescenza programmata: i prodotti di largo consumo dovevano essere progettati per venir sostituiti in breve tempo, lanciando sempre nuovi modelli  e alimentando il mercato. L’obiettivo era quello della crescita dei consumi, insomma gli albori del consumismo. Va ricordato che questi erano gli anni della Grande Depressione economica, che colpì tutto il globo, a partire proprio dagli Stati Uniti.

L’economista Serge Latouche, fervente sostenitore della decrescita economica, ha scritto un libro sul tema, intitolato “Usa e getta: Le follie dell’obsolescenza programmata”. Mentre ne “Il gusto della frugalità”, scrive: “Come si possono portare i consumi all’infinito? Il meccanismo è costruito su tre leve che sono la pubblicità che ci fa desiderare qualcosa, rendendoci insoddisfatti di ciò che abbiamo; il credito, che ci permette di acquistare qualcosa anche se non abbiamo il denaro necessario; e la cosiddetta obsolescenza programmata che ci impone di rinnovare il consumo perché il mercato offre oggetti costruiti per durare sempre meno”.

 

Obsolescenza programmata. Odore di complotto?

Ma esiste davvero un complotto tra grossi gruppi industriali per rendere gli oggetti che acquistiamo inutilizzabili prima del tempo? Ha veramente senso pensare che al di là della fortissima concorrenza che c’è sul mercato, un’azienda decida di proposito di spendere risorse per produrre un oggetto o un articolo che poi si romperà nel breve termine?

“È alquanto strano che esista una strategia di qualche marchio perché i proprio elettrodomestici si guastino facilmente”, spiega Davide Rossi, direttore generale di Aires, associazione che riunisce le principali catene e i maggiori gruppi attivi nella vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche in Italia. “In un mercato fortissimamente concorrenziale come questo è inimmaginabile. C’è talmente poca collaborazione tra le varie marche che invece pensare ad un accordo a livello globale per far si’ che tutti si mettano d’accordo è improbabili”.

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Lavatrici pronte per essere disassemblate e riciclate.

Sta di fatto che certi elettrodomestici “una volta duravano di più”, in particolare se pensiamo ai prodotti degli anni ’70 e ’80. Ma si trattava di oggetti molto costosi, certo di qualità, ma con un ventaglio di possibili acquirenti estremamente ridotto. Con l’avanzare della tecnologia e della progettazione (design) gli stessi oggetti, i materiali impiegati, il loro peso, l’efficienza dei componenti sono cambiati nel tempo.

In questo modo una parte di tecnologia è diventata accessibile ai più, dovendo sacrificare però la qualità di alcuni componenti. Esistono infatti sul mercato prodotti più costosi della media che durano di più dei concorrenti.  “Sono gli stessi consumatori a chiedere prodotti che funzionino sempre meglio, che consumino meno, insomma che siano migliori dei precedenti”, continua Rossi.

Il concetto di obsolescenza programmata potrebbe funzionare quindi in un contesto di oligopolio, dove i venditori sono limitati, così come i prodotti venduti. In questo caso ci sarebbe tutta la volontà di realizzare un tipo di merce poco durevole. Ma in queste condizioni di mercato, globalizzato ed estremamente aggressivo, far rompere una Tv anzitempo pare essere una mossa estremamente controproducente.

Smarthpone e obsolescenza programmata
In queste condizioni di mercato, globalizzato ed estremamente aggressivo, far rompere Tv e telefoni anzitempo pare essere una mossa estremamente controproducente. Foto © Justin Sullivan / Getty

Apple nel mirino in Francia per colpa del’obsolescenza programmata

La procura della repubblica francese del tribunale di Nanterre accerterà che Apple abbia deliberatamente ridotto la durata dei propri prodotti. L’inchiesta, la prima che riguarda l’obsolescenza programmata, è partita dopo la denuncia dell’Associazione Halte à l’obsolescence programmée (Hop). La risposta del colosso di Cupertino non si è fatta attendere ed è quantomeno retorica: i vecchi modelli verrebberro rallentati volontariamente, ma a causa di continui miglioramenti nei software, che porterebbero a minori consumi energetici. Secondo varie associazioni invece si tratterebbe della volontà di obbligare i consumatori ad acquistare sempre nuovi modelli.

Aumentano i Raee. Colpa dei consumi o dell’obsolescenza programmata?

L’aumento delle tecnologia a basso costo ha però creato una nuova categoria di rifiuti, i cosiddetti Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Solo nel 2015 sono state intercettate 223mila tonnellate di Raee, con una crescita del 4,3 per cento rispetto all’anno precendente (dati Ispra). Nel 2017 secondo Ecodom (Consorzio italiano di gestione dei Raee), sono state 104.614 le tonnellate di rifiuti elettronici raccolti. Ciò ha permesso di risparmiare in materie prime e in energia. Ma all’appello mancano ancora troppi dispositivi elettronici di largo consumo (gli R4), visto che il 99 per cento dei Raee raccolti è rappresentato da lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, forni, cappe, stufe elettriche, boiler, microonde e dai grandi elettrodomestici.

“Oggi esistono sistemi per migliorare la raccolta, ovvero è possibile costruire prodotti concepiti per essere riciclati correttamente”, dice Rossi. “Se quel telefono è realizzato con le materie prime seconde raccolte da riciclo, non andiamo a intaccare le risorse, ma realizziamo un ciclo di materia continuo”. La definizione stessa di economia circolare.

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