Ocean Cleanup, qualcosa non va, la macchina per la pulizia degli oceani è tornata in porto

La barriera galleggiante è dovuta rientrare a San Francisco a causa di un guasto. Slat ha comunque rassicurato che la macchina tornerà presto in mare.

Sono trascorsi circa quattro mesi dall’avvio di Ocean Cleanup, uno dei progetti più eccitanti e importanti per la salute degli oceani e, di conseguenza, per l’intero pianeta. Lo scorso 8 settembre è infatti salpato da San Francisco il macchinario chiamato Ocean Array Cleanup, ideato dal ragazzo prodigio Boyan Slat, diretto verso la più grande isola di plastica esistente al mondo, con l’obiettivo di iniziare la più grande opera di pulizia oceanica mai effettuata. Qualcosa, però, è andato storto e la macchina, soprannominata Wislon, è dovuta rientrare in porto.

La barriera galleggiante che raccoglie i detriti plastici
Il macchinario noto come System 001, o “Wilson”, è stato rimorchiato verso il Pacific Trash Vortex a settembre, dopo che il team composto da 70 scienziati e ingegneri di Ocean Cleanup ha trascorso cinque anni a testare 273 modelli e sei prototipi © Ocean Cleanup

Cosa è successo a Wislon

Durante un controllo effettuato il 29 dicembre i tecnici hanno notato che la macchina, che sfrutta le correnti del mare per raccogliere la plastica ed è composta da una catena di barriere galleggianti, si era spezzata perdendo un pezzo lungo circa venti metri. Gli ingegneri di Ocean Cleanup stanno cercando di capire l’origine del danno ma sospettano che la rottura sia causata dall’”affaticamento” della macchina dopo aver effettuato circa 106 cicli di carico. La sezione principale è comunque rimasta stabile, ha fatto sapere la compagnia attraverso il proprio portale, e le paratie sono intatte. Sembra inoltre che la macchina non sia in grado di trattenere correttamente la plastica raccolta, l’ideatore di Wilson, il 24enne Boyan Slat, ritiene che la causa possa essere la bassa velocità della barriera, alimentata ad energia solare, e attualmente un gruppo di ingegneri sta studiando una soluzione.

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L’ottimismo di Slat

Si tratterebbe però di problemi risolvibili che non dovrebbero, secondo Slat, rallentare troppo il progetto. “Quello che stiamo cercando di fare non è mai stato fatto prima – ha affermato il fondatore di Ocean Cleanup – quindi, naturalmente, ci aspettavamo di dover ancora sistemare alcune cose prima che il progetto diventasse pienamente operativo”. Tra le soluzioni al vaglio degli esperti c’è quella di allargare l’arco della barriera galleggiante, affinché catturi più vento e onde per aumentare la velocità. “Wilson potrebbe avere un maggiore impatto sulle correnti che trasportano le materie plastiche di quanto inizialmente previsto”, si legge sul sito della società olandese.

 

Fase di sperimentazione

Slat ha spiegato che il problema relativo alla perdita di plastica non era stato riscontrato nei prototipi e modelli in scala e che, in ogni caso, “l’unico modo per vedere veramente come avrebbe funzionato il sistema era metterlo nell’ambiente per cui è stato progettato, dove si è rivelato ampiamente efficace, poiché la maggior parte del design ha resistito alle prove del Pacifico. Per la fase beta di una tecnologia, questo è già un successo”.

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I dubbi su Ocean Cleanup

Boyan Slat ha comunque garantito che la pulizia del Pacific trash vortex riprenderà nel corso del 2019 e che entro cinque anni potrebbe rimuovere il 50 per cento della plastica nell’area. C’è chi, tuttavia, nutre dubbi sull’effettivo funzionamento del macchinario di Ocean Cleanup, costato oltre venti milioni di dollari. Alcuni scienziati temono, in particolare, che la forza delle onde finirà per ridurre la barriera in pezzi (trasformandola ironicamente in un rifiuto oceanico) e che possa costituire un pericolo per creature marine come delfini e tartarughe. “La loro valutazione dell’impatto ambientale non ha affrontato seriamente gli effetti che queste strutture avranno sugli ecosistemi”, ha affermato Miriam Goldstein, direttrice della politica oceanica dell Center for American Progress.

Lotta alla plastica

“Io non credo che funzionerà, ma lo spero”, ha detto George Leonard, scienziato di Ocean Conservancy, sostenendo che sarebbe più urgente ridurre la produzione e il consumo di plastica. Slat si è detto naturalmente d’accordo sulla necessità di impedire alla radice che la plastica finisca negli oceani, ma bisogna anche pensare a quella vi è attualmente presente. “Questa plastica non andrà via da sola – ha detto il fondatore di Ocean Cleanup – e lasciare che centinaia di migliaia di tonnellate di plastica si frammentino in pezzi piccoli e pericolosi mi sembra uno scenario inaccettabile”.

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