Pablo Ernesto Piovano. Sui pesticidi, ho provato a porre fine a un silenzio assordante

L’autore del reportage El costo humano de los agrotóxicos, Pablo Ernesto Piovano, racconta com’è nata l’idea di girare l’Argentina in lungo e in largo alla scoperta degli effetti dei pesticidi sulle persone.

Il suo reportage, El costo humano de los agrotóxicos, dedicato a rompere un silenzio intorno alle conseguenze che l’esplosione dell’uso dei pesticidi, tra i quali il glifosato, ha avuto sulla popolazione argentina, ha avuto una eco inaspettata e incontrollabile. Per cercare di rispondere alle numerose domande, alle perplessità che girano intorno al suo lavoro, LifeGate ha realizzato un’intervista al fotografo Pablo Ernesto Piovano.

Può raccontarci com’è cominciato tutto? Com’è nata l’idea di fare un reportage fotografico sugli effetti del glifosato sugli argentini?
È nato tutto da un silenzio, un silenzio che faceva rumore. I mezzi di informazione argentini non stavano mostrando la situazione nelle aree rurali, dove vengono spruzzati 370 milioni di litri di prodotti agrochimici sul 60 per cento del territorio nazionale. Ci sono diversi studi e libri pubblicati, ma fino ad allora mancavano le immagini. Soprattutto mancava la diffusione di informazioni relative agli effetti e ai danni provocati da questo nuovo modo di coltivare. Così ho deciso di prendere la mia macchina fotografica e andare a vedere coi miei occhi cosa stava accadendo.

Qual è stata la prima storia in cui si è imbattuto?
Per prima cosa ho fatto visita a Fabian Tomasi, un uomo sulla quarantina colpito dagli effetti dei pesticidi e che ha persino dedicato la sua vita a dare voce a tutte le persone che ne sono vittime. Tomasi vive a Basavilbaso, nella provincia di Entre Ríos, in Argentina, e ha lavorato per vent’anni in un’azienda di pesticidi, occupandosi del carico e dello scarico degli aerei usati per spruzzare i pesticidi sui campi agricoli. In quegli anni non era ancora ben chiaro quali fossero gli effetti che questi potevano avere, e oggi Tomasi è un esempio vivente di tutto questo.

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Fabian Tomasi, l’uomo colpito dagli effetti dei pesticidi che ha dedicato la sua vita a dare voce alle vittime © Pablo Ernesto Piovano

Quindi stiamo parlando dei danni alla salute causati dal contatto diretto con i pesticidi e non dall’assunzione per via orale attraverso cibi “contaminati”, giusto?
Sì, sono due cose diverse. Da un lato c’è il contatto diretto, l’esposizione ai pesticidi. Dall’altro c’è l’aspetto alimentare, il contatto indiretto. Quest’ultimo è ciò che subiscono le persone che vivono nei villaggi vicini ai campi in cui si usano pesticidi.

Com’è riuscito a trovare le persone, le famiglie ritratte nei suoi scatti?
Ho percorso 15mila chilometri in auto facendo tre viaggi in modo indipendente. Non è facile entrare in contatto con queste persone, ma informandosi e chiedendo mi sono ritagliato spazi dove incontrarle. Ci sono dei centri, ad esempio, dove il numero di bambini e adolescenti costretti a letto è allarmante. Parlando con le famiglie, si capisce subito che la relazione con i pesticidi è stata diretta, anche se ovviamente non ci sono prove scientifiche. Per averle bisognerebbe iniziare a studiare queste persone prima che entrino in contatto con i prodotti chimici, ed è impossibile. Però ci sono alcuni studi che stanno dimostrando che se si entra in contatto con i pesticidi nelle prime settimane di gravidanza, la probabilità che il bambino nasca con malformazioni aumenta.

Ha analizzato solo il glifosato o anche altri pesticidi?
È quasi impossibile lavorare solo con il glifosato perché in agricoltura si usano dei cocktail, delle miscele di prodotti chimici. Quindi non si tratta solo di glifosato, ma anche di altri prodotti chimici. Si usano circa 20 milioni di litri di glifosato all’anno e circa 170 milioni di altri prodotti chimici, come il 4d, l’endusolfano, l’atrazina, la cipermetrina, tra gli altri. Sono tutte sostanze velenose e nocive.

Come si sono diffusi questi prodotti nel suo paese?
L’Argentina è stato ed è un territorio di sperimentazione. È stata la porta d’ingresso per questo tipo di veleni. Nel 1996 il governo ha deciso di approvare l’uso del glifosato in modo frettoloso senza condurre alcuna indagine interna, ma basando la sua decisione solo sulle ricerche pubblicate dalle multinazionali. Negli ultimi vent’anni, quindi, abbiamo assistito a un cambiamento radicale nelle tecniche di coltivazione. L’uso dei pesticidi è aumentato del 1000 per cento e il 60 per cento dei terreni è stato convertito all’uso di prodotti chimici. Tanto che oggi l’Argentina ha una delle quantità di pesticidi più alte al mondo: 6 litri a persona.

Cosa pensa del susseguirsi di tesi contrapposte riguardanti la cancerogenicità del glifosato? Ora anche l’Organizzazione mondiale della sanità sembra essere tornata sui suoi passi…
Quando l’Oms si è pronunciata nel 2015, per la comunità scientifica si è trattato di una conferma. Ora che il glifosato deve essere autorizzato nuovamente in Europa, però, ha deciso di fare un passo indietro. Com’è possibile che la Iarc (International agency for research on cancer che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità, ndr) possa affermare una cosa e poi che questa venga ritrattata? Che serietà dimostra l’Oms?

Per realizzare il reportage a che fonti scientifiche si è affidato?
A una rete di medici operante nelle zone dove si usano i pesticidi, Médicos de pueblos fumigados. Inoltre, medici dell’Università di Cordoba e dell’Università di Rosario hanno realizzato diversi studi grazie alla passione di alcuni laureandi. Secondo i dati, sembra che i casi di tumore siano 2 o 3 volte più alti della media nazionale. In generale, è difficile portare prove perché quando si lavora senza l’appoggio dello stato, non si è mai riconosciuti ufficialmente: o si tratta di studi indipendenti o di persone che lavorano come volontari. Ad esempio, l’Universidad de la Plata, a Buenos Aires, ha realizzato uno studio comprando a caso frutta e verdura nei negozi locali e ha scoperto che nel 70-80 per cento dei casi erano presenti da 2 a 16 tipi di pesticidi.

Dopo quello che ha fatto mostrato con le sue foto, cosa è cambiato in Argentina? Il governo si è attivato per fare qualcosa?
No, anzi stiamo peggio di prima. Alla fine del 2015, quando Mauricio Macri è stato eletto presidente, molte posizioni di governo sono state assegnate a ex manager e direttori di multinazionali. Come Leonardo Sarquís, ex direttore di Monsanto, che ora è il responsabile delle risorse agrarie della provincia di Buenos Aires. Credo che l’unica soluzione – a questo punto – possa arrivare dal basso, dal popolo che deve tornare a trattare con rispetto la madre Terra.

Ha subito denunce, pressioni o minacce mentre realizzava l’inchiesta fotografica o nei mesi successivi?
No, per fortuna non ho ricevuto nessuna minaccia. Ma per sicurezza ho deciso di non pubblicare ufficialmente il mio lavoro in Argentina.

Pensa di estendere il suo lavoro di documentazione anche ad altri paesi?
A ottobre presenterò il mio lavoro a Città di Castello, in provincia di Perugia, durante Altrocioccolato, ma la mia idea è realizzare reportage di questo tipo in ogni continente. Anche se mi mancano i fondi per farlo. Il mio lavoro cerca di ricostruire la memoria ancestrale del nostro rapporto con la terra. Oggi il cibo è diventato un prodotto di consumo quando dovrebbe essere qualcosa di sacro, che ci nutre e ci dà energia vitale. È fondamentale recuperare questa consapevolezza.

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