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Abiy Ahmed da aprile del 2018 è il primo ministro dell’Etiopia. Ha aperto la strada per una riconciliazione con l’Eritrea che gli è valsa il premio Nobel.
Che Abiy Ahmed avrebbe rappresentato un cambiamento profondo per il suo paese lo si era capito fin dal suo insediamento al posto di primo ministro dell’Etiopia. Nel suo primo discorso, lunedì 2 aprile 2018, ha immediatamente teso la mano contro la nazione che per venti anni ha rappresentato il nemico: l’Eritrea. “Dialogo” e “riconciliazione” furono le parole usate dal 42enne nuovo capo del governo della nazione africana. Una posizione che gli è valsa un anno e mezzo dopo il premio Nobel per la pace, “per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto”. Così come per aver “avviato importanti riforme per dare a molti cittadini la speranza per una vita migliore e un futuro più luminoso”, puntando su “riconciliazione, solidarietà e giustizia sociale”.
Quello attuato dal leader etiope è stato infatti un cambiamento diametrale rispetto alla linea tenuta dalla coalizione che governava la nazione africana da 27 anni, il Fronte democratico rivoluzionario dei popoli etiopi, aveva continuamente accusato Asmara di tentativi di destabilizzazione. Lo stesso Abiy Ahmed aveva partecipato alla guerra fratricida che provocò decine di migliaia di morti tra il 1998 e il 2000.
Il primo ministro – il primo dell’etnia maggioritaria, ma spesso vessata, degli Oromo – ha aperto inoltre ai partiti di opposizione, definendoli “fratelli” e non nemici. E ha chiesto scusa “a tutti coloro che hanno perduto dei loro cari”, riferendosi alle centinaia di morti nella repressione delle manifestazioni nel biennio 2015-2016.
Protestante, figlio di un padre musulmano e di una madre cristiano-ortodossa, aveva soltanto quindici anni quando il dittatore Mengistu Haile Mariam fu rovesciato, nel 1991. Nato nella città di Beshasha, circa 400 chilometri a sud-ovest di Addis Abeba, fin da ragazzo manifestò interesse per la politica. Essendo però troppo giovane per entrare nei partiti, decise di impegnarsi nell’esercito. Dapprima operatore radio, la carriera militare lo portò presto a ricoprire il ruolo di tenente-colonnello. Fu anche inviato con i Caschi blu delle Nazioni Unite in Ruanda, dopo il genocidio dell’etnia Tutsi.
Etiopia – Abiy creerà il ministero della Pace #etiopia #pace @AbiyAhmed https://t.co/WMQlRoYXhK pic.twitter.com/CbDAsKd8mA
— africarivista (@africarivista) 12 ottobre 2018
Nel frattempo, Abiy Ahmed ha proseguito gli studi. Si è laureato in filosofia e ha conseguito un dottorato presso l’Istituto di studi sulla pace e sulla sicurezza. Tra i suoi principali incarichi, prima di arrivare alla guida del governo, c’è stata la direzione di uno degli organismi di sorveglianza del paese, l’Agenzia etiope per la sicurezza delle reti informatiche, incaricata di analizzare le attività online della popolazione.
Una delle sue prime decisioni assunte da premier è stata quella di liberare migliaia di prigionieri politici, tra i quali anche alcuni esponenti di primo piano dell’opposizione. Ha quindi deciso di annullare lo “stato di emergenza” che era stato instaurato in precedenza. A settembre del 2018, poi, assieme al presidente eritreo Issaias Afeworki, ha compiuto un passo storico nel processo di pace tra i due paesi, riaprendo la frontiera che era stata chiusa nel 1998.
The historic 11th EPRDF Congress (that has 180 voting members) today elected Dr Abiy Ahmed as Chairperson .(Anadolumini) pic.twitter.com/DDiRmOpPYA
— Minasse Wondimu (@MinasseHail) 5 ottobre 2018
È proprio grazie alla scelta strategia della fine dei conflitti interni ed esterni, che Abiy Ahmed conta di dare nuovo impulso anche allo sviluppo economico. Malgrado la siccità e le tensioni etniche, l’Etiopia da più di un decennio registra tassi di crescita superiori all’8 per cento. Grazie alla pace, gli investimenti privati dovrebbero cominciare a sostenere il sistema, ancora controllato quasi unicamente dallo stato.
Ma il premier riformatore dovrà anche guardarsi le spalle. La scelta della velocità nel cambiamento comincia a scontentare alcuni attori-chiave del panorama politico nazionale. In particolare i tigrini, gruppo etnico che rappresenta solo il 6 per cento della popolazione ma che è stato a lungo al potere e il cui peso è ancora molto forte. E che ha già cominciato a lamentarsi della linea di Ahmed.
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