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Per la prima volta i ricercatori hanno dimostrato che anche questi invertebrati marini ingeriscono microfibre di plastica.
Rifiuti di plastica di ogni forma e dimensione sono ormai diffusi in ogni mare e oceano, dalla superficie agli abissi, con gravi conseguenze per la fauna marina. Tra le microplastiche, quei minuscoli frammenti di plastica prodotti, perlopiù, dallo sgretolamento di rifiuti più grandi, ci sono anche le microfibre di plastica provenienti dai tessuti sintetici. Nell’ultimo decennio il consumo mondiale di fibre sintetiche è aumentato del 64 per cento, provocando una crescita esponenziale delle microfibre che, staccandosi dai capi durante i lavaggi, vengono immesse in mare. Secondo uno studio della Iucn le microfibre rappresentano il 35 per cento delle microplastiche che finiscono in mare. Questi piccoli frammenti di plastica entrano nella catena alimentare marina e vengono mangiati da una grande varietà di animali. A questi, da oggi, dobbiamo aggiungere gli anemoni di mare.
Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’organizzazione scientifica statunitense Carnegie Institution for Science, che ha osservato il fenomeno per la prima volta. Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Pollution, rappresenta infatti la prima indagine in assoluto sulle interazioni tra anemoni di mare e microfibre di plastica. Gli anemoni di mare, nonostante abbiano il nome di una pianta, sono animali. Strettamente imparentati con i coralli, gli anemoni sono polipi urticanti che vivono attaccati alle rocce presenti nei fondali marini o sulle barriere coralline.
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Considerata la correlazione con i coralli, gli anemoni di mare potrebbero aiutare gli scienziati a capire come proteggere le barriere coralline, fortemente minacciate dai cambiamenti climatici e contaminate da grandi quantità di plastica. “L’inquinamento causato dalla plastica è un problema serio e in crescita, che minaccia gli oceani e gli animali che vi abitano – ha affermato uno degli autori dello studio, Manoela Romanó de Orte. – Volevamo capire in che misura questi inquinanti di lunga durata colpiscano i fragili ecosistemi delle barriere coralline. Poiché gli anemoni di mare sono strettamente correlati ai coralli, abbiamo deciso di studiarli in laboratorio per capire meglio gli effetti della plastica sui coralli in natura”.
I ricercatori hanno studiato diversi anemoni di mare, alcuni sani e altri vittime di una condizione definita “sbiancamento”, che comporta la perdita delle alghe simbiotiche che forniscono agli anemoni le sostanze nutritive. Un processo analogo sta colpendo le barriere coralline, con crescente frequenza e intensità in concomitanza con l’aumento globale delle temperature. Quando la temperatura dell’acqua supera un certo limite, infatti, il legame simbiotico tra i coralli e i loro inquilini, microscopiche piante chiamate zooxantelle, si interrompe. A causa di un’anomala reazione chimica i coralli scacciano le zooxantelle e così facendo diventano bianchi, smettono di crescere e, solitamente, muoiono.
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L’obiettivo degli scienziati era comprendere se le microfibre di plastica vengono ingerite anche dagli animali in salute o solo da quelli vittime di sbiancamento. Per farlo hanno inserito nelle vasche degli anemoni tre diversi tipi di microfibra: nylon, poliestere e polipropilene. Dalle osservazioni è emerso che, se inserite da sole, tra le microfibre solo il nylon veniva ingerito dagli anemoni e solo da un quarto di quelli non sbiancati. Quando invece le microfibre sono state mescolate a piccoli crostacei del genere Artemia, tutti e tre i tipi sono stati mangiati dall’80 per cento degli anemoni, sia quelli in salute che quelli vittime di sbiancamento.
I ricercatori hanno notato che agli anemoni sbiancati, rispetto a quelli sani, è servito più tempo per espellere le microfibre dopo averle ingerite, tutti gli animali sono comunque riusciti ad espellerle entro tre giorni. In natura, tuttavia, anemoni e coralli sono costantemente esposti alle microfibre plastiche, rendendo la contaminazione una condizione cronica della loro esistenza. Manoela Romanó de Orte di Carnegie, Sophie Clowez e Ken Caldeira, i tre autori dello studio, hanno concluso che gli organismi indeboliti dai cambiamenti climatici hanno maggiori probabilità di ingerire e immagazzinare le microfibre di plastica. “Sembra che gli effetti del riscaldamento globale e dell’inquinamento marino non solo si uniscano, ma si moltiplichino”, ha affermato Ken Caldeira.
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