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Ritardanti di fiamma, pesticidi e aromi invadono anche i ghiacciai alpini. È quanto hanno osservato i ricercatori dell’università degli studi di Milano e di Milano-Bicocca che, per la prima volta, hanno campionato una quantità di microplastiche pari a quella rivenuta nei sedimenti marini e costieri europei: 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento. I risultati
Ritardanti di fiamma, pesticidi e aromi invadono anche i ghiacciai alpini. È quanto hanno osservato i ricercatori dell’università degli studi di Milano e di Milano-Bicocca che, per la prima volta, hanno campionato una quantità di microplastiche pari a quella rivenuta nei sedimenti marini e costieri europei: 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento. I risultati sono stati presentati lo scorso 9 aprile a Vienna durante la conferenza internazionale dell’European geosciences union (Egu) e mostrano come anche l’ambiente montano e alpino non sia immune dall’inquinamento da plastica.
“Questa ricerca dimostra come i ghiacciai siano i testimoni dell’impatto dell’uomo sull’atmosfera”, spiega a LifeGate la professoressa Guglielmina Diolaiuti, che insieme al professor Roberto Ambrosini, e dai dottori Roberto Sergio Azzoni e Marco Parolini del dipartimento di scienze e politiche ambientali, assieme al gruppo di ricercatori dell’università di Milano-Bicocca, formato dal professor Andrea Franzetti e dalla dottoressa Francesca Pittino, hanno condotto la ricerca.
Attrezzati come fossero un laboratorio “sterile” per non contaminare la scena i ricercatori hanno “rinvenuto gli inquinanti tradizionali, intrappolati nella neve depositata d’inverno, che nell’arco di una decina d’anni compatta e si trasforma in ghiacciaio”, spiega la professoressa Diolaiuti. “Finora ci si era concentrati solo sull’ambiente marino. Ma in realtà è evidente che la plastica arriva anche attraverso i fiumi. Dobbiamo quindi concentrare gli sforzi sulla riduzione dei rifiuti di plastica anche nelle zone di montagna”.
Bottiglie, creme solari, pile e tessuti tecnici sono solo alcuni dei materiali che oggi sappiamo possono contribuire a creare l’inquinamento da microplastiche. Queste infatti si degradano in polimeri più piccoli come degli anelli di una catena, disperdendosi nell’aria, per venire trasportati poi dal vento. “Indubbiamente pesa l’inquinamento a livello locale, ma tutto ciò che si trova a valle viene preso in carico dal vento che lo porta poi in alta atmosfera per poi precipitare insieme alla neve sul ghiacciaio”.
Il ghiacciaio non è più solo il testimone dei cambiamenti climatici in atto, ma anche dell’impatto che ha l’uso di sostanze nocive sull’ambiente alpino: il ghiaccio e la neve si scioglieranno per finire nei corsi d’acqua e giungere infine nelle nostre coste e nel Mediterraneo.
“Questa scoperta ci mostra quanto sia necessario lavorare e fare ricerca dalla montagna al mare”, dice la professoressa. “Il problema non è solo sulle coste. Non possiamo pensare che questo sia un solo un problema locale. Inoltre dobbiamo ancora capire se le microplastiche siano entrate o meno nella catena trofica”. La fauna locale pascolando può ingerire le piccole particelle e ad oggi non sappiamo ancora quali tipi di sostanze possano essere trasportare all’interno degli organismi.
Ciò che risulta dalle evidenze scientifiche è che gli ecosistemi sono strettamente collegati e che, se una sostanza viene impiegata in modo inappropriato, questa è in grado di contaminare ambienti tra loro diversissimi ma altrettanto delicati.
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