I ricercatori hanno scoperto che sopra i quindici gradi gli stambecchi interrompono le loro attività. Inoltre l’ecosistema in cui vivono sta subendo evoluzioni che mettono a rischio la sopravvivenza dei cuccioli.
“Sembri proprio uno stambecco”, è il complimento per un bravo rocciatore. La Capra ibex, mammifero che vive sulle Alpi, è infatti estremamente abile nell’arrampicata. È senz’altro uno spettacolo unico l’avvistamento di un animale tanto maestoso, dalle corna imponenti e nodose, che salta da un gradino roccioso all’altro con la stessa leggiadria di un felino. Pensare che il futuro potrebbe privarci di quest’emozione spezza il cuore.
L’influenza del riscaldamento globale sul comportamento degli stambecchi
A fine Ottocento, la specie è riuscita a sopravvivere al bracconaggio. Tra gli anni Ottanta e Novanta, paradossalmente, il riscaldamento globale ha fatto sì che il numero di capi aumentasse: inizialmente, infatti, inverni più miti e poco nevosi hanno comportato una maggiore disponibilità di risorse alimentari.
Ben presto, però, è risultato evidente che temperature più elevate abbiano in realtà conseguenze negative. “Sopra i quindici gradi gli stambecchi interrompono le proprie attività: è come se facessero una siesta pomeridiana”, spiega Francesca Cagnacci, ricercatrice della Fondazione Mach, ai microfoni della Rai. “Per compensare il fatto che non mangiano durante il giorno devono – per usare una metafora – tenere i negozi aperti fino a tardi, cioè prolungare le loro attività di notte oppure la mattina presto”.
I cambiamenti climatici modificano l’ecosistema alpino mettendo a rischio la sopravvivenza dei cuccioli
Non è soltanto il comportamento di questi mammiferi a subire l’influenza dei cambiamenti climatici. Le praterie dove gli stambecchi trovano le piante di cui cibarsi sono tipiche del clima alpino, caratterizzato dalla brevità dell’estate e dalla lunga persistenza del manto nevoso; con l’aumento delle temperature, questi ecosistemi soffrono e rischiano di scomparire. Le loro caratteristiche si stanno già evolvendo: la fioritura anticipata fa sì che, quando d’estate i piccoli vengono alla luce, la madre non riesca a nutrirsi nel modo migliore per produrre latte di qualità.
Al momento dello svezzamento, nemmeno la prole dispone di foraggio adeguato e questo ne pregiudica la crescita. Inoltre, inverni più miti aumentano le probabilità di sopravvivenza dei parassiti: l’indagine di un laureando dell’Università degli studi di Padova sulla colonia di stambecchi della Marmolada ha dimostrato la correlazione fra le condizioni ambientali e l’insorgenza nei capi di parassitosi broncopolmonari e gastrointestinali. Secondo il Wwf, il tasso di sopravvivenza dei cuccioli è sceso dal 50 per cento degli anni Ottanta al 25 per cento nel 2015. Ciò significa che, su dieci esemplari, solo due o tre diventano adulti.
Gli animali stanno cercando di adattarsi agli sconvolgimenti che l’uomo ha provocato, ad esempio migrando verso territori più freschi. In alcuni casi, i progetti di reintroduzione li riportano dov’erano scomparsi: è il caso del Libano, che a luglio di quest’anno ha assistito alla nascita di due stambecchi del deserto dopo oltre un secolo. Come stabilito dalla legge di Darwin, a sopravvivere saranno i più forti: non è detto che l’uomo sia tra questi, ma è sicuro che il Pianeta non sarà più lo stesso.
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Dopo Milano, il progetto realizzato con LifeGate nell’ambito della Water Defenders Alliance arriva nel porto toscano. Obiettivo: prevenire l’inquinamento delle acque attraverso una tecnologia in grado di assorbire oli e idrocarburi.
La legge sulla valorizzazione del mare contiene una norma di principio per la tutela di un ecosistema unico, ma per ora non sono previsti strumenti reali.