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Ammonta a 1,2 miliardi di dollari il risarcimento che la filiale ciadiana della società cinese China National Petroleum Corporation International (Cnpci) deve al governo di N’Djamena per aver provocato gravi danni ambientali. La condanna, recentemente annunciata dal ministro dell’Ambiente del Ciad Mahamat Issa Halikimi, è senza precedenti per l’ex colonia francese e fa riferimento
Ammonta a 1,2 miliardi di dollari il risarcimento che la filiale ciadiana della società cinese China National Petroleum Corporation International (Cnpci) deve al governo di N’Djamena per aver provocato gravi danni ambientali.
La condanna, recentemente annunciata dal ministro dell’Ambiente del Ciad Mahamat Issa Halikimi, è senza precedenti per l’ex colonia francese e fa riferimento a un contenzioso che va avanti dallo scorso agosto, quando le autorità avevano sospeso le attività della Cnpci per “violazione delle norme ambientali” nei giacimenti petroliferi a sud del Paese ed alcuni dirigenti dell’azienda erano stati costretti a tornare in Cina.
Le attività di estrazione della società cinese inquinano principalmente il bacino di Bongor, a sud-ovest della capitale N’Djamena. Secondo il ministro Halikimi, gli operatori della Cnpci “Non solo non hanno gli equipaggiamenti necessari per ripulire il greggio scaricato, ma si è trattato di uno scarico intenzionale per ridurre i costi”.
E’ dal 2003 che il Ciad fa parte della cerchia dei Paesi produttori di oro nero, arrivando nel 2011 a raffinare 120.000 barili al giorno. Nonostante questo, le entrate derivanti dall’esportazione di petrolio non hanno ancora consentito di migliorare in modo significativo le condizioni di vita della maggioranza della popolazione.
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