Come le compagnie petrolifere statali mettono a rischio la transizione energetica

L’economia di India, Russia, Cina è ancora troppo dipendente da gas e petrolio. Gli investimenti delle compagnie statali mettono a rischio la transizione.

Le compagnie petrolifere a partecipazione o di proprietà statale sono pronte a investire nel prossimo decennio circa 1.500 miliardi di euro in progetti di estrazione di petrolio. Se l’intenzione di tali aziende diventasse realtà, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima e della transizione energetica sarebbero destinati a fallire. È quanto riporta il dossier Risky bet: national oil companies in the energy transition pubblicato a febbraio dal Natural resource governance institute (Nrgi), organizzazione no-profit impegnata a migliorare la governance delle risorse naturali a livello globale, con sede a New York.

Ma il report mette in guardia anche gli investitori: dal momento che i progetti di estrazione di combustibili fossili sono costosi, Nrgi calcola che almeno 400 miliardi di questi investimenti andranno sprecati poiché la transizione energetica, e quindi la conversione verso le fonti rinnovabili, farà scendere inevitabilmente i prezzi di gas e petrolio e dunque, a lungo termine, questi progetti non rientreranno dell’investimento fatto.

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Un centro di stoccaggio di petrolio in Venezuela © Kimberly White/Getty Images

O transizione o petrolio

Il rinnovato interesse nei giacimenti petroliferi va di pari passo con il prezzo del petrolio: se è vero, infatti, che il costo a barile è crollato a causa della pandemia, è vero altrettanto che dall’inizio dell’anno in corso l’oro nero ha recuperato il terreno perso rialzando i prezzi da 40 a 60 dollari al barile. Così molte compagnie di combustibili fossili si aspettano un ritorno al solito business e per questo stanno pianificando future espansioni.

“Se la transizione energetica deve essere abbastanza veloce da rispettare l’Accordo di Parigi, gli investimenti nei combustibili fossili devono finire molto rapidamente”, ha sottolineato David Manley, autore del rapporto. “O il mondo fa ciò che è necessario per limitare il riscaldamento globale, oppure le compagnie petrolifere nazionali fanno profitti con i combustibili fossili. Entrambe le cose non sono possibili”.

Rischio di vanificare la transizione ecologica

A differenza della società petrolifere quotate in borsa (come Exxon, Shell, BP), le società energetiche statali non hanno l’obbligo di presentare bilanci dettagliati. A scriverlo è il Guardian, principale testata inglese, anche se queste società producono circa i due terzi del petrolio e del gas del mondo e possiedono il 90 per cento delle riserve.

Così, mentre Shell, BP e le altre, si sono dovute adattare alle richieste degli investitori, puntando anche su tecnologie verdi, la stessa cosa non succede per le aziende statali, tanto che queste ultime potrebbero vanificare i traguardi raggiunti dalle prime, come ha sottolineato ancora Manley.

Cina, India e Russia sono alcune delle nazioni ancora fortemente legate ad aziende statali di produzione di energia da combustibili fossili. Sebbene, la Cina abbia sottoscritto l’obiettivo a lungo termine di diventare carbon neutral entro il 2060 e l’India abbia definito un piano nazionale di investimenti per le energie rinnovabili, la direzione della transizione energetica è tutt’altro che definita. Come dimostra la Russia la quale ha sì sottoscritto l’accordo di Parigi, ma non ha ancora intrapreso alcuna azione pratica in favore del clima.

L’anno della Cop 26

Il 2021 sarà l’anno della Cop 26 di Glasgow: secondo Manley e gli autori del rapporto, questa data può essere utile per far luce sulle attività delle aziende statali in questione, argomento che finora, dicono i ricercatori, non è ancora mai stato affrontato direttamente.

In questa sede sarà necessario convincere gli stati che ancora sono legati ai combustibili fossili (oltre ai già citati, il rapporto cita l’Algeria, il Mozambico, il Venezuela e la Nigeria) a scegliere la via della transizione, anche perché, se il prezzo del petrolio dovesse di nuovo scendere sotto i 40 dollari a barile, l’economia basata esclusivamente su oil & gas rischierebbe di andare in default, creando seri rischi di instabilità sociale tra le fasce più deboli in stati già esposti a questo rischio.

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