Le foreste della Terra cambiano a due velocità. Il quadro globale tra deforestazione e boschi in crescita

Qualcosa è cambiato. Se da un lato del mondo la deforestazione avanza, dall’altro rallenta: una spiegazione dei numeri globali, europei e italiani sulle foreste. Perché tagliare alberi non sempre significa deforestazione.

con il contributo di Gherardo Chirici, Piermaria Corona, Raffaella Lovreglio, Marco Marchetti, Paolo Mori, Renzo Motta, Davide Pettenella, Raoul Romano, Luigi Torreggiani e Giorgio Vacchiano

La deforestazione si genera dal taglio di alberi, ma tagliare alberi non sempre è deforestazione. Per comprendere meglio questa apparente contraddizione bisogna prima di tutto definire che cosa sia una foresta.

Lo standard di riferimento è la definizione della Fao: la foresta (o bosco) è una superficie di almeno 0,5 ettari con alberi capaci di raggiungere almeno 5 metri di altezza che con la loro chioma “coprano” almeno il 10 per cento del terreno. Sono esclusi da questa definizione parchi urbani, giardini e formazioni arboree in ambito agricolo (un frutteto o un uliveto non sono bosco).

Tagliare alberi non sempre è deforestazione

Deforestazione in Amazzonia
Un’area dell’Amazzonia sottoposta a deforestazione per permettere la costruzione della controversa diga di Belo Monte © Mario Tama/Getty Images

La definizione è necessariamente complessa perché deve lasciare meno spazio possibile all’interpretazione soggettiva. È infatti studiata per essere applicata su una rete di punti di misurazione che vengono visitati periodicamente dalle squadre degli inventari forestali nazionali, con il compito di stimare la consistenza del patrimonio forestale dei diversi Paesi.

A dire il vero, ci sono Stati che utilizzano definizioni leggermente diverse: una copertura delle chiome minima del 20 per cento o addirittura del 50 per cento, oppure una superficie minima di 0,2 ettari (come la legge forestale in vigore in Italia, il testo unico sulle foreste e le filiere forestali). Ma quando i dati vengono riportati alla Fao tutti sono obbligati a rispettare lo stesso criterio. Questo è l’unico modo per capire davvero come cambia la superficie forestale nel tempo: non possiamo sapere se ci sia più bosco in Francia o in Italia, o se in Italia il bosco stia aumentando o diminuendo, se non utilizzando sempre le stesse regole per definirlo.

Deforestazione non è solo tagliare alberi, ma impedire che il bosco ricresca

Chiarito cos’è una foresta, torniamo alla deforestazione. Sempre secondo la Fao, la deforestazione è un cambio permanente dell’uso del suolo, per esempio quando si trasforma un bosco in un terreno agricolo, a pascolo, o artificiale. Dunque, deforestazione non vuol dire solo tagliare il bosco, ma impedire che il bosco ricresca.

Se il taglio non impedisce la rigenerazione del bosco, non si tratta di deforestazione: le aree di bosco tagliate, percorse da incendi o distrutte da eventi climatici estremi, vengono definite “aree temporaneamente prive di soprassuolo”. Non è solo una distinzione in punta di vocabolario: qui, gli alberi ricresceranno. Ad esempio, non tutti sanno che in Italia, dopo qualsiasi taglio boschivo o dopo un danno a opera di eventi estremi, vige l’obbligo di assicurare la rinnovazione del bosco – con i semi o i ricacci prodotti dagli alberi, oppure seminando o piantando nuove piantine dove necessario.

Grande area deforestata a Sumatra
La distruzione delle foreste indonesiane è causata soprattutto dall’espansione delle piantagioni di palme da olio © Ulet Ifansasti/Getty Images

Quando vediamo un bosco appena tagliato, allora, c’è una alta probabilità che quel bosco sia già in procinto di ritornare, se chi lo ha tagliato ha agito osservando la legge e le raccomandazioni della selvicoltura, cioè la scienza che studia la gestione sostenibile del bosco. I semi stanno aspettando di germinare, le piantine sono pronte a crescere, oppure i ricacci spunteranno dai ceppi nel giro di un anno, ed entro pochi anni ricopriranno nuovamente il terreno. Quando questo non avviene parliamo di degrado forestale: un fenomeno problematico come la deforestazione (anche se più graduale) e, come questa, frequente purtroppo nelle foreste tropicali.

Ma a che punto siamo con la consistenza delle foreste? Rispondiamo a questa domanda a tre scale diverse: globale, europea e italiana.

Le foreste sulla Terra cambiano a due velocità

Secondo il Global forest resource assessment della Fao del 2015, le foreste del pianeta ricoprono circa 4 miliardi di ettari, il 27 per cento delle terre emerse. A scala globale, domina la deforestazione: dal 1990 al 2015 le foreste della Terra sono diminuite dello 0,13 per cento ogni anno – una superficie pari a quella della Croazia. C’è però un dato positivo: la tendenza alla deforestazione  sta rallentando (7,2 milioni di ettari all’anno nel periodo 1990-2000, 4,6 nel 2000-2005, 3,4 nel 2005-2010 e 3,3 milioni nel 2010-2015).

La notizia meno nota riguarda invece la disparità geografica del fenomeno. Nelle foreste della fascia tropicale ed equatoriale del sud del mondo c’è un evidente problema di deforestazione. Nel nord del mondo (foreste temperate e boreali) le foreste si stanno invece espandendo. Gli alberi della Terra cambiano a due velocità.

Guadagno e perdita foreste
Bilancio netto annuo tra guadagno (gain) e perdita (loss) di superficie forestale nei diversi Paesi. Periodo di riferimento 1990-2015 © Fao GFRA2015

Il ruolo delle foreste nella lotta ai cambiamenti climatici è evidente: le foreste nel mondo contengono 296 miliardi di tonnellate di carbonio, tra tronco, rami e radici – in media, 74 tonnellate di carbonio per ogni ettaro di bosco. A causa della deforestazione, abbiamo già ridotto lo stock di carbonio nelle foreste mondiali di oltre 11 miliardi di tonnellate negli ultimi 25 anni: una cifra pari alle emissioni di CO2 di tutto il mondo in un anno.

La principale ragione della deforestazione è lo stile di vita consumistico con diete sbilanciate, nonché, in parte, l’aumento della popolazione mondiale, e la conseguente necessità di terreni agricoli per produrre sempre maggiori quantità di cibo tramite l’agricoltura e l’allevamento di tipo industriale.Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale

La principale ragione della deforestazione è lo stile di vita consumistico con diete sbilanciate, nonché, in parte, l’aumento della popolazione mondiale, e la conseguente necessità di terreni agricoli per produrre sempre maggiori quantità di cibo tramite l’agricoltura e l’allevamento di tipo industriale. Bruciando gli alberi ed eliminando ogni possibilità futura di fotosintesi, la deforestazione genera enormi emissioni di CO2 (pari al 10-15 per cento delle emissioni antropiche), che negli ecosistemi tropicali rischiano di innescare un circolo vizioso: più emissioni significano un clima più caldo, siccità e incendi più frequenti, che a loro volta aumentano il numero di alberi che soffrono o muoiono a causa degli estremi climatici. E meno alberi significa meno fotosintesi: se continuerà il trend attuale, secondo una recente ricerca, le foreste tropicali smetteranno di assorbire carbonio intorno all’anno 2030.

Le foreste in Europa stanno aumentando

Nel continente europeo, secondo il report State of Europe’s forests (Soef)del 2015, la superficie forestale è di 215 milioni di ettari: il 33 per cento delle terre emerse. Le foreste rimuovono 372 milioni di tonnellate di CO2 l’anno dall’atmosfera (il 7 per cento delle emissioni) e contribuiscono allo 0,8 per cento del Pil europeo (circa 103 miliardi di euro).

E al contrario di quanto avviene nella fascia tropicale, le foreste in Europa stanno aumentando, sia in superficie (+27 milioni di ettari dal 1990) che in biomassa (da 123 metri cubi per ettaro del 1990 a 163 metri cubi per ettaro nel 2015: un aumento del 33 per cento). L’aumentata superficie e la crescita dei boschi esistenti hanno portato a oltre 35 miliardi di metri cubi la quantità di legno presente nei boschi europei, a partire dai 25 miliardi del 1990.

Bosco nello stato di Brandeburgo
Le foreste in Europa stanno aumentando, sia in superficie che in biomassa © Sean Gallup/Getty Images

Cosa ha permesso questa espansione? Forse massicce campagne di rimboschimento, come in Cina, dove nel quinquennio 2010-2015 sono stati piantati nuovi alberi su 1,5 milioni di ettari di territorio? No. In Europa questo risultato è dipeso soprattutto dall’abbandono degli spazi rurali, dove il bosco è “ritornato” a occupare il suo habitat originario. È un meccanismo tanto semplice quanto affascinante. I semi delle piante “pioniere”, trasportati dal vento o dagli animali, arrivano nei campi – che spesso non sono più arati, seminati, coltivati come hanno fatto con amore generazioni e generazioni di contadini. Trovandosi su un terreno fertile e con molta luce a disposizione, i semi germinano e iniziano a crescere, sbucano dallo strato di erbe e arbusti, formano prima nuclei isolati, poi un vero e proprio bosco.

In Europa il risultato positivo è dipeso soprattutto dall’abbandono degli spazi rurali, dove il bosco è ritornato a occupare il suo habitat originario. È un meccanismo tanto semplice quanto affascinante.Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale

Dopo venti o trent’anni, quando il nuovo bosco ha sviluppato le sue chiome, arrivano i semi di altre piante, più adatte a crescere all’ombra, mentre le specie pioniere invecchiano senza trovare le condizioni idonee per riprodursi. Ecco che una nuova foresta, formata dalle piante più adatte al clima e al substrato della zona, si è insediata su quello che per centinaia o migliaia di anni è stato un campo coltivato. È il processo che in ecologia si chiama successione, e che possiamo immaginare sia avvenuta ogni volta che, passeggiando in un bosco, ci imbattiamo in un muretto a secco o un terrazzamento, testimone di una agricoltura che non c’è più.

Secondo il Soef, oltre 500 milioni di metri cubi di legno vengono prelevati ogni anno dalle foreste europee. Ed eccoci di fronte a una seconda contraddizione: in Europa sono pochissime le foreste vergini, dove l’uomo ha mai esercitato il suo impatto, e in gran parte delle foreste gli alberi vengono tagliati periodicamente per utilizzare il loro legno oppure per altri scopi. Come è possibile allora che le foreste aumentino in superficie e anche in volume?

Questo è il risultato della gestione sostenibile delle risorse forestali, messa a punto e concordata tra ben 46 paesi e l’Unione europea. La gestione è sostenibile perché si utilizza solamente una parte del legno che gli alberi ogni anno producono grazie alla loro crescita (in diametro e in altezza). È un po’ come avere un conto in banca che produce interessi, e incassare ogni anno solo una parte di questi interessi per comprare cibo, vestiti, viaggi: il risultato è che, mentre noi ci manteniamo, la parte di interessi non prelevati si unisce al capitale iniziale, che continua così ad aumentare. Per dirla con i numeri, a fronte di 522 milioni di metri cubi tagliati ogni anni nelle foreste d’Europa, queste accrescono di ben 721 milioni di metri cubi. Il rapporto tra crescita e tagli è quindi di 1,4 a 1 (seppure con una elevata variabilità di regione in regione).

Uso legno foreste Europa
Utilizzazioni in termini di metri cubi di legno prelevato rispetto all’incremento, su base annua, periodo di riferimento 1990-2000 © Soef 2015

Le foreste in Italia crescono più che in Europa

Secondo il più recente documento sullo stato delle foreste Italiane, il Raf – Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia 2017-2018, il patrimonio forestale italiano è costituito da oltre 9 milioni di ettari di foreste (1.900 metri quadrati di bosco per abitante) e da quasi 2 milioni di ettari di arbusteti, boscaglie e macchia. In alcune regioni le foreste rappresentano l’uso del suolo più diffuso, occupando oltre la metà del territorio in Trentino-Alto Adige, Liguria, Toscana, Umbria e Sardegna.

Anche in Italia il bosco è in crescita, passando in 25 anni dal 31 per cento al 38 per cento della superficie nazionale. Una crescita in atto fin dalla prima metà del secolo scorso, come mostra una recente ricostruzione digitale della Carta forestale d’Italia del 1936. Naturalmente, una foresta non è fatta solo dall’area che occupa, ma anche dal numero e dalle dimensioni degli alberi che contiene. Ebbene, anche la biomassa presente nei nostri boschi è costantemente in crescita. A partire da 855 milioni di metri cubi del 1990 siamo oggi a 1.385 milioni di metri cubi, con un tasso annuo di incremento compreso tra +0,6 e +0,8 per cento: ben superiore alla media europea.

Naturalmente, una foresta non è fatta solo dall’area che occupa, ma anche dal numero e dalle dimensioni degli alberi che contiene

Anche in Italia, l’aumento della superficie forestale è principalmente dovuto al ritorno dei boschi nelle aree marginali o abbandonate, e in piccola parte ai rimboschimenti realizzati negli ultimi 30 anni. L’aumento dei boschi però, non è solo associato all’incremento di superficie, ma anche alla crescita degli alberi in bosco, il cui volume è passato da 113 metri cubi per ettaro nel 1990 a 150 nel 2015. Al tempo stesso, nonostante sia piuttosto difficile disporre di dati accurati sui prelievi legnosi, le fonti ufficiali riportano una diminuzione del rapporto tra tagli e accrescimenti, passato dal 48 per cento del 1990 al 39 per cento del 2010 (secondo il Soef) e al 24 per cento nel 2015, secondo il Raf (vedi grafico sotto).

Serie storica dei prelievi di legna da ardere e da industria
Serie storica dei prelievi di legna da ardere e da industria © Raf

Immaginiamo per un momento di trovarci nel cuore di una qualsiasi foresta appenninica, e di poter disporre di una macchina del tempo

Questo dato può sembrare sorprendente, soprattutto per tutti gli appassionati di alberi e foreste che guardano con preoccupazione quanto avviene nelle aree urbane e di pianura, dove alberi e suolo fertile sono in costante diminuzione. Ma immaginiamo per un momento di trovarci nel cuore di una qualsiasi foresta appenninica, e di poter disporre di una macchina del tempo: riavvolgendo il nastro fino a un secolo or sono, ci vedremmo circondati da un mosaico di campi coltivati, terrazzamenti, vitigni, pascoli e sparsi brandelli di bosco, compressi tra un territorio e l’altro.

Mandiamo avanti la macchina del tempo, e assisteremo al rapido riempirsi di tutti gli spazi vuoti, all’avanzare degli alberi sui campi non più coltivati, alla risalita del bosco nei pascoli montani non più frequentati, e all’aumento del diametro e dell’altezza dei tronchi nei boschi che già esistevano. Vedremo passeggiare di nuovo i lupi, che hanno approfittato dell’aumento dei boschi per espandere il loro territorio; incontreremo più spesso gli insetti amanti del legno morto, ma sempre più raramente fiori, farfalle e uccelli delle specie che amano frequentare radure e aree aperte.

Gestire i boschi: una responsabilità per il bene comune

La gestione sostenibile delle foreste non si esaurisce nel limitare il taglio al di sotto del tasso di incremento. Gestire un bosco significa assumersi una responsabilità verso la società contemporanea e nei confronti delle generazioni future. Non significa di per sé tagliare gli alberi, come spesso viene inteso, ma agire per tutelare un bene pubblico, limitando gli interessi privati. I criteri internazionali di Gestione Forestale Sostenibile del 1990 indicano garantire la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio forestale e dei suoi Servizi Ecosistemici fondamentali per la società.

Gestire un bosco significa assumersi una responsabilità verso la società contemporanea e nei confronti delle generazioni future

Chi possiede un bosco (cioè, due volte su tre in Italia, un privato cittadino) è libero di scegliere il tipo di gestione che preferisce: tagliare e vendere il legno, oppure evitare qualsiasi impatto e lasciare agire solo le dinamiche naturali. Ma qualsiasi decisione prenda, il proprietario deve tutelare l’interesse pubblico generale, come richiede la nostra Costituzione. Chi fa una scelta produttiva non può superare i limiti previsti dalla legge; chi fa una scelta conservazionista non può esimersi dagli interventi necessari per ridurre i rischi per l’incolumità pubblica e garantire la salute del bosco.

Una strategia per le foreste italiane

Le foreste italiane si trovano oggi di fronte a sfide nuove: mitigare i cambiamenti climatici fissando l’anidride carbonica nel legno e nel suolo; resistere agli eventi estremi generati dal riscaldamento globale; contribuire alla decarbonizzazione dell’economia grazie al legno e ai suoi derivati, come le bioplastiche, i prodotti biotessili, i biomedicinali o le biomasse, da impiegare in sostituzione di prodotti non rinnovabili (come il cemento e l’acciaio in edilizia, o i combustibili fossili per la produzione di energia); tutelare la biodiversità; opporsi al dissesto idrogeologico e contribuire alla regolazione del ciclo dell’acqua. Se vogliamo che ogni foresta ci aiuti in tutti questi modi, occorre prevedere in modo scientifico la sua evoluzione e programmare la sua gestione e per tempo – perché le foreste crescono e rispondono lentamente.

Il 2020 sarà con tutta probabilità l’anno in cui verrà approvata una nuova Strategia forestale nazionale, valida per i prossimi vent’anni. A partire dal mese di marzo, la bozza di Strategia sarà aperta alla consultazione pubblica, perché ogni cittadino e comunità possa esprimere il suo parere sulle azioni prioritarie da attivare, i soggetti e le risorse da coinvolgere.

Foresta di conifere avvolta dalla nebbia
Le foreste, oltre a fornirci vitali servizi ecosistemici, rappresentano un elemento essenziale e rinnovabile risorsa per lo sviluppo socioeconomico del zone montuose e rurali del Paese © Cafepampas/Pixabay

Connessioni a lunga distanza

Le foreste della Terra stanno cambiando a due velocità. Il quadro globale è dominato ancora dalla deforestazione. Anche se in rallentamento, questa costituisce il problema principale da risolvere per la protezione della biodiversità, la lotta alla crisi climatica e il mantenimento della biosfera all’interno dei limiti planetari. L’Europa, invece, si contraddistingue per un uso sostenibile, seppure in alcune regioni intenso, delle risorse forestali. Con tassi di utilizzazione sempre inferiori all’incremento, la superficie forestale e la biomassa continuano a crescere, soprattutto in Italia. A scala nazionale non esiste, complessivamente, nessun rischio derivante da una eccessiva utilizzazione delle risorse forestali.

Ma questi due cambiamenti sono intimamente collegati. Poiché la domanda di legno si mantiene costante, il risparmio delle foreste europee rischia di generare una inevitabile contraddizione etica ed ecologica: soddisfare la domanda facendo ricorso a una gestione delocalizzata e insostenibile. L’Italia è il secondo esportatore mondiale di manufatti in legno ma, in una subdola forma di sindrome nimby (not in my backyard, ndr.), questi vengono realizzati con materia prima di importazione per l’80 per cento del fabbisogno – un’importazione che può avere forti impatti ambientali, sia sul luogo di prelievo del legno che durante il suo trasporto.

Le foreste della Terra stanno cambiando a due velocità. Il quadro globale è dominato ancora dalla deforestazione. Anche se in rallentamento, questa costituisce il problema principale da risolvere per la protezione della biodiversità, la lotta alla crisi climatica e il mantenimento della biosfera all’interno dei limiti planetari

Esistono quindi importanti motivi e margini significativi per un cauto incremento del prelievo di legno da vari boschi italiani, da realizzare nel rispetto di tutti i criteri di sostenibilità e grazie a una pianificazione forestale scientificamente basata.

I primi passi? Conoscere con sempre maggiore accuratezza la consistenza e la variazione nel tempo delle nostre risorse forestali, portando a termine il nuovo inventario forestale nazionale e realizzando un sistema informativo forestale che raccolga dati standardizzati per rispondere alle esigenze di reporting internazionale, di monitoraggio delle strategie di politica forestale nazionale, e di collaborazione, coordinamento e supporto ai servizi forestali delle regioni e province autonome.

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