Acqua

Rajendra Singh è l’uomo dell’acqua in India. “Così l’ho protetta dalla mercificazione”

Si batte da anni contro la grave crisi idrica che affligge l’India. L’ambientalista e water defender Rajendra Singh ci racconta la sua storia.

di Emanuele Bompan

In India è noto come Waterman, l’uomo dell’acqua. A vederlo nelle sue vesti bianche, seduto su un cuscino, sovrastato da un ritratto del Mahatma Ghandi, Rajendra Singh, sessant’anni, sembra davvero un santone illuminato. Singh, ambientalista e water defender si batte da tantissimi anni per risanare la grave crisi idrica che attanaglia l’India, un paese dove solo il 33 per cento della popolazione ha accesso a servizi sanitari sicuri. Ha vinto il Magsaysay Award nel 2001 e il Stockholm Water Prize nel 2015, uno dei più importanti riconoscimenti per chi si occupa di acqua. Dirige una Ong chiamata Tarun Bharat Sangh, che è stata fondata nel 1975, con sede nel villaggio Hori- Bhikampura a Thanagazi Tehsil.

Rajendra Singh intervistato
Rajendra Singh, ambientalista e water defender da anni © Water Grabbing Observatory

Rajendra Singh e l’inizio del suo percorso

“Non sapevo cosa fosse l’acqua finché non mi hanno aperto gli occhi”, racconta durante una lunga intervista Skype. “Negli anni ’80 ero un dottore presso la città di Jaipur, la capitale del Rajasthan. Mi trovavo in un villaggio della zona dove c’era un’elevata concentrazione di cecità notturna, detta anche emeralopia, dovuta alla malnutrizione e alla carenza di vitamina A. Un uomo mi si avvicina e mi dice: “questa gente non ha bisogno delle tue medicine. Non ha bisogno della tua educazione. Ha bisogno di acqua. Senza acqua non possiamo vivere qua”. Il suo nome è Mangu Lal Meena. Molti degli abitanti della comunità sono rifugiati senza accesso idrico. Gli rispondo che non conosco nulla di conservazione dell’acqua. “Ti posso insegnare tutto in due giorni”. Gli chiedo come mai non faccia lui qualcosa per il suo villaggio. “La comunità è divisa in due gruppi e non mi ascoltano. Tu sei una voce autorevole, esterna, ti ascolteranno”. E così è accaduto. Da quell’uomo ho appreso come si potesse gestire l’acqua in maniera sostenibile“.

Il suo carattere e indole fanno il resto. Roboante, carismatico, instancabile, lavora alacremente per promuovere una gestione dell’acqua nei territori semi-aridi del Rajasthan, in particolare a ridosso del deserto del Thar, attraverso l’uso di johad, serbatoi di stoccaggio dell’acqua piovana, controllo delle dighe e altre tecniche collaudate nel tempo e di interruzione del percorso. Ovunque vada la gente presta attenzione. Inizia una serie di padayatra, dei pellegrinaggi educativi in tutti i villaggi del Rajasthan. “Villaggio dopo villaggio abbiamo costruito quasi 9mila johad, altre strutture di conservazione per raccogliere l’acqua piovana per le stagioni secche”. Snocciola numeri e nomi di fiume senza fine, Arvari, Ruparel, Sarsa , Bhagani e Jahajwali, tutti corsi d’acqua rivitalizzati dopo che erano rimasti secchi per decenni. “1,7 milioni di persone servite, migliaia di pozzi che hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro”, spiega Rajendra. La salute della gente è migliorata, così l’igiene. A costo anche di estenuanti lotte con l’industria mineraria, che ha spesso ostacolato il suo lavoro.

Cosa succede in India

La situazione in India però rimane critica. “Estremamente critica!”, esclama Rajendra. “Si preleva quanto più possibile dal sottosuolo senza ricaricare gli acquiferi. Oggi il 72 per cento degli acquiferi hanno un bilancio di ricarica negativo, il 39 pere cento sono in una situazione critica. 65 Distretti in India sono affetti da scarsità idrica, con solo 19 distretti hanno sovrabbondanza d’acqua, con possibili esposizioni ad inondazioni. Siccità e inondazioni sono il principale rischio del paese. Numerose città indiane rischiano il Day Zero, come Cape Town. Zero acqua. Come si può sopravvivere?”.

Rajendra Singh per la salvaguardia dell'acqua
Siccità e inondazioni sono il rischio principale in India © Water Grabbing Observatory

Con il coronavirus questo è stato un problema ulteriore. “Ha riportato l’attenzione sulla mancanza di infrastrutture igieniche. Però va detto che lo stop alle industrie ha rallentato per un attimo la pressione ambientale sui fiumi. Quando il paese ripartirà (il lockdown si è allentato solo parzialmente), tornerà lo sfruttamento delle acque e degli acquiferi da parte delle industrie. Non capiamo che il nostro stile di vita non si collega con la natura. Eppure abbiamo visto come fermarsi comporti un immediato impatto positivo sulla natura. Ma gli insegnamenti che riceviamo ci dicono di sfruttare ed estrarre sempre di più risorse dalla natura”. L’India ha una lunga tradizione di conoscenza indigena sulle risorse d’acqua, come ben dimostra l’uso delle johad. “Dobbiamo riscoprire saperi antichi e rispettare la natura. Non possiamo mercificare ogni risorsa”.

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