Acqua

La lotta del water defender Moha Tawja per il diritto all’acqua in Marocco

È Moha Tawja l’attivista che sta lottando per il diritto all’acqua in Marocco. Il water defender ci parla dei danni causati dallo sfruttamento dell’industria mineraria.

a cura di Christian Elia

“Sono Mohamed Ed-Daoudy, ma tutti mi conoscono come Moha Tawja. Ho 30 anni, ho una grande passione per il calcio e la fotografia, che studio da autodidatta. Quando la nostra lotta pacifica è iniziata in questa forma, nel 2011, studiavo Economia all’Università. Da quel momento, fino a oggi, tutto il tempo che ho a disposizione è dedicato a contrastare con la mia comunità le attività della società mineraria nel nostro territorio. Tutto il resto, purtroppo, viene in secondo piano”.

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La battaglia degli abitanti di Imider all’industria mineraria per il diritto all’acqua

Moha vive in Marocco, a Imider: un borgo rurale nel cuore del Paese, nella provincia di Tinghir, poco più di 4mila anime, ma che ha fatto molto parlare di sé. Perché a Imider, subito fuori dalla cittadina, si trova una delle più grandi miniere d’argento dell’Africa. “Per la nostra comunità la miniera è stata una maledizione. Il sovrasfruttamento delle acque sotterranee e l’inquinamento stanno minacciando le nostre vite e devastando l’economia locale, da sempre basata sull’agricoltura e sulla pastorizia. Non ha portato alcun beneficio ai residenti.

Sono più di cento le famiglie che hanno dovuto lasciare Imider tra il 1994 e il 2004. La mia storia non è diversa da tanti che sono andati via o sono rimasti: a causa di questa rapace miniera d’argento ho sacrificato la mia carriera accademica e professionale per otto anni, cercando di salvare la nostra valle, il nostro diritto all’acqua e a uno sviluppo sostenibile. Ho potuto soltanto lottare, non avevo scelta, se non quella di andare via anche io”, racconta Moha.

lotta per il diritto all'acqua a Imider in Marocco
Imider, piccolo borgo rurale in Marocco, vittima dell’attività dell’industria mineraria © Water Grabbing Observatory

“Decine di contadini che avevano un lavoro autonomo nelle loro fattorie hanno iniziato a protestare contro la miniera, che non ha generato neanche posti di lavoro. Secondo il censimento nazionale del 2014, oltre il 50 per cento dei membri della nostra comunità vive al di sotto della soglia di povertà. Non è questo che dovrebbe accadere al territorio che possiede la più grande miniera d’argento dell’Africa.” La questione della miniera d’argento di Imider è annosa: sin dalla metà degli anni Ottanta la Société méetallurgique d’Imider (Smi) è oggetto delle proteste dei residenti, assieme alla società sussidiaria Managem che ha in gestione la miniera. La protesta è sempre stata legata alla tutela delle khettara, la rete dell’antico sistema dei pozzi e dei canali sotterranei che gli impianti della miniera sfruttano per il loro processo di produzione.

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Il danno grave alle risorse idriche

Le risorse idriche della regione, già scarse, subiscono un danno irreversibile da questo pompaggio continuo d’acqua, sottratto all’agricoltura e al consumo di esseri umani e animali, che con l’allevamento rappresentano il sostentamento della popolazione locale. Secondo i dati dell’Associazione marocchina per il giornalismo d’inchiesta – come raccontano Lorena Cotza e Ilaria Sesana nel loro bel libro edito da Altreconomia Non chiamatemi eroe – nel suolo di Imider ci sono livelli altissimi di sostanze inquinanti: arsenico, cadmio e piombo, in quantità ben oltre gli standard internazionali consentiti, anche se la proprietà della miniera ha sempre negato qualsiasi responsabilità.

La lotta del water defender Moha Tawja per il diritto all’acqua in Marocco
Le risorse idriche della regione, già scarse, subiscono un danno irreversibile da questo pompaggio continuo d’acqua © Water Grabbing Observatory

In tutti questi anni (la Smi è stata fondata nel 1969 e ha iniziato l’estrazione nel 1978), le khettara sono state lentamente prosciugate mentre altre sono state inquinate in maniera irreparabile. “Le khettara sono canali sotterranei che collegano la fonte d’acqua (generalmente ai piedi delle montagne che circondano la nostra valle) alle terre irrigue: possono estendersi per decine di chilometri, intervallati da regolari aperture che permettono all’aria di entrare e impediscono la sedimentazione dell’acqua. Un processo che viene dalle esperienze pratiche dei nostri antenati, una sapienza che permetteva alle comunità rurali di adattarsi ai cambiamenti climatici. Dietro questo ingegnoso sistema, c’è un meccanismo sociale che gestisce l’acqua, un sistema che permette ai residenti di beneficiare dell’acqua in modo equo, secondo bisogni e quantità disponibile. Quando lottiamo per l’acqua, non lo facciamo solo per una questione di siccità o di crisi ambientale, ma è anche una lotta culturale per tutelare la nostra memoria collettiva.”

Quando lottiamo per l’acqua, non lo facciamo solo per una questione di siccità o di crisi ambientale, ma è anche una lotta culturale.Moha Tawja

In particolare, dal 2004, la Smi ha trivellato un nuovo pozzo a oltre 40 metri di profondità che ha reso ancora più scarse le risorse idriche per la popolazione locale. Che non è stata a guardare. “Da quando l’industria mineraria è arrivata nel nostro territorio, a partire dal 1980, si sono susseguite proteste: prima per i posti di lavoro, poi dal 1986 per l’acqua, dal 1996 per entrambi i problemi e, dal 2004, ancora per l’acqua, infine dal 2011 al 2019 per un tema globale, di carattere socio-economico e ambientale e per i nostri diritti. Siamo cresciuti protestando e lottando, siamo diventati più consapevoli di quello che abbiamo subito”, racconta Moha.

Proteste che hanno una controparte molto influente. Il socio di maggioranza della Smi, infatti, è la Société nationale d’investissement (Sni), la private holding company della famiglia reale marocchina. Il conflitto, quindi, è politico oltre che ambientale ed economico. Con un elemento che si aggiunge alle tensioni con le autorità dovuto all’elemento identitario.

gli abitanti di Imider lottano per il diritto all'acqua
Gli abitanti di Imider sono cresciuti protestando e lottando per i propri diritti © Water Grabbing Observatory

La comunità di Imider in tutt’uno con la propria terra

“La nostra cultura è quella amazigh. Per noi l’acqua, la terra e l’essere umano sono i tre pilastri dell’identità, come le tre dita che mostriamo come simbolo. E qui a Imider lottiamo per la nostra terra e per l’acqua che abbraccia: la maggior parte delle nostre manifestazioni culturali è legata alla terra e strettamente a ciò che vi cresce, soprattutto le piante, per gli usi medicinali e rituali. Un nostro antico detto recita: La mandorla è più saporita dell’argento. La nostra cultura è l’unione della nostra comunità, quello che ci tiene compatti. Appartenere a una grande tribù amazigh rafforza i movimenti di base e l’unione di tutte le comunità che condividono la stessa lingua madre, la stessa cultura e la stessa storia.” Quella che per decenni è stata definita ‘berbera’, con il nome derivato di ‘barbari’, è in realtà una cultura antichissima, pre-islamica e pre-araba, nel Nord Africa. Spesso combattuta dai governi centrali, come accade appunto in Marocco e in Algeria, ma anche in Libia in passato.

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Pur erede della tradizione di lotta della sua comunità, per Moha è il 2011 l’anno della rivolta che riguarda la sua generazione. “Nel 2011 il clima sociale era particolarmente duro: la disoccupazione si è diffusa, i pozzi agricoli si sono prosciugati, non c’era acqua potabile, non c’erano trasporti pubblici per gli studenti, i mandorli e gli ulivi morivano nell’oasi mettendo sul lastrico famiglie di contadini. Noi studenti, all’epoca, abbiamo iniziato a protestare ad agosto, stimolati anche da quello che accadeva in tutta la regione. Tutta la comunità si è unita a noi, ci siamo dati il nome di Movimento della strada’96, in riferimento alla protesta dei nostri genitori nel 1996, per sottolinearne la continuità. Abbiamo chiuso la conduttura principale dell’acqua sfruttata dalla compagnia mineraria e abbiamo dato vita alla protesta più lunga della storia del Marocco”.

La lotta del water defender Moha Tawja per il diritto all’acqua in Marocco
Quando lottiamo per l’acqua, non lo facciamo solo per una questione di siccità o di crisi ambientale, ma è anche una lotta culturale © Water Grabbing Observatory

Una protesta della quale ha parlato tutto il mondo: un gruppo di attivisti salì sulla cima del monte Albban, dove la Smi aveva iniziato a sfruttare un pozzo collegandolo alla miniera. A quel punto i dimostranti – oltre a chiudere la condotta – la difesero dagli operatori dell’agenzia di sicurezza della compagnia, montando la guardia a turno giorno e notte. “Grazie alla nostra lotta, ci sono alcuni cambiamenti positivi in termini di infrastrutture e servizi sociali per la comunità. La conduttura principale dell’acqua è ancora bloccata, quindi milioni di tonnellate di acqua sono state risparmiate per le nostre khettara e la nostra agricoltura.

Non è finita, però. Ci sono ancora tanti problemi causati dalla miniera, in termini di inquinamento e di saccheggio dell’acqua. Vorrei che la mia comunità potesse vivere in pace nella nostra terra madre per la quale i nostri antenati hanno sacrificato la loro vita e vorrei che questa guerra contro la mafia del profitto finisse. Una guerra che ci è costata più di sessant’anni di prigionia per decine di manifestanti di Imider. Anche per questo continuerò a battermi per i diritti della mia gente, perché sono in debito con chi ha combattuto prima di me”.


 

Water Defenders è un progetto di Water Grabbing Observatory per il decimo anniversario del riconoscimento del diritto umano all’acqua. Una serie di interviste da tutto il mondo racconteranno battaglie civili dal basso in difesa dell’acqua. Una lotta intesa sotto tutti i punti di vista, contro l’accaparramento delle risorse e contro le grandi e piccole opere che impattano sulle comunità e sul patrimonio naturale. Una galleria di persone comuni, uomini e donne, che in tutto il mondo difendono un diritto fondamentale. A partire dal 22 marzo, Giornata mondiale dell’acqua, ogni mese Water Grabbing Observatory racconterà su LifeGate la storia di un personaggio che si è speso per tutelare la risorsa più preziosa che abbiamo. Per ribadire il valore del diritto all’acqua.

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