Il rapporto Charney compie 40 anni. Fu il primo a predire la crisi climatica

Nel 1979 il rapporto Charney, curato da scienziati americani, avvisò la Casa Bianca (e non solo) sulle conseguenze dell’aumento della CO2 nell’atmosfera.

Correva l’anno 1979. Presidente degli Stati Uniti era Jimmy Carter. In Italia si susseguivano al governo Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. In Iraq Saddam Hussein conquistava il potere. In Iran l’ayatollah Khomeini tornava in patria dopo 15 anni di esilio. E l’Unione sovietica invadeva l’Afghanistan. Non tutti ricordano però che nello stesso anno venne pubblicata la prima valutazione scientifica globale dell’impatto delle emissioni di gas ad effetto serra sul clima della Terra.

“Nulla nei decenni ha potuto contraddire quanto affermato dal rapporto Charney”

Il testo fu consegnato alla Casa Bianca – che lo aveva richiesto – nel mese di luglio, curato dal meteorologo Jule Gregory Charney. Una previsione puntuale di tutto ciò che sarebbe accaduto nei decenni successivi. In occasione del trentennale dalla pubblicazione, nel 2009, Raymond Pierrehumbert, docente di geoscienze dell’università di Chicago spiegò: “Nulla di tutte le conoscenze raggiunte negli ultimi decenni ha potuto contraddire le conclusioni del rapporto Charney”.

Già 40 anni fa, in altre parole, la scienza aveva avvisato il mondo sull’insostenibilità del sistema produttivo basato sui combustibili fossili, sul consumo sfrenato delle risorse naturali e sui processi di deforestazione. Eppure, per moltissimo tempo il rapporto è finito nell’oblio. Dimenticato. Il che ha comportato una gigantesca perdita di tempo per il Pianeta.

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Il meteorologo statunitense Jule Gregory Charney © MIT Musem/Wikimedia Commons

Se si fosse agito da subito, oggi forse non saremmo costretti a farlo nell’emergenza. Il rapporto Charney spiegava infatti che anche all’epoca era noto che “alcuni cambiamenti nella composizione dell’atmosfera possono modificare la sua capacità di assorbire l’energia del Sole».

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Il carbone è ancora la prima fonte per la produzione mondiale di energia elettrica © Sean Gallup/Getty Images

Già nel 1979 provata l’origine antropica dei cambiamenti climatici

Il documento proseguiva quindi senza mezzi termini: “Abbiamo la prova irrefutabile che l’atmosfera stia cambiando e che l’uomo stia contribuendo a tale processo. Le concentrazioni di biossido di carbonio sono in continuo aumento, il che è legato alla combustione di risorse fossili e allo sfruttamento del suolo. Dal momento che la CO2 riveste un ruolo significativo nell’equilibrio termico dell’atmosfera, è ragionevole ritenere che il suo aumento provocherà conseguenze sul clima”.

Secondo quanto riferito da Carl Wunsch, anch’egli tra gli autori del rapporto Charney, quest’ultimo ebbe anche il merito di dimostrare che la tesi del riscaldamento globale di origine antropica non necessita di calcoli e modelli complessi. La “diagnosi” fu effettuata infatti sulla basa di una fisica semplice, ben nota e studiata già 40 anni fa. All’epoca, infatti, si stimò che un raddoppio della concentrazione di CO2 nell’atmosfera avrebbe comportato una crescita della temperatura media globale compresa tra 1,5 e 4,5 gradi centigradi, in ragione dei differenti scenari presi in considerazione.

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La copertina del rapporto Charney, pubblicato nel 1979

Il rapporto Charney descrisse nel dettaglio la situazione attuale della Terra

Non solo: la scienza, alla fine degli anni Settanta, fu già in grado di anticipare che sarebbero passati alcuni decenni prima che gli effetti di tale aumento della temperatura potessero manifestarsi. Pierrehumbert sottolineò come gli autori del rapporto Charney avessero avvisato che “se si aspetteranno i primi segnali, prima di agire, una grande quantità del riscaldamento sarà a quel punto inevitabile”.

Il che descrive alla perfezione la situazione attuale. Ciò nonostante, prosegue il docente, “i decisori politici non hanno tenuto conto di tali previsioni e non hanno agito preventivamente”. Per lo meno, il rapporto ebbe un merito: quello di far sì che uno dei suoi autori, Bert Bolin, si facesse promotore della fondazione, un decennio più tardi, del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, Ipcc).

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L’ultimo Special Report 1.5 dell’Ipcc ha spiegato al mondo che, al ritmo attuale, la crescita di 1,5 gradi centigradi – obiettivo indicato dall’Accordo di Parigi del 2015 – non sarà raggiunta nel 2100, bensì molto prima: tra il 2030 e il 2052. Con conseguenze catastrofiche per parte dell’umanità.

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