Editoriale

Perché dobbiamo parlare di razzismo contro le persone asiatiche

La pandemia di razzismo contro le persone asiatiche ha colpito anche l’Italia, dove gli stereotipi continuano a essere considerati una fonte di intrattenimento.

Mi appassionano molte cose, tra queste la cultura, la storia e la società dei paesi asiatici. Nella rubrica Una boccata d’Asia sull’account Instagram di LifeGate racconto notizie, fatti e storie da questo continente così vario e complesso. Di recente, però, ho sentito il bisogno di spostare lo sguardo altrove, in Italia (e non solo), per parlare di razzismo contro le persone asiatiche.

Abbiamo avuto la triste conferma che nel nostro paese deridere le culture altrui sia ancora considerata una forma di intrattenimento e comicità. Durante la puntata di Striscia la notizia del 12 aprile, i presentatori Michelle Hunziker e Gerry Scotti hanno fatto una battuta, se così si può chiamare, sulla pronuncia della parola “Rai”, esagerando e ridicolizzando l’accento cinese mentre facevano il gesto degli occhi a mandorla. A diffondere in tutto il mondo le immagini dell’imbarazzante gag è stata la pagina Instagram Diet Prada, dedicata a promuovere la trasparenza, la diversità e l’inclusione nel mondo della moda e quello dello spettacolo.

Non voglio mettere troppa enfasi su questo episodio in sé, né sulla mancanza di pensiero critico che hanno dimostrato gli autori del programma. Quello che merita la nostra attenzione è quanto sia anacronistico questo tipo di linguaggio, che non riflette la sensibilità e il senso dell’umorismo della maggior parte del pubblico italiano. Quello che va messo in luce è come questo episodio sia causa e sintomo di un fenomeno ben più ampio e più grave.

Proteste contro razzismo anti-asiatico, Stati Uniti
Migliaia di persone sono scese in piazza negli Stati Uniti per #StopAsianHate, la giornata nazionale di azione contro la violenza anti-asiatica. Le proteste si sono tenute il 27 marzo, in seguito alla sparatoria nella città di Atlanta del 16 marzo in cui sei delle otto vittime erano donne di origini asiatiche © Mario Tama/Getty Images

“Gli stereotipi si insinuano nella vita quotidiana senza nemmeno che ci si accorga della loro presenza, o del fatto che possono causare sofferenza agli altri”, ha detto Hunziker in un video di scuse pubblicato sul suo profilo Instagram indirizzato a tutte le persone che si sono sentite offese. “Ci siamo abituati agli stereotipi, gli abbiamo normalizzati, e ora stiamo imparando a cambiare. Apprezzo di avere avuto l’opportunità di imparare, ancora una volta”.

Non posso che essere d’accordo con Hunziker, almeno in questa occasione. Battute e affermazioni basate su stereotipi offensivi sono la base su cui poggia la piramide dell’odio che parte dal linguaggio di tutti i giorni e che culmina nella discriminazione e nei crimini razzisti, come si legge nella relazione della commissione parlamentare Jo Cox sull’intolleranza, il razzismo, la xenofobia e i fenomeni di odio.

La pandemia di razzismo

Nell’ultimo anno, insieme al coronavirus si è diffusa un’altra pandemia, quella di xenofobia contro le persone asiatiche, in particolare cinesi, ma non solo.

Il contagio a volte è partito dall’alto, da leader politici come il presidente della Regione Veneto Luca Zaia che a marzo dell’anno scorso ha parlato di “cinesi che mangiano topi vivi” in un’intervista a un’emittente locale – affermazioni che hanno suscitato l’indignazione dell’ambasciata cinese e per cui si è dovuto scusare. E negli Stati Uniti, l’ex presidente Donald Trump ha portato la retorica anticinese all’estremo, insistendo con chiamare il Sars-cov-2 il “virus cinese” e adottando espressioni becere come “kung flu”.

Chinatown a Milano, razzismo, cartello coronavirus
Chinatown a Milano © Emanuele Cremaschi/Getty Images

Il razzismo verso le persone asiatiche ha origini storiche profonde che precedono di gran lunga il coronavirus, ma la paura e il panico causati dalla pandemia hanno legittimato le parole di politici in cerca di capri espiatori e le azioni di chi ha trovato in queste circostanze la scusa perfetta per dare sfogo a sentimenti xenofobi già ben radicati.

Dall’inizio della pandemia in diversi paesi si è registrato un aumento esponenziale di episodi di razzismo contro persone di origini asiatiche. Sarebbero quasi 4mila i casi di questo genere documentati tra marzo 2020 e febbraio 2021 negli Stati Uniti secondo Stop Aapi hate, un database non-governativo nato proprio per registrare “l’impennata di xenofobia e bigotteria innescata dalla pandemia”, come si legge sul sito dell’organizzazione. E nel Regno Unito, la polizia parla di un incremento del 300 per cento dei crimini d’odio contro cittadini cinesi, est e sudest asiatici nel primo quadrimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo nei due anni precedenti.

In Italia, l’associazione Lunaria ha documentato 61 episodi di insulti, discriminazioni, attacchi e aggressioni connessi alla diffusione della Covid-19 principalmente contro cittadini cinesi e asiatici solo tra il 20 gennaio e l’8 marzo 2020. Statistiche che, va detto, rappresentano il problema solo in parte perché non tengono conto della miriade di casi non riportati. E in Italia non esistono una fonte unica di dati ufficiali aggiornati ciclicamente, né una definizione univoca dei termini “crimine d’odio” e “discorso d’odio”, come spiega Annalisa Camilli su Internazionale.

Ed è ancora più scioccante che siamo ancora qui a parlare del perché non sia tollerabile sminuire interi popoli con battute e gesti offensivi nel contesto attuale, segnato dalla sparatoria nella città statunitense di Atlanta del 16 marzo, in cui sei delle otto vittime erano donne di origine asiatica.

Un cambio di prospettiva

Sono cresciuta in Italia e quando ero bambina era considerato accettabile, anzi normale, prendere in giro le persone asiatiche per il loro accento, per il loro aspetto, o per il loro modo di mangiare. E di trattarle come caricature e oggetti da deridere e ridicolizzare, non come esseri umani degni di rispetto.

Per fortuna, però, ho il privilegio di avere nel mio dna il seme dell’incontro tra culture. Mia nonna è malese di etnia cinese e vive dagli anni Cinquanta in Inghilterra, paese che è diventata a tutti gli effetti la sua casa, nonostante rimanga legata alle sue origini.

Nonna Mara, matrimonio
Mia nonna il giorno del suo matrimonio

Per me è stato facile apprezzare sin dall’inizio la grande risorsa che è la diversità culturale, sociale e umana. È ora che questo messaggio venga normalizzato e interiorizzato come valore fondante di quello che significa essere cittadini di questo mondo.

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